Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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La bellezza del contadino Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
 La bellezza del contadino

 Da bambino passavo le estati con mia nonna. È stata una fortuna per me, come per mio fratello ed altri collaterali della mia famiglia. Una nonna, specie se contadina, è indispensabile in ogni famiglia, e dovrebbe essere sostenuta e imposta per legge in ogni nucleo famigliare dove ci sono dei pargoli con un poco di ozio a disposizione. La condizione ottimale si raggiunge se c’è anche un nonno. Ma è pur vero che i maschi non sono indispensabili al mondo (ne bastano un paio) mentre le donne lo sono.


 

Non sapevo quante informazioni, esempi ed elementi mia nonna mi ha insegnato. L’ho scoperto con il tempo, dopo molto tempo, ragionandoci sopra. Non che abbia avuto dei genitori disattenti: tutt’altro. Ma si sa: i nonni possono concedere indulgenze ai nipotini che i genitori non possono e non devono concedere, ed in questo forse sta uno dei grandi segreti pedagogici dei nonni.

Mentre un genitore, di solito impegnatissimo nel lavoro e nella conduzione del buon nome della famiglia, ha il dovere e la responsabilità di far di un bambino un adulto, un nonno ha invece il dovere di divertirsi con il bimbo, di ridursi di nuovo a quella condizione giocosa e leggera che lo riconduce così vicino agli infanti: a mia nonna piaceva giocare, piaceva raccontare favole, piaceva lo zecchino d’oro, alcuni cartoni animati e le comiche di Stanlio e Ollio.

Era però nata pochi anni dopo l’inizio del ventesimo secolo, ed era contadina. Per cui c’erano cose che venivano prima di altre, indiscutibilmente. Ed erano cose, spesso, senza prezzo.

La roba da mangiare non si spreca. È questo un postulato, e come tale non è sottoposto a nessun commento o discussione. Non è una questione economica. Non importa quanti soldi hai e quanta disponibilità di alimento hai: non si spreca, non si butta.

Si deve evitare la sofferenza. Dei cristiani, sì, ma anche degli animali. La sofferenza non vuol dire la morte: mia nonna, mite vecchina, ci metteva un attimo a tirare il collo a una gallina, a stecchire un coniglio. Ma sapeva farlo per bene, senza causare sofferenza.


Non si mostrano i soldi, non ci si vanta dei propri averi. Ci vuole pudore. Da cui il detto: “Chi mostra i soldi, mostra il culo”.

Si saluta sempre, quando si parte e quando si arriva. E se si mangia qualsiasi cosa alla presenza di qualcuno, anche sconosciuto, gli si offre quel che si sta mangiando. La formula, in questo caso, è: “Te ne fa piacere?”, oppure, se più d’uno e cittadini: “A loro ne fa piacere?” (perché mia nonna usava l’arcaica, commovente formula del “loro” riferito agli estranei plurali, in luogo del “voi”).

Ci si lava e ci si veste meglio che si può, sempre. Alla domenica in particolare si indossa l’abito migliore. Ella partiva con il suo vestito scuro e con la sua borsetta scura e rigida (che peraltro conteneva solo un fazzoletto e due caramelle di entalyps[1], se venisse sete) e se ne andava a messa.

 

Ho volontariamente evitato di compilare un elenco, puntato o numerato che sia, perché non c’è un ordine gerarchico in queste norme generali. Non c’è una fonte di diritto a cui poter far risalire queste convenzioni. Esse possono mutare (salvo la prima) in casi eccezionali. Se ne possono aggiungere o si possono perfino eludere. Perché è la società che fa la norma, e non viceversa (vorrei dire, con questo, che l’affanno attuale dei legislatori per cui tutto va normato, dalla zucchina ai peli nel naso, è abominio e perversione rispetto alla natura umana).

Per assumere dentro di me queste consuetudini, per farle mie (adattandole alla mia personale esistenza) ci ho impiegato anni. Sono germogliate o stanno ancora germogliando, come certi semi che uno dimentica in qualche recesso buio, ma con il tempo e un giusto stimolo si palesano improvvisamente in un virgulto inatteso.

Ho con esse un rapporto dialettico, critico, del tutto analogico, per cui ricorro a quegli antichi insegnamenti come un navigatore ricorre al punto fisso (Stella Polare o altro riferimento) per potermi quindi orientare nel quotidiano.

A ripensarci, mi colpisce ancora quanto fosse importante l’estetica. Eppure ero cresciuto convinto che il decoro esteriore, per un contadino povero, non fosse determinante. Invece no. E non parlo solo degli abiti, della casa, della tavola e del linguaggio, ma anche del lavoro.

Il giogo delle bestie porta inciso con un ferro rovente un semplice ricamo, così come il cucchiaio di legno costruito in casa è dotato di una sua armonia di forma e buon grado di finitura. Tutti i manufatti recano, a guardarli bene, qualche segno, qualcosa che li rende belli, di una bellezza non nativa o casuale.


Nei pomeriggi assolati mia nonna si faceva accompagnare dal nipotino nello Rian Della Merina, un ruscello lontano una mezz’ora da casa. Là mio padre aveva tagliato il nostro bosco, lasciando ancora molti rami a terra. Restava dunque da rimettere a posto. I rami si tagliano così e così, i più grandi si accatastano, i più fini si stringono in fascine. Ogni pezzo ha il suo verso. Ci si passava il tempo così, lavorando con molta calma, chiacchierando, fermandosi ogni volta che passava qualcuno. Io, poco più che bimbetto, mi chiedevo e le chiedevo: ma perché bisogna fare questo lavoro?

Risposta: “Perché sta male lasciare tutto a mezzo. È un lavoro mal fatto!”

Domanda: “Ma chi lo vede? Qui nel bosco non ci passa nessuno!”

Risposta: “Non vuol dire. Un lavoro mal fatto resta mal fatto anche se non si vede”.

E in effetti, prima di tornare a casa, uno si voltava verso il chiaggio[2], e il luogo era bello, a vedersi, con le sue riserve[3], le cataste di legna e le pile di fascine ben disposte. Erano segni della presenza di umani vivi e senzienti, non meno importanti delle incisioni sulla roccia del neolitico, un modo come un altro per dire “io sono”, per dire che qui abita gente costumata bene.

Mi pare toccante ripensare a queste cose, consapevole che erano tutte questioni di nessun prezzo, senza nessuna rendita, senza nessun vantaggio materiale diretto.

Tornare a coltivare una società regolata più dal buon senso e meno dalle norme, concentrandoci ANCHE sulle questioni che non rendono nulla, potrebbe essere un buon proposito per il futuro.  

ALESSANDRO MARENCO 



[1] Eucaliptus

[2] Appezzamento di bosco da taglio

[3] Le riserve sono le piante superstiti dal taglio, che vengono lasciate per il ripopolamento del bosco

 

 

  

 Un video da guardare e ascoltare 

FERRANIA A MEMORIA - ALESSANDRO MARENCO

 

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