TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 595 del 19 novembre 2017
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
La criticità dell'immigrazione 2.0... Stampa E-mail
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   
LA CRITICITA’ DELL’IMMIGRAZIONE 2.0
MA CHE COLPA ABBIAMO NOI?

 Ormai è sin troppo palese che l’emergenza immigrazione – assieme ai nodi della crescita sostenibile, del lavoro e dell’equità fiscale – costituirà il paradigma sul quale verrà sviluppata la prossima Campagna Elettorale per decidere il futuro della nuova legislatura e forse anche dei destini democratici del Paese.

La moderna questione Immigrazione, davvero non ammette semplificazioni, boutade, sciocchezze e verità assolute scaturite dalla bocca di qualche moderna sfinge, sia a Destra, sia al Centro e sia a Sinistra.

E’ un fenomeno talmente variegato e impegnativo che non può essere assoggettato a declinazioni scontate, ma rinvia a dubbi, incertezze, perplessità, titubanze che ti prendono l’anima, interrogano il senso della tua vita e, persino, pretendono di dover fare i conti con il tuo Karma.


A guardare certe immagini, sentire le notizie di morte, ascoltare dal vivo l’esperienza terribile di Chi ha compiuto il viaggio della morte dal Centro Africa alla Liguria in 36 maledetti mesi, a guardare de visu gli occhi dei bambini in Senegal come nelle altre Regioni del Continente Nero, ti viene in mente una datata canzone dei The Rokes e sembra che ti dicano “Ma che Colpa abbiamo Noi ?”

“Ma che parlate a fa', Ma che parlate a fa', Qui dentro ce sta solo infamità.” avrebbe cantato Gabriella Ferri. Mettiamoci il cuore in pace: la moderna immigrazione dall’Africa e dai Paesi del Medio Oriente destabilizzati dalle Politiche Occidentali, Sovietiche, Americane e Cinesi non è e non sarà un fenomeno transeunte di breve periodo, ma una migrazione strutturale di ciclo lungo che ci costringerà a ripensare stili e modelli di vita, politiche economiche e sociali, welfare e protezioni, diritti e doveri, culture e religioni, integrazioni e compatibilità dello stare insieme tra Diversi.

Fanno sorridere le strumentali contrapposizioni di visione strategica e la surrettizia polarizzazione tra “aiutiamoli a casa loro” e “salviamoli, accogliamoli e integriamoli Tutti regionalizzando le soluzioni in Europa”; ho netta la sensazione che per gestire un flusso di tale portata sia necessario ripensare le Politiche e utilizzare Tutte le Tastiere a disposizione della Buona Politica in Italia e in Europa per un lungo periodo di anni (Qualche autorevole Commentatore prevede almeno venti anni).

Io non ho certezze, solo dubbi! E mi pare calzi a pennello una delle frasi celebri del Film “Fuori Controllo”di Martin Campbell, con Mel Gibson “E’ Tutto cosi contorto che Ognuno rischia di avere almeno una sua plausibile verità”.

Sino alla caduta del Muro di Berlino, alla frantumazione dello Stato Sovietico, al rovesciamento delle Dittature dei Paesi Satelliti, il fenomeno migratorio era abbastanza contenuto e i flussi – provenienti soprattutto dall’America del Sud e dalle Filippine – considerati virtuosi per bilancio demografico e servizi assicurati al nostro Paese.

La prima significativa inversione di tendenza data agosto ’91 con la caduta del regime comunista d'Albania, oltre 20 mila persone, giunte da diverse parti del Paese, si ammassarono nel porto di Durazzo per emigrare in Italia in cerca del  lavoro e dell’America decantata dai Media; Era l’8 agosto quando, forzando il blocco navale, entrò in porto a Bari, la Vlora, stipata di migliaia di  albanesi, in quella che sarebbe rimasta l’immagine simbolo, per gli italiani, della paura dell’invasione.

Oggi Quella generazione di albanesi e i loro figli – al netto degli aspetti delinquenziali che attengono a ogni popolo – sono cittadini italiani sostanzialmente integrati e contribuiscono alla crescita del Paese in termini di Lavori, Imprese, Redditi, Previdenza e PIL (ma ci sono voluti quasi 20 anni) o si sono dimenticate le strade genovesi e italiane della Prostituzione pullulare di bambine albanesi a metà degli anni novanta?

La pressione migratoria sul Paese ha un salto di qualità – ancora governabile e funzionale alla competizione nella catena bassa dell’agricoltura, dell’edilizia e dei servizi alla Persona – con i flussi dai Paesi dell’Est (Polonia, Romania, Bulgaria, Ucraina etc) e i primi afflussi (regolari e irregolari) dai Paesi del Maghreb (in particolare Marocco e Tunisia) e dall’ Africa Subsahariana.


L’abbrivio della esplosione incontrollata degli esodi, dell’oggetto di business e delle contraddizioni irrisolte dell’oggi, va collocato all’interno di queste date e di questi avvenimenti semantici; date e fatti che evidenziano le gravissime responsabilità del cosiddetto Occidente Civile (in particolare Francia e Inghilterra) e dell’America sia Repubblicana, sia Democratica: 2005-2006 seconda guerra del Golfo e Esecuzione Saddam Hussein; 2011 Guerra in Libia, destabilizzazione Area e Esecuzione del colonnello Gheddafi; Approccio e sbocco Primavere Arabe e Egitto (2010-2012); morte di Hafiz al-Assad Padre, successione di Bashar al-Assad e inizio della Guerra Civile Siriana nel 2012 ancora tragicamente in corso; nascita del cosiddetto Stato Islamico il 29 giugno 2014 con Abū Bakr al-Baghdādī come Califfo.

 

Dunque – almeno secondo me – la grande bruttezza dell’attuale caos e la pressione, non più sopportabile, dell’intera immigrazione incontrollata sull’Italia dipendono – in primis – dalle gravissime responsabilità dell’Occidente e degli Stati Uniti nella destabilizzazione degli equilibri in Iraq, Siria, Libia, Tunisia ed Egitto; nell’assurda politica di “importazione della democrazia”, nel sostegno ai regimi corrotti dell’Africa e nelle politiche mirate a depauperare il Continente nero delle sue ricchezze con la progressiva penetrazione della Cina, delle Mafie internazionali note, del riciclo d’ingenti quantità di denaro sporco, nonché del traffico internazionale di droga. Sta qui la ragione delle Guerre tra Tribù che affamano i Popoli costringendoli alla fuga o all’esodo di massa, spesso verso morte sicura sulla via dell’inferno!

Chiunque abbia visitato o avuto un approccio con l’Africa vede e sente le contraddizioni sopra ricordate!

Come scrive Lucio Caracciolo, sono quattro i fattori di stimolo che determinano i moderni attuali flussi umani incontrollati (e, forse incontrollabili) destinato a “rimescolare nel profondo le nostre società: Demografia, Economia, Clima e Geopolitica”.

Aldilà dei Populismi irrazionali, un po’ farseschi, goffi e inutili (can che abbaia) di Qualche politico nostrano, si tratta d’indicatori strutturali, almeno nel medio periodo, che non potranno essere cambiati..

Dei quattro fattori, decisiva è l’asimmetria Demografica fra Europa e Africa.

La prima rappresenta il 10% della popolazione mondiale (738 milioni stimati nel 2015), ma scenderà al 7% nel 2050, quando la seconda, che vale il 16% (1.186 milioni), supererà il 25%, raddoppiando (2.478 milioni).

Soprattutto, l’età mediana in Europa è di quasi 45 anni, nell’Africa subsahariana, serbatoio dei flussi, non tocca i 20 anni. E mentre a nord del Mediterraneo il tasso di fecondità è in genere ben sotto la soglia dei due figli per donna che assicura la stabilità della popolazione, nell’Africa subsahariana si tocca quota cinque, con punte fra Nigeria e Senegal.

 

E’ inutile illudersi di fermare l’acqua con le mani (per usare un Bersani Doc) o abbaiare alla Luna come si affanna a ululare il Candidato Premier Salvini; a muovere uomini e donne verso terre più promettenti (non necessariamente in Europa, anzi: nove volte su dieci per mancanza di alternative i migranti si spostano in Africa) è l’intreccio fra eruzione demografica e depressione economica, aggravata dal mutamento climatico che rende inabitabili ampie porzioni di territorio a sud del Sahara. C’è poi, forse, un desidero, da parte dei giovani, di andare verso “nuovi mondi”, di uscire da un guscio troppo ristretto, di dare un senso più nuovo alla propria vita caricandosi di sacrifici e sofferenze inestimabili per Noi Occidentali, anche a costo di un atroce destino di reietti nelle “rotte tra morte e libertà” o di lasciare la propria vita nella Conca del Mediterraneo.

Il percorso Genova – Dakar (Senegal) di 5.288 km, un Italiano medio lo compie in nave fino a Tangeri e poi in auto fino a Dakar in meno di una settimana e da Milano in aereo in poco più di 5 ore; un Migrante in esodo li percorre mediamente da 24 a 36 mesi; vai a convincerli che devono essere aiutati a casa loro, soprattutto se resta intonso e attualissimo l’antico proverbio napoletano “chiacchiere e tabacchere e' lignamme o' banco 'e napule nun ne 'mpegna”!

Di sicuro non si può più restare fermi e assistere passivi agli eventi: tra flussi mediterranei e stretta ai valichi alpini imposta dai vicini europei, l’Italia si è così trasformata, da Paese di transito, in destinazione obbligata dei migranti.

Dai 43 mila arrivi del 2013 siamo passati ai 181 mila del 2016. Quest’anno sembriamo destinati a valicare la soglia non solo psicologica dei 200 mila, visto che nel primo semestre l’incremento rispetto allo stesso periodo del 2016 è stato superiore a un quarto.

Soprattutto, aumentano i migranti dall’Africa occidentale (sette delle prime otto nazionalità, con la curiosa quanto sintomatica eccezione del Bangladesh). Al primo posto la Nigeria, esuberante quanto fragile colosso demografico.


E non è finita qui! Si dice che in Libia ci siano oltre 300 mila migranti pronti per partire, tra cui 100 mila rifugiati! Aiutiamoli pure a casa loro, ma avendo almeno consapevolezza che sempre più dentro il Mediterraneo come Sistema Paese, ma senza una politica mediterranea degna di questo nome. E tanto meno abbiamo un piano strategico integrato di aiuti e risorse a casa loro.

Serve un vero e proprio Piano Strategico di dimensioni (almeno) europeo e un ripensamento profondo delle politiche europee e mondiali di sfruttamento del Continente Nero; politiche che comportano la Ricchezza per Pochi e la Povertà e l’Indigenza per i Tanti Africani.

Tanto meno esiste una strategia d’integrazione/assimilazione pur difficile e complicata, da cui i nostri Governi tendono a rifuggire per non rischiare l’impopolarità.

Aiutiamoli pure a casa loro purché si abbia coscienza, contezza e piena cognizione che occorre da subito investire ingenti risorse degli Stati e del Sistema Privato delle Imprese su acqua e approvvigionamento idrico, su quote di energia da riposizionare in Africa per spingere la crescita di filiere produttive e occupazione produttrice di lavoro e redditi meno precari, su scuola e formazione inclusiva, su edilizia e costruzioni di abitazioni eco sostenibili e sulla rete sanitaria e farmaceutica assolutamente insufficiente e quasi assente.

Chi conosce l’Africa sa che bisognerà fare i conti con le condizioni di sviluppo già menzionate, nonché con il cancro della corruzione e del lassismo a tutti i livelli quasi sintetizzata dall’esclamazione “Inshallah!

Atro che a Dio piacendo, altro se Dio lo vuole: ci sarà da lavorare anche su quei Popoli storicamente abituati all’attesa passiva degli eventi della vita e aiutarli a diventare protagonisti del loro futuro e del loro destino.


 Queste mi sembrano le scommesse e le domande di prima grandezza cui dare risposta! Salvo che non si vogliano continuare ad avere le certezze truffaldine “dell’aiutiamoli a casa loro” sia nella versione originale di ieri della destra xenofoba, sia in quella “democratica” – appena più virtuosa – dell’oggi; scontando però che le parole non fermeranno mai la migrazione di Popoli che pretendono di avere un futuro e una vita degna di questo nome

 

       BRUNO SPAGNOLETTI

 

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