La Signora Geb. e l’Aperol Classico Stampa E-mail
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Scritto da PAOLO BIANCO   
La Signora Geb. e l’Aperol Classico
 Bisogna innanzitutto anticipare che il rapporto fra la Signora e questa bevanda tipica italiana è stato armonioso e piacevole per lunghi anni. Un rapporto per così dire a singhiozzo, dato che la Signora, per forza di cose, doveva soggiornare a lungo nel suo paese natale al nord delle Alpi. C’è ancora qualcuno che malignamente insinua, che uno dei motivi per cui lei aveva scelto l’Aperol come bevanda preferita era il fatto che questo, a quel tempo, era praticamente sconosciuto ai Barmen teutonici, che non avevano ancora fatto quel necessario salto di qualità per conoscerlo e per poter così anche chiedere: “Con un po’ die Selz signora?”. No, loro erano appena alle prese con l’avvento di un’altra bevanda di ‘Bella Italia’ che sì aveva qualcosa (il colore) in comune con l’Aperol, ma non aveva per niente le prerogative necessarie per soddisfare la Signora Geb. E così chi le era vicino assisteva puntualmente alla sua reazione ‘disgustata’ quando le veniva offerto in alternativa l’allora di moda ‘Campari-O’Saft’. “No grazie.

 
Allora una Coca Cola con ghiaccio” era l’altrettanto puntuale risposta della Signora. Con questa azione era comunque sicura di aver attirato l’attenzione dei presenti e messo in soggezione il barista. Cosa non da poco nei classici locali della Metropoli Anseatica. Tutt’altra cosa, a quei tempi, il trattamento che le veniva riservato dai Barmen rivieraschi, alcuni dei quali, oltre al classico charme latino, potevano anche vantare una pluriennale esperienza con clientela internazionale. Oltre al modo corretto di servire l’Aperol e di inorridire nel sentire la parola ‘Spritz’, erano anche in grado di mescolare un Martini secondo le regole sacre del ‘Padre di tutti i Drink’ e cioè:

7 cl di Gin, possibilmente Gordon / Scorza di limone / Ghiaccio ‘girato’ ed asportato /1 o 2 olive verdi servite a parte / Prima di servire mostrare alla bevanda pronta la bottiglia del Martini Dry

Anche il cognome della Signora era ancora di secondaria importanza. Veniva chiamata semplicemente Signorina, il che a quel tempo ancora non la infastidiva anche se lei era ‘da sempre’ sposata. Poi, dopo la sua seconda visita nel locale, il personale era automaticamente a conoscenza del suo nome, che veniva usato debitamente italianizzato. Le cose cominciarono a complicarsi quando la Signora decise di venire a vivere permanentemente in Riviera, con tanto di residenza. Eh sì, perché questo comportava anche l’emissione di documenti Italiani. Si deve sottolineare che la Signora portava un cognome italianissimo, risultato di un matrimonio. Certo, lei avrebbe potuto continuare a portare il suo cognome di nascita, cosa permessa già a quei tempi nel suo paese, ma la prospettiva di potersi presentare nelle più svariate occasioni con un nome ‘esotico’ era stata per lei troppo allettante. La pignoleria burocratica del suo paese però prevede che donne sposate abbiano nei documenti anche l’infomazione sul cognome di nascita e cioè con l’aggiunta della parola Geb. fra il cognome da sposata e quello di nascita (Geb. è l’abbreviazione di geboren, cioè ‘nata’). Tentativi di ottenere i necessari documenti italiani senza questa informazione aggiuntiva non diedero frutto, e così ad ogni occasione i relativi addetti ai lavori presso ASL, Motorizzazione, Ufficio Anagrafe ecc. ecc. si trovano davanti a questa composizione difficilmente da capire, con un corto nome Italiano seguito dalla parola Geb. che precede un’ammucchiata di consonanti, che sarebbe poi il suo cognome di nascita. Ora si è rassegnata; Allo sportello di un qualsiasi ente o istituzione, oppure al telefono con lo stesso, lei pronuncia subito la parolina magica, ed è di lì che è diventata la Signora Geb.

Molto più difficile è diventata invece la situazione con l’Aperol. L’evoluzione nel settore gastronomico non ha portato miglioramenti, ma purtroppo ancor maggiori carenze, sia nel servizio, che nella qualità dei prodotti. La tragica abitudine die operatori rivieraschi del settore, di riposarsi alle Canarie dopo le fatiche delle estati Liguri, li ha indotti a lasciarsi contaminare da usi e costumi di ‘locals’ e turisti, quest’ultimi soprattutto inglesi, ed a portare così in Riviera conquiste di civiltà come drinks annacquati con montagne di ghiaccio al cloro e tatuaggi a tutto corpo. Tutto questo mentre la Signora Geb. ancora spera di poter ricevere un Aperol come si deve al primo colpo. Operazione complicata anche dall’avvento dei Voucher, sistema che riversa dietro i banconi dei bar ed al servizio nei dehor rivieraschi una schiera di giovincelli, neanche poi di bella presenza, che al massimo avranno sì frequentato cinque anni di scuola alberghiera, ma che sono privi di una fondata conoscenza del mestiere e di un minimo di esperienza. E finisce così, un po’ tristemente questa storia, con la Signora Geb. che si intestardisce ad ordinare un Aperol Classico, sapendo che dovrà mandare indietro un Aperol Spritz.

Paolo Bianco

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