di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
La resistenza, il fascismo e il passato... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
La resistenza, il fascismo e il passato che non passa mai
Che problema una tomba per Graziani!

I testimoni delle vicende drammatiche che vanno dalla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, alla fine della guerra nell’aprile di due anni dopo hanno tutti lasciato questa valle di lacrime. Se qualcuno fra i ragazzi che con la passione e l’incoscienza dell’età si spesero per l’una o l’altra parte è ancora in vita ha passato la soglia dei novanta anni. Possiamo ben dire che quelle vicende sono consegnate alla storia, la storia che le sottrae al ricordo e, di conseguenza, alla deformazione prospettica, all’investimento emotivo e all’interesse personale. Non più ricordo personale ma memoria collettiva, non semplice cronaca ma Storia, con tutto ciò che comporta di ricostruzione e interpretazione, con la volontà di capire, non di giudicare.


Sulla fine degli anni Trenta del secolo scorso mia madre era una giovane donna che leggeva le riviste di moda, subiva l’influenza di una pubblicità radiofonica martellante, viveva in una città illuminata dalle vetrine dei negozi e davanti alla strada dove abitava incombeva un’enorme Cinzano a luce intermittente che la notte le impediva di prendere sonno. Andava al cinema, preferiva i film americani, adorava Bette Davis e aspettava con ansia il momento in cui la mitica televisione, cessata la fase sperimentale negli studi di Cinecittà, entrasse in tutte le case. Delle battaglie parlamentari che si erano concluse con la dittatura di Mussolini non sapeva nulla; ricordava la Grande Guerra perché uno dei suoi fratelli era morto all’Asinara, dove era detenuto per insubordinazione, evento non raro durante le terribili battaglie dell’Isonzo. Delle agitazioni che avevano preceduto e seguito il conflitto aveva sentito parlare nella sua famiglia, nella quale covavano ancora i rancori fra quelli che avevano somministrato l’olio di ricino e quelli che l’avevano bevuto e si favoleggiava di trascorsi socialisti del patriarca, morto d’infarto prima che lei venisse al mondo. Il 4 novembre, festa della Vittoria, era in piazza con le amiche alla cerimonia della deposizione della corona al monumento ai caduti ma il 20 settembre non sapeva che cosa di festeggiasse e la breccia di porta Pia non le suggeriva niente. Sédan, la débâcle, Napoleone III erano ricordi di scuola già sbiaditi. Tutta roba di settanta anni prima, un’eternità; erano il passato che si studia a scuola, meno vivido dei Gracchi e della loro madre, e l’Aventino rimaneva saldamente ancorato alla secessione della plebe.


 Mi si perdonino i voli pindarici: fra l’esilio di Dante e la pestilenza del 1348 intercorrono appena 46 anni eppure per la generazione di Giovanni Boccaccio quella è una storia lontana, di altri tempi, bianchi e neri ormai tutti morti, passioni sopite, scenari angusti dei quali nel Decameron non c’è più traccia. I Romani, che per durezza e passione politica non temono confronti, condannavano gli avversari sconfitti alla damnatio memoriae e abbattevano le loro statue ma dopo un paio di lustri se lo dimenticavano e le statue tornavano al loro posto. Potenza del tempo che scorre!...

Oggi, in questa Italia occupata dalla sinistra, non è più così. Il tempo non passa, le ferite non si rimarginano, il passato rivive in una continua, ossessiva danza macabra.

Rodolfo Graziani, coetaneo della mia nonna materna, è morto nel 1955, qualcosa come 62 anni fa, un anno prima che lo Sputnik cominciasse a girare sopra la testa degli americani, un anno prima della crisi di Suez, quando in Italia Gronchi è stato appena eletto capo dello Stato e Eisenower è il leader del mondo libero, ci sono due Germanie e si vive nel pieno della guerra fredda. Ricordi personali di un’altra epoca, di un altro mondo, per persone parecchio su con gli anni che ripercorrono la loro adolescenza; per gli altri, più giovani, se sono fortunati, cultura.Rodolfo Graziani, maresciallo d’Italia, cito da Wikipedia,marquis of Neghelli, was a prominent Italian military officer in the Kingdom of Italy's Regio Esercito, primarily noted for his campaigns in Africa before and during World War“. Una personalità illustre e, come tale, un vanto per la cittadina che gli ha dato i natali. Quante strade e piazze ci sono in Italia intitolate a Nino Bixio? Secondo me troppe, considerata la statura del personaggio, ma non trovo niente da obiettare se Genova lo ricorda fra i suoi figli più celebri, il che, ovviamente, non cancella la strage di Bronte, che mi tocca un po’ di più del modo deciso con cui Graziani represse i focolai di rivolta nelle colonie. E se qualche anima bella storce la bocca, gli ricordo il generale francese Juin, quello che, come Wallenstein in Germania durante la guerra dei Trenta anni, aveva scatenato le sue truppe nordafricane contro la nostra popolazione inerme; lui non ha ricevuto dall’Onu il marchio di criminale di guerra ma nel 1952 è stato messo a capo della Nato per il centro Europa e se ne è andato da questa valle di lacrime con tutti gli onori nel 1967.


Bene, un mausoleo, in realtà un modesto monumento funebre, in una cittadina del Lazio per il concittadino più illustre, non Landru, non Jack lo squartatore, non Erostrato, per andare sul classico, ma uno dei protagonisti della storia militare del nostro Paese, insieme a Diaz, Cadorna o al suo rivale Badoglio, ha fatto scattare l’accusa ridicola di apologia del fascismo. Personalmente non ho alcuna particolare ammirazione per i generali e la mia simpatia va piuttosto ai più umili fra i fantaccini che quelli mandano al macello ma la Storia non si fa con i sentimenti, le antipatie o le simpatie e nemmeno con la morale comune. Prendo atto che in un’epoca tragicamente densa si stagliano figure destinate a durare indipendentemente dalla loro caratura umana. Catilina vive ancora nella nostra memoria e non perché fosse uno stinco di santo: vizi e virtù vengono ingigantiti quando il caso o il disegno sotteso alla storia toglie alcuni dall’anonimato e ne fa attori di drammi e di crisi destinati a cambiare il destino dei popoli. Graziani è uno di questi, espressione di un’Italia lontana dallo stereotipo del mandolinaro o dell’arte di arrangiarsi: un Italia dura, capace di reggere senza emozione la perdita dei propri soldati, risoluta nello stroncare alla radice la guerriglia islamica guidata dall’imam Omar al-Mukhtar. Vicende lontane, non dissimili da quelle che hanno visto come protagonisti inglesi e francesi, che le hanno tranquillamente archiviate come parte del loro passato. A noi questo non è dato, con l’aggravante della menzogna, che, nel caso di Graziani, è senza ritegno. A ordinare la deportazione dei beduini e successivamente l’impiccagione pubblica del loro capo era stato Badoglio, non Graziani.


Il mausoleo dedicato a Graziani

Ma Badoglio nel 1943 aveva scelto di stare dalla parte dei vincitori, aveva guidato il primo governo dell’Italia “liberata”, aperto in un secondo tempo ai comunisti con la partecipazione dello stesso Togliatti. Quindi le colpe di Badoglio, se colpe sono, ricadano su Graziani, che, come tanti, preferì non tradire e scelse di stare dalla parte dei perdenti. E su questo ho letto con disgusto le parole con cui il rappresentante dell’Anpi, ancora!, chiedeva la condanna del sindaco di Affile lasciandosi andare ad un fantasioso excursus storico: nemmeno negli anni più bui dell’alto medio evo il più ottuso e invasato dei monaci aveva una visione così distorta della storia. Ma i compagni si erano già mossi a modo loro, prima di affidarsi al braccio della giovane magistrata (parole loro). Poche ore dopo la sua inaugurazione la tomba era già istoriata e commentata dalle mani dei ragazzi custodi dei valori della resistenza. E allora devo fare mea culpa e mi devo cospargere il capo di cenere. Ero convinto, e l’ho proclamato ai quattro venti tutte le volte che me ne è stata data l’occasione, che la nostra scuola non insegnasse nulla e che, in particolare, l’insegnamento della storia fosse aria fritta che non lascia traccia, che i nostri giovani saltellassero giulivi nel mondo senza il peso fastidioso di un sapere tutto sommato inutile. Mi accorgo ora che c’è gente ad Affile che sa tutto sulla conquista dell’Etiopia (quindi conosce anche la geografia), che ha familiarità con le vicende in Tripolitania e Cirenaica di un secolo fa e probabilmente è anche al corrente della vecchia ruggine coloniale italo-inglese e italo-francese. E che, of course, sa tutto su Graziani, e non lo scambia per un giocatore di calcio.

    Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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