di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 684 del 10 novembre  2019
Tel. 346 8046218
Dove stiamo arrancando Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
   
Dove stiamo arrancando
(Minime riflessioni social di fine estate)

  Eccomi qui, di ritorno. La Cassandra de noantri.  La Savonarola della mutua. 

Vi sono mancata, in questo mese afoso? Questa volta mi limiterò a poche riflessioni, stremata da una estate siccitosa e calda dove, tutto sommato, persino gli attentati hanno smesso di fare notizia, di tanto le persone sono frastornate e prese da altri argomenti e disastri quotidiani.

Il titolo dell’articolo si rifà per assonanza a un romanzo breve degli anni ’70, di un mio caro amico purtroppo scomparso, Vittorio Curtoni, scrittore, traduttore e curatore editoriale. Il titolo era “dove stiamo volando”. Ora, qui a Savona, appunto, tranne i voli pindarici nei discorsi di qualche amministratore, di ali e di speranze di decollare se ne vedono pochini. Più che altro si striscia al suolo in cerca della prossima improbabile oasi.


La città è visibilmente stanca e scoraggiata, nei suoi umori. Come il resto d’Italia, certo, ma in qualche suo modo particolare.

Per capirne di più basta leggere i commenti sui social, sui gruppi dedicati a Savona.  Per lo più regnano la divisione superficiale, la tifoseria, i commenti approssimativi. Fra i dibattiti più appassionanti, quelli inerenti la sporcizia cittadina, in aumento esponenziale.  Una delle “partite” del girone è fra chi attacca la sporcizia canina e i proprietari maleducati, e chi ribatte che sono peggio gli umani. (Dividendosi, secondo idee politiche, in umani locali e di importazione). Un’altra è fra chi dà colpa ad Ata del degrado urbano, e chi sostiene che invece è colpa dei savonesi incivili.

Ogni tanto qualcuno tenta di andare più alla radice del problema, di ragionare in termini meno umorali e più basati sui fatti e le cause a monte, e riceve anche dei mi piace, ma subito dopo il dibattito riparte coi commentini da bar. Non si approfondisce, non c’è verso.

Anche a proposito di un altro tema caldo del momento, i cinghiali sulla spiaggia, ecco chi li difende per puro animalismo e chi al contrario vuol farne arrosti, sottolineandone aggressività e rischi per la salute.  Qualcuno cita in tono disinvolto il fatto che gli abbiamo ridotto gli habitat, come dato di fatto irreversibile e scontato, altri se ne escono con bestialità tipo che non è vero che scendono a valle per la siccità, perché nel Letimbro a monte c’è ancora acqua.  I concetti di boschi aridi e sovraffollamento e scarsità di risorse, a prescindere da qualche polla d’acqua residua, i concetti della nocività della caccia egoista e dell’introduzione e proliferazione di specie non autoctone, evidentemente sono troppo profondi.


Poi c’è il partito più terrificante di tutti: quelli che inneggiano tutti soddisfatti al taglio degli alberi in città, che sporcano e sono pericolosi. 

Ora, che ci si possa dividere fra i pro-alberi ad ogni costo e coloro che invece rilevano la triste necessità di tagliarne alcuni, ci sta: ma avere gli entusiasti dell’abbattimento, che li eliminerebbero tutti perché danno fastidio, significa avere perso completamente ogni collegamento col mondo naturale e con gli equilibri, anche interiori. Brutta cosa. E purtroppo molto diffusa.

Esattamente come i vacanzieri felici dopo mesi di siccità, per non aver perso una giornata di mare.

A costoro posso sono augurare di abituarsi a respirare presto qualcosa di diverso dall’ossigeno e bere e lavarsi con qualcosa di diverso dall’acqua.  Perché ne avranno e ne avremo bisogno.

Ovviamente non mancano gli evergreen e sempre in ascesa: sicurezza e immigrati, dove argomenti e toni razzisti sono faticosamente confutati e tenuti a freno, ma ogni tanto erompono come una pentola che ribolle. E io mi preoccuperei, in tutti i sensi, di quella pentola.  Al di là di becerume razzista e tentativi spesso retorici di integrazione forzata e imposta, invece che ragionata e condivisa, che non fanno che esasperare gli animi.

Se questo è più o meno uno spaccato degli umori savonesi, non ci si deve meravigliare della politica. Oltre al fatto che i politici sono votati dai cittadini, o almeno da quella minoranza di cittadini che ancora si esprime, e quindi in qualche modo ne sono lo specchio e la voce, c’è da dire che anni e anni e anni di consumata esperienza hanno fatto sì che il politico più bravo, apprezzato e votato non sia quello più capace e competente e lungimirante, ma quello che meglio sa galleggiare su questo impalpabile mare di umori, esprimerlo e dominarlo a colpi di luoghi comuni e dichiarazioni tonanti.

Le persone basano il loro giudizio su questi umori. Pensate solo a Trump: la potenza più grande del pianeta in mano a una desolante, ignorante e pericolosa macchietta.


Gli umori sono volatili e volubili, si sa.  Si muovono a ondate.  Dopo il triste risultato delle europee, qui da noi, con l’irrazionale plebiscito per Renzi, mi chiesi sbigottita come si potesse dar retta a personaggi del genere. Alle prime, prevedibilissime, delusioni, vennero allo scoperto molti miei amici, pentiti di averlo votato.  Figuratevi come mi sento io, gli replicai, che sapevo fin dal principio chi fosse il personaggio.

Gente avveduta, informata, colta, di sinistra, molti anche antiberlusconiani di ferro. Pronti a votare un berluschino in sedicesimo.  Solo per qualche fuffa di facciata su diritti civili e valori libertari. Solo perché più “rassicurante” dei pericolosi e ignoti pentastellati. I cattivi, i razzisti, gli omofobi, i fascisti, gli incompetenti al servizio del dittatore Grillo eccetera eccetera, bevendosi panzane senza senso. Mentre le politiche liberiste declinate in salsa di totale resa del Paese a voleri finanziari e stranieri stavano finendo di distruggerci e di stracciare ben altri valori e diritti sociali.

Ma va be’, torniamo a noi.

La cosa che mi sgomenta di più, oltre alla facilità umorale con cui le persone cambiano idea e giudizio, (il famoso e sempre in auge “elettore deluso”, attento a ogni pagliuzza minima e sdraiato sulle travi) è l’ossequio e la soggezione per il politico.

Che comporta fra l’altro quel continuo scambiare i propri diritti di cittadini e contribuenti, i servizi dovuti e fondamentali, per benevole regalie dell’amministratore avveduto, da sperticarsi in ringraziamenti quando per miracolo li si riceve.

  

Molti di questi politici bravi a galleggiare vi hanno costruito le loro fortune. Ora, pazienza se, alla segnalazione di un palo pericolante, di un tombino otturato, di una buca nell’asfalto segue un pronto intervento riparatore. La manutenzione dovrebbe essere garantita comunque, ma posso ancora capire che chi ha segnalato sia soddisfatto e si senta ascoltato.

Ma ringraziare entusiasti, come spesso accade sui social, con tanto di foto, perché dopo mesi di sporcizia è stata lavata una strada, o sgomberata una discarica abusiva, quando il programma di pulizia periodica, per il quale paghiamo tasse salate, viene costantemente disatteso?

Accettare come giustificazione le difficoltà economiche della partecipata, mostrare educata comprensione, senza minimamente chiedersi il perché di queste difficoltà, senza pretendere di individuarne i responsabili, di fare chiarezza, di invertire la rotta, come sarebbe nostro sacrosanto diritto?

Ecco, chi è entrato in politica ingenuamente, pensando che le persone potessero riprendersi il proprio destino, essere attori e protagonisti di democrazia partecipata, un pochino si disorienta quando constata questo andamento degli umori e questo modo di ragionare più adatto al seicento manzoniano che a una democrazia moderna.

 

 Al tempo stesso si è consapevoli che il mondo non è tutto lì, che quella è più che altro l’espressione di una minoranza nella già minoranza dei votanti. Che certo è più comodo delegare, proporre istanze, lamentarsi e brontolare, piuttosto che agire.

Eppure c’è chi agisce, c’è chi lotta comunque, c’è chi ottiene risultati. C’è chi non si ferma alla superficie, indaga, denuncia, propone, studia.

In questo momento storico sembra che si sia persa la bussola, che si galleggi a vista. Ma persino nel desolato e torpido provincialismo savonese possono irrompere da un momento all’altro fermenti ben più grandi, che si muovono sotto la superficie e di cui ancora non individuiamo la grande portata innovativa.

Noi, almeno, lottiamo e continueremo a lottare per questo.

 Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

 
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