TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 640 del 11 novembre 2018
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Gli intrighi della Bonino e ... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

Gli intrighi della Bonino
e i mestieranti della politica

 Se appena ci si prende la briga di guardarsi d’intorno e di ascoltare le persone con le quali direttamente o indirettamente si entra in rapporto, dietro l’omologazione di facciata si scoprono una varietà di opinioni, di atteggiamenti, di prospettive, di valori di riferimento, di quelle, insomma, che possiamo definire visioni del mondo o, più modestamente, ideologie. Sulla base di queste visioni del mondo e del risvolto pratico che ciascuna di esse comprende si stabilisce la fiducia verso una parte politica. E com’è vero che la politica, almeno in teoria, riflette la società civile, i partiti ne sono la proiezione a diversi livelli, da quello della difesa di convinzioni morali o religiose a quello della salvaguardia dello statu quo o della rivendicazione del cambiamento. Ma è proprio così? In comprensibile difficoltà per la raccolta delle 25.000 firme necessarie per depositare il suo simbolo e partecipare con la sua lista alla competizione elettorale, Emma Bonino, transnazionale con Pannella e appassionatamente europea grazie a Berlusconi, ha trovato rifugio nel Centro, o, piuttosto, centrino, democratico, nel senso di democristiano, di Bruno Tabacci. Al quale si è detta “profondamente grata, perché grazie a questo gesto saremo presenti alle elezioni politiche del 4 marzo, alla pari delle altre forze politiche nei blocchi di partenza. È un servizio grande che ha reso al Paese”.


Emma Bonino è espressione di un partito, quello radicale, che ha attraversato diverse stagioni, ha sbandato da una parte all’altra, è stato a lungo prigioniero del narcisismo di Pannella ma deve comunque la sua ragion d’essere al laicismo, ad un laicismo duro, erede della tradizione anticlericale post risorgimentale che attraversa tutto il Novecento. Tabacci, grand commis di Stato, incarnazione del sistema di potere democristiano, uomo di Goria e di Ciriaco De Mita, è invece il paladino della famiglia, che ora bisogna chiamare tradizionale, intransigente di fronte alla prospettiva di adozioni da parte di coppie dello stesso genere o di singoli dichiaratamente omosessuali, fermamente contrario a tutte le ipotesi di dolce morte o di suicidio assistito o di libera vendita di stupefacenti. E i cittadini, che, o per una legittima convinzione o per difendere una loro condizione personale, ritengono il matrimonio un’istituzione superata, l’eutanasia una scelta di civiltà, l’adozione un diritto che l’orientamento sessuale non deve pregiudicare, il fumo, ma, in fondo, qualunque droga, una faccenda privata sulla quale lo Stato non deve mettere il naso, e, più in generale, non tollerano alcun tipo di interferenza della Chiesa sulla politica, considerano Emma Bonino la loro portavoce ed è grazie al loro consenso che questa vecchia insegnante di scuola media ha avuto ed ha ancora un ruolo sulla scena politica del nostro Paese.

 

Allo stesso modo i cittadini che si sono formati nel rispetto della morale cristiana e cattolica, che per interesse o per convinzione si sentono vicini alla sinistra senza volersi identificare nel Pd e senza smarrire il ricordo della vecchia democrazia cristiana, vedono in Tabacci il loro patrono naturale, il baluardo contro tutto quello che la Bonino e i radicali rappresentano, lo sfacelo della famiglia, del costume, dell’identità di genere, della trasmutazione di vizi privati in pubbliche virtù. Il mio personale ribrezzo per gli uni e per gli altri non mi impedisce di riconoscere agli uni e agli altri piena legittimità e, per quel – poco – di buono che riconosco alla democrazia, il diritto di essere rappresentati da qualcuno che ne difenda interessi e convinzioni. Il loro diritto di essere rappresentati corrisponde al dovere dei loro rappresentanti di rispettare non dico il mandato ricevuto ma il ruolo che hanno scelto di interpretare, il personaggio pubblico che sono diventati nel momento stesso in cui hanno rinunciato alla loro personale individualità – esposta a cambiamenti e folgorazioni sulla via di Damasco – per diventare rappresentanti di una parte della collettività. La privata umanità di Emma Bonino o di Bruno Tabacci non interessa a nessuno: non sono artisti che occupano la scena per virtù propria; tantomeno signori della guerra o vassalli dell’impero: restituiti alla società civile si perdono nell’anonimato, non sono nulla. Sono l’uno e l’altra dramatis personae, maschere di teatro con un copione che devono rispettare, condannati, si fa per dire, a incarnare concezioni del mondo e della società non solo contrastanti ma opposte, sono maschere di teatro senza essere attori, non sono nemmeno tenuti ad avere idee proprie perché sono stati scelti per essere megafoni di idee collettive.


Al di là della vicenda in sé squallida di una signora che nemmeno nella malattia riesce a guardare al mondo non dico sub specie aeternitatis ma almeno da una prospettiva libera dall’ambizione di un potere illusorio già ampiamente soddisfatto e, pur di non mollare poltrone sedie o strapuntini, si ripara sotto l’ombrello del bacchettone fino a ieri osteggiato e deriso e di quest’ultimo che, dal canto suo, con qualche migliaio di voti in più non può sperare di superare la soglia del parlamento ma spera di acquisire maggior forza contrattuale nell’ammucchiata di sinistra, c’è la conferma che la democrazia in Italia è una farsa, che gli elettori sono sistematicamente e programmaticamente ingannati, che il potere reale rimane nelle mani di qualche decina di famiglie con pochi e saltuari legami col Paese che manovrano per i propri interessi e secondo le direttive del Vaticano, della massoneria, dei potentati finanziari mondiali quelle migliaia di politici e dirigenti pubblici che il popolo si illude siano al suo servizio.


Negli stessi giorni in cui scoccava il colpo di fulmine fra la donzella radicale e il cavaliere democristiano, il ministro che dovrebbe rappresentare la scuola ha dichiarato che la “buona scuola”, cioè i provvedimenti varati dal governo Renzi, e, in particolare, la mancia che i capi si istituto distribuiscono a loro discrezione ai docenti “meritevoli”, può tranquillamente fare a meno del parere dei diretti interessati. Se l’85% di loro non vogliono mance vuol dire che gli insegnanti italiani non hanno ancora capito di essere dei pezzenti e, come tali, bisogna che corrano per cercare di arraffare l’elemosina che viene gettata nel mucchio.

Del resto dalle parti del Pd e nei partitini personali della sinistra è noto che la totalità degli italiani, compresi quelli che la sinistra dovrebbe rappresentare, sono sgomenti di fronte al perdurare dell’immigrazione illegale almeno quanto lo sono di fronte all’occupazione abusiva degli edifici pubblici o privati o a qualunque altra manifestazione di scoperta violazione della legalità e si sa anche che la maggior parte di loro mette in relazione la pressione fiscale, il tragicomico rinnovo dei contratti, la scomparsa del welfare con il peso di centinaia di migliaia di sedicenti profughi da mantenere. Lo sanno, i compagni, e rispondono che l’Italia, gli italiani, stanno dando al mondo una straordinaria prova di solidarietà. Peccato che gli italiani non siano stati interpellati.

Il movimento Cinque stelle deve la sua fortuna all’attacco alla “casta” e ai suoi privilegi. Una campagna sacrosanta ma mutila perché si è trascurata la vera casta, quella dei vertici della burocrazia che nei ministeri e nelle Camere si sono compattati in un sistema ereditario di cui la stessa politica è succube. Una piovra che allunga i suoi tentacoli nella televisione pubblica, nelle regioni, nelle banche, si intreccia con la magistratura, con la grande industria, controlla l’università, ha al suo servizio i maîtres à penser che pontificano sulla grande stampa, ed è a sua volta infiltrata dai grembiulini e docile ai richiami dei porporati. Questa, lo ripeto è la vera casta, che non uguali nel mondo occidentale salvo che a Bruxelles, il che spiega l’inossidabile europeismo dei nostri governanti. Una casta che non solo pesa sulle tasche degli italiani ma blocca il Paese, lo ingessa, resiste inalterata a qualsiasi cambio di maggioranza.


Non ci può essere cambiamento se non si elimina questa casta colpendola al cuore: i soldi. È notizia recente ma circostanza datata che 60 impiegati della Camera guadagnano più di 240.000 euro e non intendono rinunciare nemmeno a un centesimo. Il problema è ovviamente anche finanziario ma è soprattutto politico e morale. Uno sconcio del genere non crea nemmeno rabbia o indignazione ma scoramento: si è oltre la sperequazione, oltre l’iniquità, perché l’iniquità presuppone un confronto con l’equo mentre qui siamo di fronte ad un arbitrio brigantesco, ad un esproprio vergognoso di risorse pubbliche, alla assoluta mancanza di rapporto fra ciò che si dà e ciò che si riceve. E se i politici tacciono significa solo che esistono legami familiari, complicità, ricatti che saldano insieme le due caste. Del resto l’universo dei politici è il palazzo non è il Paese. Quando volgono lo sguardo al Paese lo fanno per “intercettare il consenso”, come dicono, ma non hanno alcuna intenzione, né, del resto, avrebbero la capacità, di intervenire sui mali che lo affliggono. Quindi un governo serio e un parlamento che rispecchi veramente il popolo italiano, quale potrebbe essere quello derivante da un’intesa fra Lega e Cinque stelle, non dovrebbe preoccuparsi tanto o solo della casta dei politici ma di quella dei burocrati e dei magistrati e dovrebbe metterla in condizione di non nuocere togliendole il foraggio, cioè gli emolumenti spropositati. Per i politici basta introdurre il concetto, per altro ovvio, che la politica non è un mestiere e, di conseguenza, il rappresentante del popolo non ha diritto in quanto tale ad alcuno stipendio ma solo a un rimborso delle spese e, se è un lavoratore dipendente, al mantenimento del posto e della retribuzione per la durata del suo incarico pubblico. Se non c’è stipendio –o indennità, comunque venga chiamato – non c’è nemmeno vitalizio e svanisce anche il politico a vita, come sono i Casini, i D’Alema, gli Alemanno, che non solo ci costano ma continuano a pontificare come se le loro opinioni valessero più di quella del pizzicagnolo davanti a casa mia. E poi se il politico è uno che ha dedicato la sua vita a un partito ci pensi il partito, se si tratta di un’organizzazione stabile e normata, a pagarlo e ad assicurargli la pensione. Volere questo è populismo, qualunquismo o semplicemente amore della verità e della giustizia, della normalità, dove la norma non è un concetto della statistica ma un valore, il valore del logos, della razionalità, del common sense?

 Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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