di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Un voto vale un voto, ma non sempre Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Un voto vale un voto, ma non sempre
Le grandi manovre della sinistra per rimanere a galla

 Quello che è successo ad Ostia è di una gravità eccezionale e dispiace che la stampa di opposizione (ma sarà vera opposizione?) non gli abbia dato alcun risalto. Non mi riferisco alla testata, alla quale è stato riservato più clamore che alla strage del Bataclan. Mi riferisco alla militarizzazione della città in occasione del voto, aggravata dalle giustificazioni che ne sono state date e dai commenti che ne sono seguiti.


I signori sacerdoti della costituzione e paladini della democrazia quando parlano di voti mafiosi o di voti fascisti calpestano e infangano l’una e l’altra. Perché il voto in democrazia è sacro, da chiunque provenga, stante il fatto che chi esprime il proprio voto è un cittadino che gode dei diritti politici, ed è un cittadino benemerito perché si prende la briga di esercitarli. Lascio perdere il fascista, che non significa assolutamente nulla: storicamente e politicamente il fascismo si affermò in antitesi al bolscevismo ed esaurì la sua funzione con la sua liquidazione; dopo il 1925 coincise con la dittatura di Mussolini. Roba da libri di storia. Il mafioso è uno condannato per mafia, che a votare non ci può andare perché il certificato elettorale gli è stato ritirato insieme alla libertà personale. Se potesse votare e lo facesse, il suo gesto atterrebbe al suo essere cittadino non al suo essere mafioso: la persona, fosse pure il peggiore delinquente, non è mai l’incarnazione del Male ma non è nemmeno l’incarnazione della mafia.


 Nei suoi affetti o nei suoi gusti estetici il mafioso è un uomo, non è la mafia. I voti, dunque, non sono né mafiosi né fascisti più di quanto non siano verdi o gialli e in democrazia un voto vale qualsiasi altro. Ma questo è un concetto difficile da accettare da chi storicamente ha assunto la democrazia “borghese” non come fine ma come mezzo per la conquista del potere ed ha giocato sull’ambiguità del termine: potere del popolo, cioè della nazione, o potere del popolo, cioè il proletariato, i lavoratori, la classe operaia. Ed è appena il caso di rimarcare che, in questa seconda accezione, le espressioni proletariato, classe operaia, lavoratori non hanno alcun contenuto reale, sono solo indicatori di minoranze, spesso facinorose come i centri sociali, che si arrogano il diritto di rappresentare tutta la nazione. Questa circostanza spiega come mai i comunisti di ieri e di oggi hanno sempre considerato i loro voti più pesanti, più significativi, più veri di quelli degli avversari politici, ai quali, se potessero, impedirebbero l’accesso alle cabine elettorali. I più anziani dovrebbero ricordare che, a guerra finita e avvicinandosi le prime consultazioni elettorali, i compagni non erano affatto entusiasti del suffragio universale maschile e femminile perché sostenevano che il voto delle donne sarebbe stato influenzato dai parroci. E nei manifesti elettorali del 1948 denunciavano la partecipazione al voto delle suore, che, dicevano, avrebbero dovuto rimanere chiuse nei loro conventi. Insomma, il lupo comunista perde il pelo, ha perso anche il nome, ma il vizio non lo perde.


Il voto del 1919 era sacro perché avevano vinto loro, quello del 1922 era falsato perché avevano perso. Nel quarantotto il voto avrebbe dovuto sancire una vittoria conquistata sul campo e così non fu: il Fronte Popolare, nonostante cercasse di nascondere la falce e martello dietro la faccia rassicurante di Garibaldi, uscì sonoramente sconfitto dalle elezioni. Nasce così il mito della Resistenza tradita, un misto di frustrazione, di rabbia, di risentimento che ha alimentato a lungo l’illusione di poter riprendere le armi e, in alternativa, il tentativo di delegittimare il voto, “perché hanno votato anche i morti”,” perché al sud i voti sono stati comprati”, “perché il Vaticano si è schierato dalla parte dei padroni”. È crollato il muro, si è dissolta la “gloriosa Unione sovietica, patria del socialismo”, comunisti e affini sono spariti dall’Europa, in tutti i Paesi occidentali è presente una dialettica politica fra schieramenti diversi, partiti e coalizioni si alternano alla guida dei rispettivi governi, non ci sono buoni e cattivi, giusti e reprobi, amici e affamatori del popolo ma programmi che si confrontano e modi diversi di intendere l’interesse della nazione. E quando si è votato in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, nei Paesi scandinavi o in Polonia a nessuno è venuto in mente di affermare che il voto è inquinato perché l’avversario ha ricevuto i voti di gente brutta e cattiva. Da noi è successo: in Sicilia, dove i compagni hanno preso un anticipo della mazzata che li aspetta a primavera, si susseguono dichiarazioni sul voto mafioso e nelle procure rosse ci si lambicca su come mettere i bastoni fra le ruote della nuova giunta.

 

Poi c’è stata la controprova, Ostia e i compagni hanno realizzato che la loro unica carta è l’astensione e che per poterla giocare bene bisogna preparare bene il terreno. Il voto deve essere screditato e il clima in cui si svolge deve essere teso. Occorre fare in modo che non solo gli incerti rimangano a casa ma anche i ragazzi, indifferenti ed estranei alla politica, e gli anziani, intimoriti. Servono una bella fantasmagoria di incriminazioni che colpiscano liste ed esponenti di spicco della destra e dei Cinquestelle, provocazioni alle ali estreme della coalizione, qualche sede del partito che prende fuoco e, perché no, qualche botto da attribuire ai fascisti con conseguente mobilitazione sindacale e proclami allarmati dell’Anpi, l’associazione dei partigiani che non muoiono. Con gli scioperi ci andranno cauti, perché sanno di rischiare parecchio ma in realtà tutta l’operazione è comunque rischiosa. Infatti lo scopo che i compagni debbono ottenere è quello di tenere lontano dai seggi elettorali il maggior numero possibile di persone ma se esagerano nell’intimorire la gente possono ottenere l’effetto contrario e di questi tempi, con quello che hanno combinato, nemmeno il più ottimista fra di loro può pensare che una mobilitazione popolare li favorirebbe.


  D’altronde senza l’astensione non hanno alcuna possibilità di competere. Loro possono contare, a dir tanto, su un elettorato stabile non superiore al 12% del corpo elettorale. Va infatti detto che la grande finanza, l’industria parassitaria, la nomenklatura di cui il Pd e la sinistra sono espressione diretta, i salotti radical in termini elettorali non valgono nulla; il loro elettorato stabile e numericamente significativo è rappresentato dai piccoli e piccolissimi beneficiari del potere rosso: bidelli, assegnatari di case popolari, dipendenti delle cooperative legate al partito, tutta la moltitudine dei piccoli ras locali assurti al controllo degli enti locali e delle aziende municipalizzate. Questo dodici per cento, di per sé prodromo della scomparsa dalla scena politica italiana di questa sinistra, diventa però il 24% se metà degli elettori rimane a casa e lo scenario che si apre è raccapricciante. Se, infatti, riesce il piano di affondare il centrodestra con la zavorra Berlusconi e di provocare una diaspora fra i Cinquestelle quel 24% potrebbe essere sufficiente per mantenere il potere.

  Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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