TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 591 del 22 ottobre 2017
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
La tentazione del separatismo Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
La tentazione del separatismo 
Le piccole patrie di chi odia la Patria

 La Spagna moderna nasce col matrimonio di Isabella, regina di Castiglia e Ferdinando, re di Aragona, al termine di lunghe e complesse vicende dinastiche ed è suggellata dalla presa di Granada che, nel 1492, con la cacciata dei musulmani dall’ultimo lembo della penisola, concludeva la reconquista. Come tutti gli altri grandi Paesi europei la Spagna è un prodotto della geografia, della storia, della cultura e, in buona misura, del caso, che ha favorito l’aggregazione di comunità organizzate più o meno stabili, nate dalla disgregazione dell’impero romano e accomunate dalla religione cattolica. Dopo l’invasione araba, la lotta contro i musulmani celebrata nel poema nazionale, il Cid, è stata il principale fattore unificante che ha relegato nel folklore, nel costume, nelle parlate locali le antiche autonomie. E quando il castigliano, un po’ come è accaduto per l’Italia col il toscano, si è imposto come lingua nazionale è rimasto nelle province dell’antico regno di Aragona l’uso del catalano, con la dignità di lingua letteraria e politica. Questa circostanza, unita ad un diverso sviluppo economico, ha alimentato un forte sentimento identitario e l’aspirazione ad una Catalogna indipendente, soffocati dopo la guerra civile. Nella Spagna post franchista la Catalogna si è vista riconosciuta una notevole autonomia politica e amministrativa, che non è valsa però a sopire la rivalità fra le due capitali, Madrid e Barcellona, alla quale ha contribuito non poco il gioco del calcio.

Ma che Stato sarebbe la Catalogna indipendente? Poco più di 32.000 km² per sette milioni e mezzo di abitanti, un po’ più piccolo del Baden-Württemberg, non molto più grande della Lombardia, che di abitanti ne hanno dieci milioni. La Svizzera con i suoi 43.000 km² e otto milioni e mezzo di abitanti è uno staterello che deve la sua importanza al suo essere un deposito bancario, alla sua neutralità nei grandi conflitti europei e, secondo la celebre battuta di Orson Welles, all’orologio a cucù. La Catalogna, già nel primo decennio del secolo scorso, per il suo maggiore sviluppo industriale e commerciale, mostrava insofferenza per il resto del Paese, ancorato ad un’economia sostanzialmente agricola. Un gap che a distanza di un secolo non si è ridotto, tanto che la regione è ora considerata una delle quattro “locomotive” europee. Siamo sicuri che la Catalogna indipendente o la Lombardia e il Baden Württemberg fuori dall’Italia e dalla Germania continuerebbero ad essere delle locomotive? Ne dubito fortemente. È curioso come quegli stessi che predicano il globalismo in economia e ci ricordano continuamente che viviamo all’interno di una rete che copre l’intero pianeta, che non si può considerare in astratto l’andamento dei consumi e della produzione in un singolo Paese, pensino poi di isolare una singola regione e ne considerino, astraendola dal suo contesto geopolitico, la ricchezza e le potenzialità. Mi verrebbe da adattare l’apologo di Menenio Agrippa: ammesso che la Catalogna sia la testa della Spagna, una volta staccata dal corpo si pensa che possa funzionare come prima? La Spagna è un grande Paese sacrificato dalla politica continentale di Bruxelles e dall’asse franco-tedesco – più tedesco che franco–; una volta mutilato perderebbe definitivamente il contatto col gruppo di testa dell’Europa, vedrebbe riacutizzarsi la questione basca e rischierebbe la disintegrazione. Si dice che l’Unione europea abbia scoraggiato il secessionismo catalano. Sono convinto del contrario, nonostante le dichiarazioni ufficiali.


Sia che l’Europa prosegua sulla strada della snazionalizzazione voluta dai fanatici di Ventotene e sponsorizzata dai poteri che non sono più tanto occulti, sia che prenda corpo un improbabile asse franco-tedesco, sia che, com’è più probabile e sta già accadendo, la Germania porti a compimento il disegno egemonico hitleriano, in tutti questi casi torna utile lo smembramento della Spagna e l’africanizzazione dell’Italia. Intanto, comunque vada a finire, politicamente e moralmente la Spagna ha subito un colpo dal quale non vedo come potrà riaversi. Inerte di fronte alle iniziali chiassate studentesche, con forte connotazione rossa e la partecipazione attiva dei nostri “antagonisti”, il governo madrileno si è mosso con colpevole ritardo, ha lasciato che le autorità catalane violassero impunemente la legalità e infine si è scatenato contro folle di cittadini inermi convinti di esercitare un loro diritto al voto. Le foto taroccate hanno fatto il resto. Il voto, in un clima meno esasperato, sarebbe stato deludente per i secessionisti sia per l’affluenza alle urne sia per il risultato e, comunque, non avrebbe sortito alcun effetto pratico. Purtroppo, per calcolo, viltà o dabbenaggine, tutti gli organi di informazione, rete compresa, fanno passare le manifestazioni chiassose di una minoranza per espressione della democrazia. Centomila persone che scendono in piazza contano più di cinque milioni che restano a casa o si fanno i fatti propri. Ma la volontà popolare non è delegata a qualche centinaio di teppisti che incendiano cassonetti, com’è accaduto troppe volte dalle nostre parti, e, in generale, non si esprime nelle piazze ma nelle urne. E in questo caso le urne, nonostante tutto il battage internazionale di destra sinistra e centro, dicono che il 60% dei catalani vogliono rimanere spagnoli. Stupefacente l’atteggiamento dei nostri media nei confronti del discorso tenuto dal re. I nostri giornalisti evidentemente non sanno che il re, come da noi il Capo dello Stato, è prima di tutto garante dell’unità nazionale: tutte le altre attribuzioni, in una democrazia parlamentare, sono fuffa. Ad un’ipotesi di secessione Filippo VI non poteva fare alcuna concessione: lui doveva semplicemente, come ha fatto, affermare in modo secco e rigido che la Spagna è una e indivisibile. Né ci si poteva aspettare che il re screditasse un corpo dello Stato deplorando le violenze della polizia. Questo è compito del governo. Resta la ferita che indebolisce il Paese proprio in un momento in cui il suo ruolo per la difesa del Mediterraneo dall’attacco islamico è decisivo e non è un caso che la ferita si sia aperta proprio nella città che, in mano a minoranze esaltate e dissennate e sulla spinta di torbidi interessi, ha fatto dell’accoglienza la sua bandiera.


E in Italia, con singolare tempismo, va in scena l’inutile referendum consultivo sull’autonomia. Invece di premere per l’abolizione degli sciagurati statuti speciali se ne vogliono di nuovi dando corpo al fantasma bossiano della Padania che si stava dissolvendo. Patetica la difesa che ne ha fatto Maroni, da cui si è capito solo che non vuole insegnanti meridionali. Sull’insofferenza verso i terùn si poteva anche sorridere fino a qualche tempo fa. Ora, di fronte all’invasione africana e alla minaccia portata al cuore della nazione, non più. Un referendum che non servirà a nulla ma che ha avuto il sospetto assenso dei compagni e che un risultato l’ha già ottenuto: quello di scompaginare il campo del centrodestra.

 Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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