Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Lutto alla ligure. Il lato scomodo... Stampa E-mail
Scritto da PAOLO BIANCO   

Lutto alla Ligure.

Il lato scomodo di una morte improvvisa

 La spossatezza e la rabbia avevano nel frattempo lasciato posto all’indifferenza. Il ritardo del IC Roma-Ventimiglia era ormai salito a due ore tonde, tonde. Tutte ‘racimolate’ nel solo tratto Livorno-La Spezia, senza che nessuno ne conoscesse veramente la ragione. Gli annunci del capotreno -o chi per esso- informavano solo che: ‘A causa di treni sul percorso, stiamo viaggiando con un ritardo di…’ e non erano certo di aiuto, neanche alle studentesse americane che volevano solo fare un’escursione alle Cinque Terre. Per fortuna, dopo La Spezia, il treno tornò ad una andatura regolare, senza intoppi ed ulteriori ritardi. Il ciò mi aiutò a rilassarmi un poco. I due giorni a Roma erano stati decisamente molto stressanti. Era la prima volta dopo tre anni, cioè da quando mi ero stabilito in Liguria, che avevo lasciato il paese rivierasco e mi ero catapultato di nuovo nel caos di una metropoli. La notte scorsa non avevo chiuso occhio a causa della maxi-festa di un enorme gruppo di giovani che assistevano ad una partita di calcio dell’Irlanda contro non so più chi, proprio sotto la finestra del mio Hotel. Non avrei mai pensato che a Roma ci fossero così tanti giovani Irlandesi. L’intervista poi di questa mattina, negli studi televisivi di ‘Chaos Film’ -dove dovevo presentare il mio nuovo libro ‘I Cervelli di Deviatkino’- mi aveva infierito il colpo di grazia, anche perché era da molto tempo che non avevo avuto a che fare con la tipica efficienza romana.


Scese le studentesse americane a La Spezia, rimasi solo nello scompartimento assieme ad una coppia del Ponente Savonese che ritornava da un concerto di non so più di chi, tenutosi a Roma la sera prima. Occupavano i due posti lungo il corridoio e la loro principale preoccupazione era quella di trovare in tutto il treno una presa di corrente attiva per ricaricare i loro cellulari. Nonostante io avessi -secondo il mio biglietto- solo un posto centrale, mi affrettai, all’uscita delle studentesse, ad occupare un posto al finestrino, mettendo sul posto centrale alcune cose personali, come giornale, un libro ed un sacchetto di plastica con un panino ed una bottiglia d’acqua. Arrivammo a Chiavari verso sera. Qui salirono diversi passeggeri tra cui due donne che presero decisamente d’assalto il nostro scompartimento. Non sembrava avessero posti riservati, perché non consultarono nessun biglietto e si lasciarono cadere pesantemente sui due posti davanti a me. Dopo averle scrutate brevemente, decisi che si trattava di madre e figlia, così d’ora in poi le nominerò con ‘Mamma’ e ‘Figlia’ e devo inoltre far notare che non avevano praticamente bagaglio. Capii subito però che questo non era un viaggio di routine, ma bensì dovuto ad una necessità di natura improvvisa e per di più molto seria. Mamma sedeva direttamente di fronte a me, avvolta in un qualcosa dal colore verde ‘velenoso’ che minacciava di scoppiare su più parti del corpo. Il contenuto di una, senz’altro non piccola, scatola per gioielli, principalmente d’oro, era distribuito generosamente su diverse parti del corpo: Polsi, collo, orecchie e dita. Appoggiò la testa all’indietro e leggermente su un lato e chiuse gli occhi, mentre Figlia continuava a maneggiare il cellulare. Anche lei non aveva risparmiato affatto con gioielli di ogni tipo: Colore, gusto, valore e metallo. “Questo incapace è veramente riuscito a caricarmelo solo con 20 Euro, ma ci pensi?” Sbottò Figlia fissando il cellulare, “Ma cosa ti serve un uomo se non è neanche capace a sbrigare piccole commissioni elementari” rincarò ancora la dose mentre Mamma alzava gli occhi al cielo e sospirava pesantemente. “Ho sempre detto che ti sei scelta quello sbagliato. Facevi meglio a tenerti tuo marito, almeno lui qualche soldo l’aveva e le sue scappatelle non erano certo più gravi delle tue”.


Dal dialogo che seguiva, quasi esclusivamente condotto da Figlia con brevi commenti di Mamma ad occhi chiusi, potevo dedurre che nella famiglia era successo qualcosa di molto grave. Figlia abitava nell’entroterra genovese ed era stata accompagnata dal suo compagno, l’incapace per intenderci, alla stazione Brignole ed era venuta con un treno a Chiavari a prendere Mamma. Insieme stavano andando -via Genova- a Savona, luogo della disgrazia. Da ciò si può dedurre che l’accaduto sia stato seriamente traumatico per Mamma, che non era in grado di ‘intraprendere’ da sola il viaggio di mezz’ora Chiavari-Genova. “Chi ti ha informata?” chiese Figlia “Ginetta, poverina era completamente distrutta e molto confusa” rispose Mamma, alche Figlia commentò che fosse assolutamente normale essere confusa appena dopo aver trovato un morto, ancor di più essendo questi l’uomo che aveva amato. “Ginetta non lo ha mai amato e non è neanche stata lei a trovarlo. Dorota, la donna delle pulizie, lo ha trovato ed ha chiamato il 118, che ha avvisato anche i Carabinieri” disse Mamma che aggiunse che non sarà stato senz’altro uno spettacolo piacevole per Dorota e per gli altri, visto che giaceva lì da più di sei ore. Morto, e con questa calura. Al sentir questo, Figlia girò il capo da una parte con espressione nauseata. Nel seguito della conversazione potei apprendere che Ginetta non era la moglie del morto, ma ‘solo’ l’amante e non poteva così entrare nell’appartamento del morto, dove peraltro anche lei abitava, perché la causa della morte non era ancora stata definitivamente accertata. Neanche per prendere un abito per ‘preparare’ la salma per il funerale. I carabinieri avevano sigillato l’appartamento, ed ora dopo che la causa della morte era stata accertata, potevano consegnare le chiavi ad un parente. Non a Ginetta, perché lei non era né parente né registrata come residente a quel numero civico. Per questo le due donne dovevano prima passare dalla stazione dei Carabinieri a ritirare le chiavi. Adesso avevo capito: Il morto era rispettivamente fratello e figlio delle mie due compagne di viaggio. “Maledizione…ma non avevo il numero di Cris?” imprecò Figlia nel suo cellulare. “Prendi il mio” disse Mamma tirando fuori il suo, prima dalla borsa e poi da un étui tutto punteggiato di brillantini. Mentre figlia, tutta agitata, cercava il numero di Cris, Mamma chiuse di nuovo gli occhi e sospirò: “Chiedile del Bimbo”, mettendomi in difficoltà. Si perché per tutta la mia lunga vita, passata però all’estero, ho sempre considerato un bimbo un essere umano di dieci anni al massimo. Non avevo quindi vissuto questa evoluzione della lingua e dei costumi, che avevano fatto sì che questa età del’ Bimbo’ fosse stata estesa -specialmente per i nonni- fino al raggiungimento della maggiore età. Finalmente Figlia riuscì a raggiungere Cristina, cioè Cris. “Madonna mia Cris, che tragedia, si mamma è anche stravolta. Si, siede vicino a me, vuoi parlarle? No scusa, al momento non può, ma tra poco saremo lì. Siamo così confuse, che siamo partite entrambe senza soldi. Hai dei contanti con te in caso domani si dovesse regolare qualcosa?”. Dall’altra parte doveva essere arrivata una sentenza molto sibillina, perché Figlia si affretto a rassicurare che domani si poteva regola tutto con più calma. Disse poi, senz’altro a domanda di Cris, che Papà probabilmente non potrà venire a breve termine perché si trova in America con la sua Evelyn. “Si la sgualdrina” confermò ancora Figlia, prima di chiedere del Bimbo, che arrivò al telefono dopo un bel po’. Si sviluppò una conversazione come tra due persone adulte, da cui dedussi che il Bimbo era senz’altro intorno ai 20. Mamma si fece ancora confermare da Figlia con chi stava parlando con la semplice domanda “Il Bimbo?”, per poi tornare a vivere il suo lutto senza aspettare risposta. Io ero così concentrato sulle due donne, che non mi ero accorto di un uomo, sicuramente salito a Genova, che stava in piedi mezzo dentro lo scompartimento fissando il posto vicino a me. Mi scusai ed affrettai a togliere le mie cose che lo occupavano. Era un uomo molto gentile ed educato di un’età difficile da indovinare. Era vestito molto correttamente, ma con abiti piuttosto ‘datati’ e decisamente troppo pesanti per le alte temperature estive. Si sedette e si mise a fissare da quel momento un punto fra la testa di Figlia ed il portabagagli sopra di lei.


“Il Bimbo ha detto che suo padre la morte se l’è cercata lui, con la sua condotta di vita così dissoluta” disse Figlia, mentre la madre si limitò a commentare: “E poi ancora con questa calura”. Alla parola morte il nuovo venuto ebbe un breve sussulto, come di spavento, per poi tornare a fissare il suo punto fra la testa di Figlia ed il portabagagli. Poco dopo Mamma aprì gli occhi e cominciò a parlare: “Sappiamo da quali Carabinieri dobbiamo andare? Quelli di Savona o quelli di Cadibona? Forse dovremo prendere un taxi, o c’è forse ancora una corriera?” Notai che l’uomo accanto a me era tentato di dire qualcosa, ma non lo fece. Forse sapeva che c’era un servizio autobus per Cadibona ma non più a quest’ora. Il problema si risolse (forse) quando Figlia disse che Ginetta aveva ‘eventualmente’ intenzione di venirle a prendere alla stazione per andare dai carabinieri a prendere le chiavi e poi all’appartamento. Così si poteva anche prendere l’abito per il funerale. Io avevo adesso un quadro chiaro della situazione, nonché del costrutto familiare e mi sentivo così abbastanza tranquillo. Ero sicuro che Ginetta avrebbe preso in mano le operazioni e risolto tutti i problemi. Dopo le diverse conversazione avevo adesso ottenuto di lei un’ottima impressione. Per circa due minuti nessuno parlò. Un silenzio quasi in attesa che qualcuno di noi tutti dicesse qualcosa. E così fu: “Non c’è più nessun pullman a quest’ora per Cadibona, e una stazione dei Carabinieri là non c’è neanche, forse dovrete andare a Quiliano” Disse l’uomo del posto di mezzo sorprendendo tutti, fino a quando Mamma chiese: “Lei è di Cadibona” forse sperando che lui conoscesse il suo ‘figliolo’ morto. “No, ma ho lavorato molti anni in questa regione come rappresentante di un’assicurazione, sapete, quella con l’Aquila nell’emblema”. Proprio quando mi ero deciso di parlare e dire alle due donne che senz’altro Ginetta sarebbe venuta alla stazione, l’uomo riprese a parlare raccontando che lui adesso abitava a Milano e stava andando ad Imperia al funerale della sua ex moglie. Era scivolata mentre stava pulendo le scale battendo la testa contro un gradino. L’Ambulanza era arrivata subito, ma non c’era stato niente da fare. La vicina di casa aveva gentilmente terminato di pulire le scale. Tutti nello scompartimento gli fecero le condoglianze e Mamma disse anche, che a causa di questo pericolo, adesso le scale le fa pulire da una rumena Per alcuni attimi ci fu silenzio, poi la giovane coppia si accomiatò perché aveva appreso che due vagoni avanti c’era una presa di corrente attiva per ricaricare i loro cellulari. Da quel momento nessuno parlò praticamente più. Mamma piegò di nuovo la testa all’indietro e chiuse gli occhi mentre Figlia riprese a giocare con il cellulare. Io continuavo a chiedermi come mai l’uomo non aveva preso uno dei posti vicini al corridoio, ma rimaneva inchiodato al posto in metà vicino a me. Con quel caldo! La prossima fermata era Savona e le due donne sarebbero scese, dandomi così la possibilità di occupare il posto alla finestra davanti me, con vista nel senso di marcia.


Il treno cominciò a rallentare e le due donne a prepararsi per scendere, quando il cellulare di Figlia squillò. Anche se l’altoparlante non era attivato, si poteva capire chiaramente ciò che Ginetta aveva da ‘proclamare’: “Non posso venire a prendervi, perché sto andando a Quiliano dai Carabinieri. Vogliono chiudere in orario e mi consegneranno le chiavi. Devo solo firmare con uno dei vostri nomi. Dovreste prendere und taxi. Ci vediamo all’appartamento”. Io ebbi l’impressione che l’unica osa che le preoccupava era il fatto che dovevano pagare il taxi. Come per un improvviso ordine cominciarono entrambe a frugare nelle loro borse a cercare ciò di cui una donna ha bisogno prima di ogni spostamento: Specchio, rossetto, pettine, cipria. Finiti i ritocchi, si accomiatarono dirigendosi verso l’uscita. Io fui lesto ad occupare il posto in senso di marcia ostentando però molta calma e con un’espressione quasi di scusa verso l’uomo, che non fece una grinza e non si spostò dal suo posto centrale, allungando le gambe fin sotto il sedile vicino a me, con un mite sorriso.

“Sarà senz’altro un bel funerale. Sono già impaziente. La famiglia della mia ex è molto benestante e anche molto rispettata in città. La Messa Funebre verrà celebrata nella Cattedrale, anche se lei abitava in un’altra Parrocchia. L’uomo fece una pausa e chinò lo sguardo verso il basso, mentre io mi chiedevo come mai la donna aveva pulito le scale se la famiglia è così ricca. La risposta arrivò automaticamente, come se l’uomo avesse letto i miei pensieri. “In fondo è tutta colpa mia, perché lei ha deciso di sposarmi. Per questo è stata ripudiata dalla famiglia e solo dopo che ci siamo divisi ricevette un alloggio ed in più un piccolo appannaggio. La famiglia adesso ha anche ordinato una corona con il mio nome”. Poi mi raccontò ancora, poco prima di raggiungere la mia stazione, che adesso all’arrivo andrà da un vecchio conoscente che ha un bar aperto tutta la notte. Lì aspetterà le otto e mezza per andare da Novarini per ‘vestirsi a nuovo’ -a spese della famiglia s’intende- “Altrimenti non posso partecipare al pranzo” mi gridò dietro mentre io ero già sul marciapiede.

Paolo Bianco

 

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