TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 586 del 17 settembre 2017
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Che cosa è il razzismo? Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

CHE COS’E IL RAZZISMO?

 A scanso di fraintendimenti, equivoci o malintesi è bene partire dal vocabolario della lingua italiana (nella fattispecie quello di Nicola Zingarelli, Casa Editrice Zanichelli, Bologna):

razzismo [fr. racisme, da race ‘razza’ col suff. -ieme; 1932] s. m. 1 Ideologia che, in base a un’arbitraria gerarchia tra le popolazioni umane, attribuisce superiori qualità biologiche e culturali a una razza, affermando la di conservarla pura e legittimando discriminazioni e persecuzioni nei confronti delle altre razze considerate inferiori. 2 (est.) Atteggiamento di disprezzo e intolleranza verso determinati individui o gruppi, basato su pregiudizi sociali radicati.

razzista [1907] A s. m, e f. (pl. m.  -i) Aderente al razzismo. B agg. Razzistico.


Naturalmente queste definizioni presuppongono come acquisita la nozione di ‘razza’; anche se, come ormai tutti (o quasi) sanno, la divisione dell’umanità in razze diverse non ha nessun fondamento scientifico: le teorie razzistiche vennero ufficialmente confutate dopo la seconda guerra mondiale dalla “Dichiarazione sulla razza” del 1950, in cui l’Unesco, sulla base degli studi sulla genetica delle popolazioni, decretò l’inesistenza delle razze umane. Questo non significa che, nel linguaggio corrente, si continui a parlare di razza e di razze, e quindi anche di razzismo e di razzisti, anzi, da qualche decennio a questa parte, questi termini sono tornati a circolare con frequenza crescente sui media e nei discorsi comuni, in seguito al dilagare di comportamenti razzistici (soprattutto nei confronti degli immigrati) tanto che qualcuno, già sul finire del secolo scorso a all’inizio del nuovo millennio,  ha parlato di ‘nuovo razzismo’ (cfr. Pierre-André Taguieff, Cosmopolitismo e nuovi razzismi. Populismo, identità e neocomunitarismi, Milano, Mimesis, 2003).

Ma qual è la differenza tra il razzismo pseudoscientifico o storico che fiorì tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento e  il nuovo razzismo tipico del tempo presente? Il razzismo con pretese scientifiche è caratterizzato del determinismo genetico-ereditario  secondo il quale la razza bianca (o ariana) ha raggiunto un livello evolutivo superiore alle altre, non solo sul piano biologico ma anche su quello intellettuale e morale, secondo la teoria  che il conte Joseph Arthur de Gobineau ha esposto nel suo Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1854); su quest’opera e sul darwinismo sociale è basato il cosiddetto razzismo biologico o scientifico a cui diede un notevole contributo anche il nostro Cesare Lombroso con L’uomo delinquente (1876). Gli ideologi nazisti si ispirarono in particolare all’opera I fondamenti del diciannovesimo secolo di H. S. Chamberlain, un seguace di de Gobineau che vedeva nel ceppo indogermanico l’esempio più puro della razza ariana. Il nuovo razzismo non rivendica più una superiorità biologica ma socioculturale, e insiste sulla necessità di salvaguardare l’identità nazionale minacciata dalla cosiddetta ‘invasione’ da parte soprattutto di profughi e migranti africani. Certo è che, come ha scritto Luigi La Spina su La Stampa del 19 agosto 2017, “…sembrano infittirsi i casi di razzismo, più o meno velato, più o meno ipocritamente giustificato, che le cronache ferragostane ci raccontano. Dopo il rifiuto di far cantare al ‘Verona Music Festival’ una ragazzina di cittadinanza italiana, ma di colore, ieri si è saputo che a Margherita di Savoia, nel Barese, è stata negata la casa a coniugi italiani, ma di origine cubana.


Nei giorni scorsi si erano ripetuti altri casi di donne escluse dal mondo del lavoro a causa del colore della loro pelle. La sensazione che l’intolleranza a sfondo razziale sia in aumento nel nostro Paese, se dovesse essere confermata nei prossimi mesi, è piuttosto allarmante, perché è sicuramente falsa l’opinione che il fenomeno migratorio sulle nostre coste si possa fermare. Il problema è di così vaste e complesse dimensioni che potrà e dovrà essere controllato e regolamentato sia in sede governativa, sia, e soprattutto, auspicabilmente, in sede europea. Ma concepire e divulgare l’idea che sia praticabile un completo blocco di tali ondate migratorie vuol dire alimentare colpevolmente nell’opinione pubblica una illusione foriera di gravi pericoli”. Quali? Per esempio il rischio per la tenuta democratica del Paese evocato dal ministro Minniti a Rimini. Rischio reale? Mah! Per il filosofo Massimo Cacciari, Minniti commette l’errore di rincorre la destra nel suo stesso terreno nell’illusione di sottrarle consensi, se quel pericolo fosse reale, spiega ad Alessandra Longo che lo ha intervistato su la Repubblica, “vorrebbe dire che l’attuale sistema democratico è marcio, e allora merita di finire! Non bisogna temere di perdere voti e creare un clima parossistico. Così vince la destra. Bisogna rappresentare bene la questione. La politica non è fatta per dire alla gente: ‘hai ragione’, non deve ascoltare le domande e ripeterle. Deve dare risposte e indicare prospettive. Bisogna smontare le menzogne che creano panico”.

Per esempio: non è vero che ci sia un’invasione in atto; basta confrontare la percentuale di stranieri residenti nel nostro Paese con il totale della popolazione italiana; ma i nuovi razzisti speculano proprio sul panico che, soprattutto nelle periferie degradate, la presenza di immigrati di colore e di diversa cultura può provocare. Attenzione: non intendo sostenere che l’immigrazione di massa non costituisca un problema, certo che lo è, e può diventare veramente esplosivo se non adeguatamente governato. Già, un problema è anche quell’’adeguatamente’, che, in questo caso, significa come organizzare un’accoglienza dignitosa e una civile convivenza tra italiani e stranieri.


 Come osserva Luigi La Spina: “E’ necessario, perché davvero si possa raggiungere tale risultato, che a una efficace azione governativa si affianchi una più generale opera di sensibilizzazione culturale di tutta la classe dirigente del nostro Paese. Una campagna di opinione, seria e responsabile, che riconosca e affronti i due opposti aspetti dell’immigrazione nelle conseguenze per la società italiana: da una parte, il valore per il sostegno alla nostra economia e il mantenimento dell’attuale welfare pensionistico e, dall’altra, il rischio di un aggravamento delle condizioni di sicurezza dei cittadini”. Utopia? Fantapolitica? Ipocrisie buonista? Certo è che ormai, lo si voglia o non lo si voglia, viviamo in una società multietnica e multiculturale, e dobbiamo tutti imparare a convivere con chi è diverso, senza paura di perdere la nostra identità, ma anzi, persuasi di comprenderla meglio nel confronto con altre identità. A meno di non preferire la guerra di tutti contro tutti.

  FULVIO SGUERSO 

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