TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 598 del 10 dicembre 2017
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Antifascismo: scomodità in pillole Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   

Antifascismo: scomodità in pillole

 Oggi, mentre scrivo, dovrebbe essere in corso un presidio antifascista presso il Matitino.

Aderisco in spirito, visto che i miei recenti problemi di salute mi impediscono di stare in piedi a lungo, e senz’altro approvo l’iniziativa di riprendersi le piazze tornando ad attivarsi e testimoniare il dissenso cittadino per certi preoccupanti rigurgiti.

Al tempo stesso mi trovo di fronte ad alcuni dubbi, che vorrei brevemente elencare.

a)   Siamo sicuri di riuscire a distinguere, e reagire di conseguenza, le azioni veramente preoccupanti che richiedono risposte ferme, da quelle che sono condotte  da quattro gatti in cerca di pubblicità, magari manovrati apposta, e andrebbero viceversa, non dico ignorate, ma ricondotte ai confini minimi che meritano?

b)   Siamo sicuri di avere tutti l’autorevolezza, la coerenza per poter indire manifestazioni e farsi portabandiera di valori fino a ieri lasciati ammuffire, spolverati giusto una volta l’anno con quattro parole di circostanza?

c)   Più importante, siamo sicuri di avere in mente e nei propositi le azioni giuste, le azioni efficaci e concrete che devono accompagnarsi alla sacrosanta indignazione, per porre un argine a certa melma ideologica?

d)   Last but absolutely not least, anzi, più importante di tutti, siamo sicuri che non convenga dedicare tempo ed energie adeguate all’analisi delle cause, di certi fenomeni, per neutralizzarle, piuttosto che focalizzarsi solo sulle conseguenze?

 

L’ultima domanda, in particolare, richiede una riflessione.  A partire dalla critica, per alcuni autocritica, che sarebbe doverosa.

Che certe conseguenze siano esecrabili e da condannare in toto, non implica che le cause a monte siano tutte altrettanto degne di condanna a priori.  Le cause, le cause vere e reali, le cause serie, hanno il brutto vizio di chieder sempre conto alla storia. Soprattutto a chi rifiuta di ammetterle.

Questa è una lezione che ci è stata già amaramente impartita tante, troppe volte. Ma che non abbiamo ancora imparato.

Preoccuparsi solo delle conseguenze ignorando il ribollire che è alla base, a volte non solo non basta, non risolve, ma addirittura può aggravare il fenomeno, essere controproducente, come quando si somministrano a un malato farmaci sintomatici senza fare una vera diagnosi del male, finendo per farlo dilagare.

Né con l’ideologia, né con i buoni sentimenti, né con le “ferme condanne” si riempiono le pance e si calmano le ansie e frustrazioni. Si tenta solo di mettere bei coperchi colorati a quelle pentole fumanti, sperando di impedire che altri malintenzionati le rovescino, finendo per ustionare tutti con quel liquido bollente.

L’unica, invece, è spegnere il fuoco.

Eliminando le cause, annulleremo gli effetti.

Ignorandole, o peggio ancora, bollandole e demonizzandole, li faremo esplodere.

I motivi, non credo di dire una novità, sono quasi sempre economici e sociali.

Hitler non era mica un tipino che da un giorno all’altro si è svegliato e ha deciso di fare il fuhrer, seguito con entusiasmo da tutta la Germania per amore dei suoi baffetti.

Né era soltanto, anche se farebbe comodo sbrigarsela così, un pazzo fanatico alle prese con una nazione di invasati.


Come ci insegna Hannah Arendt, solo ammettere l’umanità dei nazisti, ammettere che non sono mostri disumani, degli appartenenti a un’altra razza, ma solo una delle più orribili sfaccettature della nostra, sarà il primo passo per capire, condannare, e di conseguenza impedire e prevenire per il futuro.

Senza andare troppo sul filosofico, si tratta di ricordare le condizioni in cui versava la Germania dopo la prima guerra mondiale: strangolata, umiliata dai vincitori, che con le clausole stesse dei trattati le impedivano di risollevarsi dalla devastante situazione economica in cui si trovava, le impedivano persino di pagare il suo spropositato debito.

Un debito troppo grande per essere ripagato, che continua a impoverire il debitore, soggetto a prescrizioni sempre peggiori, a clausole sempre più rigide, che non faranno che precipitarlo in una spirale di impoverimento irreversibile.

Non vi ricorda qualcosa?

In questi casi esiste sempre il rischio evidente, grave e immediato, delle situazioni di degrado e fermento: la ricerca del capro espiatorio. Frustrazione, ira, povertà, imbarbarimento della cultura e crisi del sociale sono un mix esplosivo, che aggiunto alla umana tendenza a cercare soluzioni facili e immediate da capire, ancorché sbagliate, ai problemi complessi, produce mostri.

La rabbia cerca uno sfogo.  Non se la prende con chi ci impoverisce, con chi vive alle nostre spalle, con chi ci prende in giro, con chi coltiva corruzione e ingiustizia, coi veri responsabili, insomma, anche perché questi stanno bene attenti a stare sottocoperta e a mandare avanti spauracchi assortiti, ma con i più facili “colpevoli”.


Allora furono gli ebrei, oggi possono essere gli immigrati, a essere il fulcro di nuovi fenomeni autoritari e fascismi.

Non basta esecrare, non basta condannare. Occorre capire i motivi che stanno alla base, provare a immedesimarsi, anche se è difficile, in chi cede a queste suggestioni e capire perché. Altrimenti, non meravigliamoci se queste persone saranno sempre di più, se sarà l’insospettabile vicino di casa o quella signora tanto gentile.

Occorre evitare di alimentare le fiamme con azioni che possano apparire provocatorie, come nuove ingiustizie sociali, non essere ciechi e sordi nel proprio convincimento e ritenersi superiori a prescindere.

La superiorità si dimostra, non si presuppone. Non bastano le dichiarazioni di intenti, quando poi i fatti parlano al contrario.

Non è una novità che tutta l’Europa, impoverita, impaurita, stia andando pericolosamente a destra. Da noi il fenomeno è stato frenato dalla presenza di una opposizione nuova, che ha cercato di dar voce in modo costruttivo e civile al malcontento, di riformare il sistema, spegnendo in qualche modo la miccia o almeno rallentandola.

Nessuno ce l’ha riconosciuto, anzi, tutti a darci addosso.  Col risultato che, più noi siam attaccati, indeboliti, e dobbiamo difenderci dal sistema che ci accerchia, più quella miccia, sotto sotto, da qualche altra parte, continua a bruciare, quella pentola a bollire sempre più forte.

I partiti dei vari governi, anche quelli che, almeno sulla carta, avevano la maggiore responsabilità verso il sociale, il PD in primis, hanno contribuito diligenti ad alimentare le fiamme, con tutte le loro leggi iperliberiste e l’ossequio ai disastrosi dettami europei, che tengono in conto solo gli interessi macroeconomici e tendono a trasformarci in numerini insignificanti, consumatori sostituibili.  Con le loro riforme per limitare la democrazia effettiva, e quindi la voce stessa dei cittadini. Con i referendum ignorati. Con le istituzioni e i servizi privatizzati e distrutti. Con le leggi elettorali arbitrarie, asimmetriche e devastanti, per escludere qualcuno e favorire altri.

 

Possono dunque, questi partiti, a cuore sereno, manifestare contro il fascismo?

Una riflessione finale sul luogo del presidio, amaramente simbolico. Certo, è stato scelto per la vicinanza con l’esecrata sede, ma può ben prestarsi ad altre considerazioni.

Un non luogo, astratto e freddo e avulso dal contesto.  Una inutile speculazione edilizia delle tante, con vetrine vuote e polverose, uno spiazzo lastricato, palazzoni, una parodia di giardino, piazzati in mezzo a un quartiere.

Con un’area dismessa e abbandonata di fronte, un tempo deposito produttivo, che da anni attende paziente il realizzarsi di un’altra improbabile palazzata, i grattacieli a piani sfalsati “gnocchi alla romana”, fieramente avversata dalla Circoscrizione, stesso colore politico di chi amministrava, ma più vicina ai cittadini del quartiere, finché una provvidenziale riforma non ha cancellato le circoscrizioni stesse, e il decentramento promesso a parole è finito in nulla. Un problema in meno.

 

Se non si riescono a intuire i collegamenti, vuol dire che siamo ben lontani dal capire. Ecco, è anche su questo, che dovremmo riflettere. Sul degrado del tessuto sociale, sulle decisioni in spregio dei cittadini: anche su questo prosperano e si alimentano quei mostri del passato che tanto vorremmo esorcizzare.

Avendo il coraggio di inversioni di rotta, di ammissioni di responsabilità, di politiche che spengano le fiamme alla base, mentre si intraprendono azioni ferme ed esemplari per fermare gli effetti.

Altrimenti, anche vedendo la cecità indifferente, incosciente o colpevole con cui tutti, dall’Europa in giù, vanno avanti imperterriti ignorando gli allarmi, rimarrebbe in piedi solo l’ultima domanda, ancora più pericolosa delle precedenti:

e)   siamo sicuri che qualcuno, a molti livelli, non ci marci, retoricamente e superficialmente, su queste divisioni ideologiche vere o presunte, sulla creazione/strumentalizzazione di episodi e personaggi, per distogliere l’attenzione da altri problemi, colpe, decisioni e responsabilità, per un pericolosissimo divide et impera, l’ennesimo, sul filo del rasoio della storia?

Perché in quest’ultimo caso, sapremmo già come va a finire, da tutte le puntate precedenti: malissimo in generale, con i fenomeni e i personaggi che sfuggono al controllo di chi credeva di manovrarli e usarli, con le energie negative incanalate verso pessime evoluzioni, che richiedono quasi sempre un gravoso tributo per essere combattute e sconfitte.

Siamo ancora in tempo. Cambiamo rotta.  

Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

 

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