Tatuaggi: l'effimero duraturo Stampa E-mail
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Scritto da FULVIO SGUERSO   
 

TATUAGGI: L’EFFIMERO DURATURO

 La pelle o cute, si sa, non è soltanto un organo protettivo ma anche, per così dire, un apparato sensoriale con funzioni ricetrasmittenti; infatti mette in comunicazione l’esterno con l’interno, o viceversa,  del corpo umano (e animale), recepisce e trasmette messaggi che significano piacere o dolore, ruvidezza o morbidezza, durezza o mollezza, il secco e l’umido, ecc.; oltre alle sue funzioni naturali può anche assolvere, grazie alla tecnica, funzioni estetiche, ad esempio, per mezzo della chirurgia plastica o della cosmesi (dal greco kòsmos “ordine e ornamento”). soprattutto la pelle del viso è stata considerata fin dall’antichità, prevalentemente dal genere femminile, una specie di tela su cui intervenire con colori, pennelli, creme  e matite onde abbellire, truccare, modificare l’aspetto originario e naturale del volto.


 Senonché il tatuaggio non è una cosmesi indolore che si limita a colorare l’epidermide, il tatuaggio (dall’inglese “tattoo”, a sua volta derivata dalla parola samoana di origine onomatopeica “tatau”, passata poi anche nel francese “tatouage”, e di qui nell’italiano)  risulta da  incisioni praticate sulla pelle per poi inoculare nelle ferite così prodotte su varie parti del corpo delle sostanze coloranti indelebili. Il più antico esempio di uomo tatuato rimane a tutt’oggi il famoso uomo, o mummia, di Similaun, risalente a circa 5300 anni fa, scoperto casualmente nel 1991 su quella montagna delle Otzalet Alpen, al confine tra Italia e Austria. Nell’Europa del Secolo dei lumi, tatuarsi divenne una moda diffusa soprattutto tra i marinai in seguito ai viaggi e ai reportage dell’esploratore, navigatore e cartografo  inglese James Cook, che descrisse minuziosamente le usanze della popolazione tahitiana e la loro maestria nel  tatuare il corpo in modo indelebile.

  

 Tra le altre  prerogativa della specie Homo sapiens sapiens c’è dunque anche  quella di modificare e alterare il proprio aspetto fisico, quasi considerasse imperfetto e bisognoso di abbellimenti e aggiunte quello uscito dalle mani del Creatore (o della natura); ed ecco quindi che, come dice la Moda a sua sorella Morte nell’operetta morale leopardiana intitolata appunto Dialogo della Moda e della Morte, del 1824: “…la nostra natura e usanza comune è di rinnovare il mondo, ma tu, fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori, abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza…”. Di tatuaggi si è molto occupato anche Cesare Lombroso, il quale, nei suoi studi su L’uomo delinquente (1876) mette il tatuaggio in relazione con l’amoralità del delinquente nato, descrivendo i vari tipi di tatuaggio dal punto di vista della criminologia (la scienza da lui fondata), dato che,  ai suoi tempi, i tatuati erano più che altro detenuti, briganti, delinquenti, soldati e criminali. Attualmente, almeno a partire dagli anni Sessanta, la moda del tatuaggio si è diffusa nel mondo della sotto o controcultura protestataria e pacifista giovanile americana (hippy) per poi estendersi a ogni ceto sociale e in tutto il mondo. 


Ma perché questa moda ha così attecchito ai giorni nostri? Ormai il tatuaggio ha perso il suo significato antisistema e non marchia più solo il galeotto o il pirata o il ribelle (a meno di non considerare ribelli i motociclisti con i loro raduni!), ma è diventato, appunto, una moda diffusa soprattutto tra i giovani; anche se non mancano certo gli adulti tatuati: si pensi  ai calciatori, a certi cantanti o anche al caso limite di Matt Taylor, lo scienziato spaziale inglese che, oltre a quelli che già aveva sparsi per il corpo, l’anno scorso  si è fatto tatuare su una gamba  l’atterraggio del lander Philae sulla cometa 67P/Churymov-Gerasimenko (missione “Rosetta”). I giovani delle ultime generazioni - osserva Zygmunt Bauman in Nati liquidi ( 2017), il suo ultimo libro uscito postumo per i tipi di Sperling&Kupfer -  considerano il corpo “come luogo sempre più prediletto su cui collocare i segni di speranze e aspettative, così che l’irrisolvibile dilemma di coniugare appartenenza e autoaffermazione, permanenza e flessibilità dell’identità trovi soluzione, o perlomeno si avvicini il più possibile a una soluzione…”. Bauman si interroga anche sul fenomeno della moda come si è venuto configurando nel passaggio avvenuto tra Ottocento e Novecento da una società di produttori a una di consumatori, “quella da noi ancor oggi riprodotta mentre a nostra volta ne siamo riprodotti, forgiati e affinati”. Il riferimento è alle fondamentali analisi sociologiche di Georg Simmel (1858 – 1918) che vedeva nella moda un prodotto al tempo stesso effimero e continuamente rinnovantesi di “quella dialettica di appartenenza e individualità” che sarà tipica della società di massa; se guardiamo all’abbigliamento, infatti,  notiamo da un lato “la disponibilità e rinunciare ai simboli dell’identità personale a favore di altri, e all’istante consente e dimostra addirittura di incarnare parallelamente una serie di identità diverse” in una specie di rincorsa a differenziarsi dai gusti omologati dell’ uomo-massa manipolato dall’industria culturale, rimanendone però sempre condizionati: quanti, al giorno d’oggi (a meno che non siano stilisti), si possono confezionare  gli abiti da sé in maniera difforme dai modelli in voga nella società attuale?


 A differenza dell’abbigliamento il tatuaggio rimane impresso indelebilmente (salvo dolorose scarnificazioni) sul corpo di chi ha scelto di tatuarsi, ed è per questo che, scrive Bauman: “I simboli di decisioni identitarie incisi sul proprio corpo suggeriscono, al contrario, che l’identità che essi implicano è – per il soggetto portatore – un impegno più serio e duraturo, e non solo un capriccio momentaneo”. Tipico il caso del tatuaggio con il nome dell’amata o dell’amato e magari con l’aggiunta “Tua” o “Tuo per sempre”, che tuttavia, nell’alterna vicenda delle umane sorti, può smarrire il suo significato originario e non rappresentare più i sentimenti che l’avevano suggerito in un tempo ormai lontano. I vestiti si possono cambiare con facilità con il variare della moda, non così i tatuaggi che ci ricordano, ogni giorno, la persona che eravamo e che, con il trascorrere del tempo e della  vita, non siamo più. Ben lo sa la Morte che, nel dialogo sopra citato con sua sorella Moda, dice: “Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende”. Dal momento che, tra tutte le usanze, quella di morire non verrà mai meno.

 FULVIO SGUERSO

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