TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 681 del 20 ottobre  2019
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Vincere in tre mosse le elezioni senza... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
 Vincere in tre mosse le elezioni
senza avere il consenso
Grazie alla tradizione orale e al filo ancora integro della memoria collettiva e non per merito di manuali di storia infarciti di menzogne, tutti sanno che fra il 1943 e il 1948 il Pci tentò inutilmente di prendere il potere in Italia. A fermarlo non furono solo la Dc di De Gasperi, la presenza delle basi americane e lo stesso Stalin ma la consapevolezza che gli italiani, molto più agguerriti di quanto non siano adesso, non glielo avrebbero consentito e da una replica di quanto avvenuto in Grecia il partito sarebbe uscito con le ossa rotte. Ci sono riusciti settanta anni dopo, senza fare tanti rumore, gli eredi di quel partito, che ora occupa tutte le istituzioni, la televisione di Stato, le banche, i vertici militari, i servizi segreti, le università, la scuola, i sindacati e tiene sotto schiaffo la magistratura. Al confronto il ventennio mussoliniano è stato un modello di democrazia liberale. Il potere totalitario postcomunista si è imposto, sulla scia di interventi del presidente della repubblica al limite del colpo di Stato, grazie a una legge elettorale assurda e a politici che hanno tradito il mandato ricevuto.
  
 
Le ultime elezioni, infatti, avevano disegnato il quadro di un Paese diviso perfettamente in tre: sinistra, centro destra e movimento Cinque stelle. Parlamento, governo, presidenza della repubblica, della camera, del senato, a fronte di questa ripartizione del corpo elettorale, sono tutti finiti in mano di una sola parte. Si dirà: questo è stato possibile per una legge della quale con un pugno di voti in più avrebbero potuto profittare anche le altre due parti. Assolutamente no. Si sarebbero mobilitati il sindacato, gli studenti, i centri sociali per impedirlo. Ma ora anche quello scenario è cambiato. L’esito del referendum ha palesato quello che anche il più sprovveduto osservatore sapeva benissimo: il Pd non gode più di alcun consenso e finché non avrà la certezza di aver recuperato almeno il suo zoccolo duro gli italiani si potranno scordare di tornare alle urne. Questo ipotetico recupero il Capo dello Stato l’ha chiamato governabilità. Ma come si può garantire la governabilità, vale a dire una base di consenso che legittimi il permanere del regime totalitario della sinistra, cioè del Pd? La corruzione del sistema finanziario, la scoperta compromissione del partito negli scandali bancari, l’impoverimento del ceto medio, lo scandaloso arricchimento della nomenklatura, l’ampliarsi della povertà assoluta, il perdurare dell’invasione guidata e incoraggiata ne hanno eroso il consenso anche fra i suoi più irriducibili sostenitori e il partito si trova ad un bivio: o si sgretola o trova il modo di ricompattarsi recuperando una sicura base elettorale e un’area sufficientemente ampia di benevola neutralità.

E allora, come avrebbe detto Lenin, che fare? Occorre predisporre una doppia strategia: una negativa, mirante a scompaginare il fronte avversario, e una positiva, tesa a rassicurare il proprio elettorato.    

Nel giro di pochi giorni sono successe tre cose che non è difficile legare fra di loro: un attacco alla libera circolazione delle informazioni sulla rete; un ritorno di fiamma dell’antifascismo alimentato dalla canaglia dei centri sociali e dai  signori in grisaglia della sinistra istituzionale; un enfatizzato cambiamento di rotta del governo che annuncia rimpatri e serrati controlli sull’immigrazione.


Giovanni Pitruzzella

 Il presidente dell’antitrust Pitruzzella, grazioso dono lasciatoci da Schifani, campione della destra ballerina e cangiante neoberlusconiana, in un’intervista al Financial Times ha tranquillamente dichiarato che contro la diffusione delle false notizie sulla rete i “pubblici poteri devono garantire un’informazione corretta” attraverso “un’entità terza pronta a intervenire rapidamente se l’interesse pubblico viene minacciato”. Non lo dico da modesto cultore della filosofia ma semplicemente per quello che mi è stato inculcato fin dai tempi del liceo: altra cosa sono i fatti altra cosa sono i resoconti sui fatti, vale a dire le notizie o informazioni. E noi umani non  attingiamo direttamente i fatti ma le parole che descrivono i fatti, noi umani viviamo in un mondo fatto di parole, di informazioni, di notizie. E la verità, alètheia, in questo mondo di parole, è un’aspirazione, un fine che è sempre oltre perché in questo nostro mondo di parole noi siamo prigionieri delle opinioni. Ma l’illustre giurista e brillante avvocato lo sa lui qual è la verità e non sopporta le opinioni che danneggiano l’interesse pubblico, perché lui sa anche qual è l’interesse pubblico e se, per combinazione, l’interesse pubblico coincide col potere del Pd, con la pax europaea di Bruxelles e il bene della casta che la garantisce, se la democrazia è in pericolo per l’incombere del populismo, allora fermiamo la diffusione delle idee che lo alimentano, impediamo il diffondersi di notizie che possono scuotere le coscienze, affidiamoci alla carta stampata, che per circolare esige capitali grazie ai quali l’informazione entra nel circolo virtuoso della salvaguardia dello status quo. L’ideale sarebbe chiudere il web, poter tornare indietro nel tempo quando era più facile imbonire l’opinione pubblica. Ora i giornali non li legge più nessuno; certo, c’è la televisione, che è il megafono del potere costituito, ma è talmente cialtrona e screditata che non fa più presa, non genera più opinione. E sulla rete, così anarchica, così multiforme, così immediatamente accessibile a tutti, dove le notizie circolano indisturbate e il passaparola veicola umori, sentimenti e risentimenti, futilità e drammi privati e collettivi, imporre le verità di comodo diventa impossibile così come è impossibile nascondere, stravolgere o minimizzare, non trasformare in notizia ciò che deve rimanere segreto. Che sono poi le operazioni fondamentali della stampa di regime: disinformare e scotomizzare. I maîtres à penser si danno un gran daffare negli editoriali, invadono le nostre case con il loro  presenzialismo televisivo mattutino, pomeridiano, serale e notturno, cercano di rimescolare le carte, di confondere le idee ma la loro capacità di orientare gli ormai pochi e distratti telespettatori è pari a zero. Ormai fa opinione il tam tam sulla rete, e qualunque matricola di psicologia sa che la possibilità di interagire rinforza le informazioni, mobilita attenzione e ideazione, incide su opinioni e atteggiamenti con un’efficacia senza confronto con la fruizione passiva della televisione, con la lettura o con lo stesso ascolto diretto di un eccellente comunicatore. E allora i compagni e i loro consigliori hanno fatto un semplice ragionamento: il nucleo del popolo dei Cinque stelle si è formato sul web e continua ad alimentarsi sulla rete, visto che altri strumenti per dare visibilità al movimento non ce ne sono. Alla prima occasione chiudiamo il blog di Beppe Grillo e il più è fatto. 


 Il Pd è completamente screditato e i suoi rappresentanti sono dal primo all’ultimo impresentabili, ma se non c’è alternativa perché la destra come l’ha ridotta Berlusconi non lo è più, la Lega non riesce a decollare, Fratelli d’Italia non può contare su molto più della simpatia personale di Giorgia Meloni e si è ridotto al silenzio Grillo o non si va a votare o automaticamente il voto torna agli eredi del Pci. Tutto andrebbe liscio come l’olio e l’Italia si ritroverebbe nella situazione paradossale di vedere uscire dalle urne una maggioranza che repelle alla stragrande maggioranza degli italiani se Grillo, che non è uno sprovveduto, non avesse immediatamente capito il gioco e reagito con una contromossa. Ha chiesto di indagare sulla disinformazione della carta stampata e la sua proposta ha spaventato i compagni e i giornali di regime – praticamente tutti – che hanno immediatamente levato alti lai per l’attentato alla libertà di stampa e il ritorno della censura, dimenticando che a invocare la censura sono stati proprio loro.  In questo clima non conviene più insistere sul controllo del web.

Si dirà: ma i siti che mettono in circolazione bufale esistono davvero. Ma non sono certo quelli l’obbiettivo reale dei compagni, anche perché la scoperta inverosimiglianza delle bufale che ospitano desta solo una divertita curiosità che spinge a visitarli e ne fa ottimi collettori di pubblicità.  E se poi si vuol veramente parlare di bufale, pensiamo alle macrobufale che sono fiorite intorno all’ambiente, a cominciare dal buco dell’ozono, e all’affare finanziario e politico che le ha supportate o a quelle che accompagnarono l’aggressione americana all’Irak, con le “armi di distruzione di massa” che esistevano solo nei rapporti della Cia.

C’è poi, come un frutto fuori stagione, lo strano attentato di Firenze, l’ordigno piazzato davanti alla libreria di Casa Pound, costato caro all’artificiere intervenuto per neutralizzarlo. E contemporaneamente l’improvviso picco di attività dei writers che invitano alla caccia al fascista e invocano i fasti di Acca Larenzia, di cui ricorre in questi giorni il 38° anniversario. Che gli autori vadano cercati nei centri sociali è banale. I centri sociali si mobilitano per le cause più disparate ma la loro originaria ragion d’essere è l’antifascismo militante.  Detto così, considerato che il fascismo è morto due volte, prima il 25 luglio del 1943 e poi col crollo della Rsi nell’aprile di due anni dopo,  considerato che sono passati più di settanta anni da quegli eventi, che l’antifascismo dei fuoriusciti prima e dei partigiani dopo si è esaurito con la nascita della repubblica, sembrerebbe che i centri sociali, e non solo loro, fossero solo una congrega di zombi che continuano a ripetere lo stesso copione senza accorgersi dello scorrere del tempo, di fantasmi da esorcizzare, morti da ricacciare nel cimitero della storia. Ma non è così: l’antifascismo è un pretesto per mantenere un’organizzazione scopertamente eversiva, nata in anni sciagurati da una costola della Fgci e sempre pronta al richiamo del suo padre fondatore, che avrà cambiato nome ma rimane sempre lo stesso. Un’organizzazione che va tenuta a bada, come un cane rabbioso legato alla catena, quando il manovratore è quello che l’ha creata e va scatenata quando qualcuno tenta di soffiargli il posto. Qual è, in questo frangente, l’utilità di un attacco ad una gruppuscolo di destra? Provocarne la reazione, quale che sia, anche solo verbale, tanto poi ci penserà la stampa a enfatizzarla: quel gruppuscolo diverrà un pericolo per la democrazia, magari una centrale di possibile terrorismo e siccome quella formazione è una seppure embrionale forza elettorale contigua con il più organizzato partito di destra, Fratelli d’Italia, e, attraverso questo, con la Lega, attaccarla, emarginarla, criminalizzarla significa ritardare o impedire il compattamento della destra e impaurire il suo elettorato potenziale. Su questa linea si è mosso il sindaco di Milano, che “farà tutto ciò che è in suo potere” per evitare una manifestazione regolarmente autorizzata di Forza Nuova, affermando, con un non encomiabile sprezzo del ridicolo che “non permetterà che si metta a repentaglio la democrazia”. Insomma farebbe comodo poter agitare il fantasma dell’uomo nero, poter contare su qualche sassata, qualche scritta sui muri e ripetere la sceneggiatura del golpe imminente col conseguente appello all’union sacrée. Ma i ragazzi di Forza Nuova, come quelli di Casa Pound, sono più interessati ai senza tetto che a dar corpo alle ombre del passato e c’è da credere che non si presteranno al gioco.


il neo ministro Minniti

Infine il brusco cambio di rotta del governo sui “migranti”, col neo ministro Minniti  che intanto riconosce quanto meno che esiste un problema, evita di usare il termine “accoglienza”, riconosce che ne stiamo ospitando un numero intollerabile, rivendica la necessità di espellere chi non ha diritto all’asilo e annuncia la ricostituzione dei Centri di identificazione e espulsione. Certo sono parole e c’è da scommettere che rimarranno solo parole, ma almeno sono parole giuste e prima non c’erano nemmeno quelle.

I vertici del Pd sanno che proprio per aver non dico tollerato ma scopertamente favorito l’invasione non raccatteranno altri voti oltre quelli che sull’invasione ci lucrano o semplicemente ci campano, che sono tanti in assoluto ma ai fini elettorali sono un’inezia;  e allora contrordine compagni, l’immigrazione (l’invasione) è un problema ma noi non dormiamo la notte per risolverlo, bussiamo a tutte le porte, preghiamo l’Europa di darci una mano, andiamo in giro per tutta l’Africa per vedere se qualcuno è disposto a riprendersi i suoi transfughi, non si può andare avanti così, abbiate fiducia, vedrete che qualcosa faremo, ci pensiamo noi,  li spediremo tutti a casa loro…Impressionante il voltafaccia, e impressionante anche l’assenza di un pur flebile cenno di autocritica, la latitanza di un magari sommesso “avevamo sbagliato, abbiamo sottovalutato” non dico un forte e chiaro “vi abbiamo ingannato, abbiamo negato l’evidenza finché abbiamo potuto”. Un ottimista penserà che meglio tardi che mai. Personalmente sono persuaso che sono solo parole e che con questo governo, con questa maggioranza, con questo parlamento, con questa classe politica non cambierà nulla, anche perché la situazione è talmente grave che per affrontarla occorrerebbero una determinazione, un coraggio e anche una spregiudicatezza che solo un temerario può aspettarsi dalle mezze calzette che si aggirano nei palazzi del potere. Quindi solo promesse o, nella migliore ipotesi, buone intenzioni. Gli sbarchi continueranno, del milione – tanti sicuramente saranno entro qualche mese, anche se col balletto dei numeri e delle etichettature esperti e agenzie accreditate hanno alzato un gran polverone e giocato al ribasso fino al punto che nemmeno al Viminale sanno non dico chi sono ma nemmeno quanti sono –   che dovrebbe essere espulso ne rimpatrieranno un centinaio, spalmando i clandestini o spostandoli da un posto all’altro con l’unico risultato di moltiplicare i focolai di rivolta e far crescere l’esasperazione degli italiani.

 

 Il fatto è che la svolta del governo è solo apparente, tant’è che dalle parti del Vaticano, dove l’invasione è vista come una manna dal cielo non si è fatto una piega, e mira solo a rassicurare l’elettore di sinistra tentato dall’astensione. Lo scopo è anche quello di stanare il movimento Cinque stelle, che finora sul problema ha tenuto un più che basso profilo che ha evitato lacerazioni interne e rotture con la base elettorale. La speranza è che una seppur finta politica antimmigrati provochi la reazione di quella parte del movimento infiltrata dalla sinistra mondialista che faccia esplodere il contrasto latente fra le diverse anime del movimento compromettendo anche per questa via il suo consenso elettorale. Ma anche in questo caso Grillo ha spiazzato tutti con una contromossa, quando sventolando il tricolore ha ribadito con forza la posizione che va sostenendo senza titubanze da anni: gli irregolari devono essere cacciati via.  Posizione fin qui non metabolizzata dagli eletti, che però dovranno capire che senza Grillo non sono nulla. Pertanto la mossa di Minniti oltre che un flop può diventare un boomerang perché contribuirà a rendere esplicita e visibile la concordanza fra tutto il centro destra e il movimento Cinque stelle su una questione cruciale per il Paese mentre creerà problemi all’interno del Pd, tant’è che un suo autorevole esponente – Fiano, per la cronaca –  ha dichiarato tranquillamente che non si può dispiacere al Papa parlando di espulsioni e contemporaneamente pescare nell’elettorato cattolico.

In conclusione; tre mosse per rimanere in sella ma tutte e tre facilmente neutralizzabili. Tuttavia tutt’altro che inutili. Esse infatti rivelano qual è la strategia della sinistra italiana. Sa di non riscuotere la fiducia popolare, se n’è fatta una ragione teorizzando il potere dei migliori e mentre vagheggia l’idea di voti leggeri e voti pesanti studia il modo per mantenere il potere anche con un consenso elettorale ridotto all’osso. Zittire Grillo, isolare la Lega, disinnescare la bomba dell’invasione e sperare nell’astensione.

Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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