TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 676 del 15 settembre  2019
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Fra tonache e grembiulini. Dove va la Chiesa? Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Fra tonache e grembiulini
Dove va la Chiesa?

 La massoneria è una cosa rispettabile, per ciò che ha rappresentato nell’età dei lumi o nel nostro Risorgimento, i massoni, quelli di oggi, un po’ meno. E quando ascolto l’inno massone che l’Europa si è data, quando osservo la fitta ragnatela di favori, di scambi, di ricatti tessuta ad ogni livello in nome della fratellanza universale e la proietto in una dimensione mondiale, gli sparsi pezzi del mosaico in cui trovano posto la Cecenia prima l’Ucraina dopo, le primavere arabe il terrorismo e i flussi migratori, tendono a ricomporsi e il quadro che ne risulta è raccapricciante. Acquistano un senso i maneggi di Soros, le vicende interne e le oscillazioni della politica estera americane, la demonizzazione imposta dai media al sovranismo o al populismo e acquistano un suono sinistro le parole di Bergoglio sul dovere dell’accoglienza e non sembrano più frutto di improvvisazione le farneticazioni che circolano nel mondo accademico, non solo nostrano, sugli scenari demografici e geopolitici.


Sono in gioco le identità nazionali, il primato dell’individuo, il patto sociale su cui si fondano gli Stati, la libertà di pensiero, i sistemi di riferimento valoriali, l’apertura verso il futuro nel solco del passato. Le sirene di un ordine mondiale, della globalizzazione, di una religione universale, coprono semplicemente il fatto che la plutocrazia è apolide, sovranazionale, priva di radici, riflettono come uno specchio deformante l’eredità illuministica, volterriana o lockiana, incapsulata nella massoneria. È una storia che ritorna, una storia che è già costata cara all’Europa e all’umanità intera, che ha prodotto per reazione il frutto avvelenato della crociata nazista contro la plutocrazia giudaico-massonica culminata nell’infamia della Shoah, che impone di ripensare ai mai chiariti rapporti fra magnati americani e comunisti russi, una storia che nella versione attuale è incarnata dall’economia virtuale e dal primato della finanza, che ora sembra avere il suo centro nella Silicon Valley. Di quel primato questa Europa lontana dai popoli, antinazionale, burocratica, è l’espressione più diretta e l’Italia, insieme al mondo arabo, il bersaglio più facile. Più facile perché il suo ceto politico e imprenditoriale ne è capillarmente infiltrato, perché ha trovato nel Pd e nella sinistra il suo docile strumento, per la presenza di una Chiesa di cui non si riescono più a capire il ruolo e le finalità ma che sicuramente è un tarlo che erode le basi etiche e culturali della nazione. Gli Stati europei meno vulnerabili, complici di fatto di Bruxelles e di chi sta dietro a Bruxelles, i fautori del nuovo ordine mondiale, stanno alla finestra a guardare l’invasione africana dell’Italia, i cui governanti oscillano fra la soddisfazione per i benefici spirituali e materiali che l’accoglienza comporta e il sommesso piagnisteo per l’esser lasciati soli a sopportarne il peso. Sia chiaro: l’Italia va incontro a una tragedia apocalittica e già questa generazione sarà protagonista e vittima di rivolgimenti che la manderanno in frantumi, ma con le enclave ben radicate in tutta Europa, da est a ovest, da nord a sud, ci si accorgerà che aver perso la penisola segnerà il destino dell’intero continente.


Il fatto che Bergoglio non indulga alle forme più grossolane di devozione popolare non giustifica il giudizio tranchant di cattolici tradizionalisti come Socci, che non sembra aver chiaro il confine fra religiosità e superstizione, ma insinua dubbi assai più inquietanti e invita a riflettere sulla direzione imboccata dalla Chiesa. Può essere, quella del papa argentino, la volontà di depurare la fede dalle incrostazioni di un’idolatria materialistica per ricondurre il mistero nella sua dimensione spirituale e intimistica; può essere un disegno volto a rafforzare il cristianesimo che sta uscendo sconfitto dal confronto con l’islam sul piano strettamente teologico, come già era successo ai tempi della polemica sul culto delle immagini sacre (l’iconoclastia); può essere però anche il desiderio di rendere compatibili islam e cristianesimo favorendo l’assimilazione fra Cristo e il profeta. A me, laico, quest’ultima ipotesi sembra una resa incondizionata non solo al teismo di stampo massonico ma all’aggressività islamista. L’insistenza sulla comune sorgente delle religioni monoteistiche ha il solo effetto di confondere le coscienze. Il dibattito teologico è uno specchietto per le allodole: in soldoni abbiamo da una parte una religione fondata sul perdono, sulla carità, sulla tolleranza – è questa la specificità della “buona novella” –, dall’altra una religione fondata sulla sottomissione a Dio; da una parte un dio vicino, tanto vicino da essersi umanizzato per condividere le sofferenze dell’uomo, a cui raccomandarsi, dall’altra un dio lontano da servire punendo e sottomettendo chi non ne riconosca l’autorità. Quel che c’è di buono, di umano, di positivo nel cristianesimo è proprio ciò che lo distingue dalla sottomissione islamica, è la Croce, mentre la sovrapposizione fra le due religioni salva una falsa trascendenza, un teismo radicato nella tradizione orientale del dio guerriero, proiezione del potere sovrumano del monarca, quando la nazione era impersonata dal sovrano divinizzato e nelle battaglie combatteva il dio. Nei secoli della grande fioritura culturale araba c’era stata un’evoluzione in direzione di un teismo astratto, mutuato dalla tradizione platonico-aristotelica, ma non è sopravvissuta alla crisi del califfato.


La regressione politica e culturale del mondo islamico ha comportato anche il ritorno ad una concezione primitiva, barbarica, violenta e fondamentalmente stupida della divinità. Bergoglio glissa su tutto questo e insiste su un concetto ovvio: non esiste un dio dei cristiani ma semplicemente Dio. Ed evita di riconoscere che Dio non ha bisogno né delle preghiere né dell’amore degli uomini, perché fra le preghiere, l’amore, l’obbedienza e la sottomissione al suo presunto volere il passo è breve e, tagliati i rami dei culti accessori e confinati in un angolo gli aspetti favolistici sedimentati nella tradizione cristiana, quelli cari a Socci, di fatto spiana il cammino per la sussunzione di cristianesimo e islamismo all’interno di un’unica fede. Il che potrebbe anche non essere il peggiore dei mali se non fosse per gli altri aspetti di quella regressione e dell’eterocronia nello sviluppo culturale e politico del mondo occidentale rispetto a quello arabo. Nel primo il nesso originario fra potere politico, religione e morale si è completamente dissolto e la religione ha progressivamente perso il suo carattere comunitario accentuando la sua connotazione intimistica, privata e personale; nel secondo quel nesso si è irrigidito e gli aspetti esteriori e comunitari della fede si sono esasperati, anche per compensare l’interruzione del processo di maturazione politica, della quale pesa sull’Occidente una parte cospicua di responsabilità. E allora, detta in soldoni, sarà anche vero che Dio è sempre lo stesso qualunque sia il modo in cui viene concepito e pregato ma non è semplice trovare il filo che unisce il Grande Architetto col dio di Pascal e Allah akbar. In occidente Dio è sempre più il risultato di una scoperta individuale e la stessa preghiera collettiva è più la somma di preghiere individuali che un momento di coralità spersonalizzante. Non mi interessano la dottrina e la difficoltà di conciliare il dogma trinitario col rigoroso monismo coranico: sono cose che riguardano i teologi, che con le armi della dialettica hanno saputo sciogliere nodi ben più intricati. È all’aspetto pratico della fede, al modo in cui viene vissuta e praticata che mi riferisco. La religione privata dei cristiani mal si accorda con quella collettiva dei musulmani, che mantiene le caratteristiche care ai poteri che intendono servirsene. La religione, nel suo ruolo originario di collante sociale, è un formidabile strumento identitario, come accadeva nelle poleis greche; quando poi alla esteriorità del rito si somma l’adesione personale essa diventa un altrettanto formidabile strumento per il controllo delle coscienze. La Chiesa questo controllo l’ha perso e con esso rischia di perdere la sua ragion d’essere. Una religione universale fortemente connotata dall’islamismo le consentirebbe di riprendere quel controllo e, con esso, la sua funzione. Si dirà: ma l’impronta massonica non le imporrebbe una direzione diametralmente opposta? In uno scenario planetario dove il potere è concentrato nelle mani di un’oligarchia, il libero muratore può attendere senza problemi alla manutenzione del suo edificio con l’opera delle formichine operaie, docili obbedienti e cloroformizzate. Del resto, seppure in forma larvata, una doppia religione il cristianesimo già la conosce, una rivolta verso la terra, l’altra verso il cielo, come ha già conosciuto e praticato la dottrina della doppia verità.


La religione è l’oppio dei popoli, è un prodotto della struttura sociale, la spiritualità è una compensazione per la privazione di beni materiali. Personalmente sono convinto che queste tesi di Marx, e soprattutto l’ultima, siano solenni sciocchezze. La spiritualità è un lusso che una società pressata dai bisogni primari non si può permettere. La spiritualità è anche un lusso che un’intelligenza tutta risolta nella soluzione di problemi pratici non si può permettere. Ma confondere religione e spiritualità è una sciocchezza anche maggiore. Così com’è stupido confondere forme diverse di religiosità, che possono avere o avere avuto funzioni sociali e significati diametralmente opposti. Che il cristianesimo sia stato, e in qualche misura sia tuttora, un potente strumento di controllo sociale è fuori dubbio. Un sistema dispotico ha bisogno di fede, non necessariamente teologica, e ha bisogno di sacerdoti. Così è stato per i lunghi secoli del medio evo e dell’età moderna in Europa. Così è stato nei Paesi del socialismo reale, così è stato per le masse intossicate dall’ideologia, brutta parola per indicare una serie di slogan e di suggestioni di forte capacità identitaria. Ma ora non più. Non solo singoli individui o ristrette minoranze ma popoli interi si sono risvegliati dal sonno della ragione e le piazze esaltate, le standing ovation, il culto del capo sono solo un ricordo come le folle ispirate in processione dietro il santo patrono. Lo spirito vince sulla materia, anche in fatto di fede. Ma la fede spiritualizzata esclude la Chiesa, tutte le chiese, per quanto il materialismo escatologico le presuppone e le rafforza, quale che sia la forma che esse assumono, anche quella di un’organizzazione armata. E se dovesse essere che per salvare se stessa la Chiesa romana venisse a patti con quel materialismo per la pretesa illusoria di inserirsi in un ipotetico nuovo ordine planetario che supera identità e culture nazionali, il risultato sarà che, con buona pace di Soros, della Silicon Valley e dei grembiulini, l’utopia rimarrà tale ma le centinaia di migliaia se non milioni di africani musulmani fatti entrare nel Paese per volontà del Vaticano e del Pd resteranno una presenza concreta e reale capace di snaturarlo e una zavorra che lo farà affondare.


Per concludere…

Il volterriano Candid, anima semplice e ingenua, memore delle chiese trasformate in moschee, a cominciare dalla basilica di santa Sofia a Costantinopoli, della conversione forzata di cristiani e di moriscos, delle stragi reciproche, di un’Europa cementata dalla guerra infinita contro l’islam, memore dell’epopea della reconquista, con in mente l’immagine del profeta ficcato da Dante nel più profondo buco dell’inferno, memore infine del testo di Tommaso contra averroistas su cui si fonda l’edificio dottrinario della Chiesa, si guarda intorno sbigottito. Vede torme di musulmani sbarcare quotidianamente nel centro della cristianità senza che da San Pietro si levi una voce per fermarle, poi ascolta incredulo il papa che invita all’accoglienza i fratelli africani che scappano dal caldo e dal lavoro fingendo di non sapere che sono nemici giurati dei “crociati” e della fede cristiana, poi gli giunge la voce dei vescovi che sul loro giornale si disperano perché quelle torme sono meno numerose di quanto vorrebbero, poi sente dire che al vertice della gerarchia sono in affari con le Ong, e in combutta con le cooperative e si accorge che in basso la mediazione dei sacri testi e il predicozzo sulla fedeltà coniugale sono sostituiti dalla sfrenata propaganda per lo ius soli. Candid è disorientato, si chiede, sgomento, come tutto ciò abbia avuto inizio ma il suo creatore, che conosceva i suoi polli, non se ne sorprende: lui, cinico e disincantato, sapeva bene che a Roma, ora come allora, lo erano anche di più e sapeva anche che, come in ogni monarchia assoluta che si rispetti, da quelle parti i pastori non sono vincolati dalle verità che tengono avvinto il loro gregge.

 Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

 

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