TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 676 del 15 settembre  2019
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L’integrazione non è un valore Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
 
L’integrazione non è un valore
Non confondiamo accoglienza e integrazione

 Entro subito in medias res. Quando si parla di profughi, di migranti, di clandestini, insomma dell’invasione, da destra e da sinistra, dalla Lega alle burbere signore che rappresentano il pd risuona il ritornello dell’integrazione. Un’integrazione auspicata, mancata, realizzata, difficile, impossibile in queste condizioni, con  la pasionaria forzista  che lamenta “questa non è integrazione!”e il pensoso compagno che vanta il modello toscano perché favorisce l’integrazione e le piazze che si affrettano a precisare “noi non siamo contrari all’integrazione, ci mancherebbe” e così via. Nessuno, nemmeno Salvini, nemmeno la Meloni, che dica tranquillamente, con semplicità evangelica: noi non abbiamo bisogno di integrare nessuno e nessuno chiede di essere integrato. I clandestini, migranti, profughi, gli invasori, insomma, non vengono qui per essere integrati; semmai vengono qui per essere ospitati, per vivere alle nostre spalle e per stabilire l’avamposto di un rovesciamento geopolitico del Mediterraneo.


In tutte le culture, primitive o evolute, storiche o contemporanee, con l’eccezione di realtà aberranti e marginali, l’ospitalità è un valore. Lo è in Lapponia come nella Mongolia, fra i beduini e nelle società industriali, si ritrova nei detti popolari e nelle prescrizioni religiose. Ma l’integrazione no, l’integrazione è qualcosa che accade spontaneamente o il risultato di un’imposizione ma non è un valore. Integrazione, in generale, significa fusione; l’integrazione di nuovi arrivati con quelli che già c’erano è un processo per il quale i primi diventano indistinguibili dai secondi, tutti membri della stessa comunità. Ma questo non è un valore, è un fenomeno che a volte si verifica e a volte no, non è in sé né buono né cattivo. Se i nuovi arrivati avevano delle peculiarità da salvaguardare, con l’integrazione esse vengono meno; se la comunità aveva delle caratteristiche culturali ben definite, con l’integrazione esse vengono modificate. E questo può a volte essere un bene ma non lo è necessariamente. Con l’integrazione le culture precolombiane sono scomparse o stanno scomparendo ed è curioso che siano prevaletemene proprio quelli che fanno dell’integrazione un valore assoluto gli stessi che vorrebbero mettere sotto una campana di vetro quel che resta di quelle culture. L’integrazione razziale in America è un valore in sé? Bisognerebbe chiederlo ai neri che vogliono rimanere neri, che sono fieri di essere neri, perché quello che chiedono non è una poltiglia, una mescolanza razziale, ma il rispetto, la parità di diritti e di opportunità. D’altronde chi predica l’integrazione spesso ha in mente non una fusione ma un mosaico, una società multietnica, multicolore, multiculturale, senza sapere che problemi comporti. Sul pianeta sono molte le società multietniche e multiculturali, nessuna delle quali al riparo da conflitti. L’Africa degli Utsi e degli Utu ne offrono un esempio, come gli Stati Uniti, ai quali due secoli non sono bastati non dico per integrare, perché nessuno lo vuole, ma semplicemente per far convivere bianchi e neri. Le unioni miste restano un’eccezione e sono osteggiate più dai neri che dai bianchi. Nell’India postcoloniale per la presenza di induisti e musulmani sono nati tre Stati diversi, altro che integrazione. Se l’integrazione è un mito, e un pessimo mito, la segregazione è la sua realtà complementare, una realtà pressoché inevitabile, automatica, di cui in Italia vediamo già i segni nei nuovi ghetti che si sono creati nelle periferie, nelle strade e nei quartieri non più frequentabili. Forse le anime belle sono estasiate dalla presenza delle chinatown, e aspettano che gli africani sparsi qua e là finiranno per concentrarsi e formare una loro comunità autonoma, accanto a quella peruviana o tunisina? Chissà che vantaggio per la nostra vita.  Le anime belle si devono rassegnare: non c’è un frullatore che mescoli eritrei, congolesi, tunisini, romeni, popolazione indigena per produrre i nuovi italiani che sogna il presidente della Camera.


Ma in realtà le anime belle, che poi sono tutti i complici dell’invasione, quale che sia il loro tornaconto, parlano di integrazione, che suona bene, pare una cosa buona e giusta, per far diventare definitiva l’accoglienza, per mantenere sine die una condizione di emergenza, inventando un dramma planetario, sciorinando cifre, confondendo l’opinione pubblica, sperando sempre in qualche morto, meglio se bambini, per impietosire il popolo bue. Per l’accoglienza, e con essa il turpe affare che la promuove e l’inconfessabile disegno etico politico da cui è nata.

È talmente ovvio che mi ripugna doverlo rimarcare: accoglienza e integrazione non sono sinonimi. La furbizia di alcuni insieme alla distrazione o la sprovvedutezza di altri ha fatto di questi due concetti una diade indissolubile. All’accoglienza deve seguire l’integrazione; corollario: una cattiva accoglienza non consente l’integrazione. Nessuno che dica: l’ospite non è uno di famiglia e il fatto di averlo ospitato non lo fa diventare tale. I profughi, ed è assai improbabile che lo siano i ragazzi, i giovami adulti senza famiglia o i minori non accompagnati che si vedono in giro, forse vanno ospitati, con un’equa ripartizione, per il tempo che dura l’emergenza della loro condizione, dopodichè andranno rispediti a casa loro. Ma non esistono norme scritte o non scritte, giuridiche o morali che ne impongano l’integrazione. Vanno, entro certi limiti, accolti, non integrati. E se il concetto di integrazione non è chiaro si ricorra agli esempi: si integra il nuovo nato nella famiglia, si integra il disabile nella scuola e nella società, che sono anche e soprattutto sue, si integrano la malattia e la morte, che sono parte di noi, si integra il nuovo venuto che fa sue le nostre abitudini, la nostra cultura, i nostri valori ma non si integra lo straniero per il fatto che pro tempore lo abbiamo aiutato a superare una situazione eccezionale.

Ma chi sono i profughi?

Gli stessi che hanno creato il binomio accoglienza-integrazione sono responsabili della confusione intorno allo stato di profugo. Uno che viene via da un posto perché ci sta male non è un profugo e non esiste legge morale o trattato internazionale che obblighi ad ospitarlo e mantenerlo.  Ma guardiamoci anche dalla semplificazione che chi scappa dalla guerra è un profugo, come se la guerra nel suo Paese l’avessero portata gli alieni o fosse una faccenda che non lo riguarda. Se si riflette sulla circostanza che sono per lo più uomini quelli che “scappano da guerre” si deve concludere che quegli uomini hanno lasciato a combattere la loro guerra mogli, sorelle, vecchi e bambini. Chi è cacciato dalla sua terra da un invasore è un profugo, chi ha perso la sua terra e la sua casa per una catastrofe naturale è un profugo e convenzioni internazionali e considerazioni umanitarie ne  impongono, secondo criteri definiti caso per caso, l’accoglienza, che per altro non può mai diventare un peso capace di mandare a fondo il Paese che accoglie e di norma ha un carattere provvisorio. Erano profughi gli italiani in fuga dall’Istria e dalla Dalmazia cadute nelle mani dei comunisti di Tito, erano profughi i greci delle coste dell’Asia minore e i turchi del continente europeo dopo le guerre balcaniche,  erano profughi gli italiani cacciati dalla Libia di Gheddafi, sono profughi i siriani ai quali eserciti stranieri hanno distrutto le case. Per questi ultimi lo dico a chiare lettere: se la lotta fra governativi e oppositori del regime, che in un Paese civile dovrebbe combattersi con le schede elettorali ma,  tant’è, il mondo arabo funziona così, fosse rimasta una faccenda interna alla Siria non avrei nessuna remora a dichiarare che i siriani se la dovevano vedere fra di loro. Ma con i guai combinati dalla sciagurata politica estera americana, che ha scatenato il califfato e destabilizzato tutta l’area,  non si può ora negare ad una popolazione che dovunque cerchi rifugio nel suo Paese è inseguita dalle bombe americane, francesi, inglesi e russe il diritto all’accoglienza, il cui peso, col rischio connesso di infiltrazioni terroristiche, dovrebbe ricadere su quei governi stranieri che hanno fatto della Siria il loro campo di battaglia.

Quanto agli altri, quelli che profughi non sono, e si smetta di raccontare la barzelletta che ci vogliono anni per stabilire che non lo sono, è ora che si gridi più forte che si può che i migranti illegali non vanno né accolti né integrati: semplicemente non debbono entrare e chi consente che entrino è un traditore della patria perché viene meno al dovere, da sempre ritenuto sacro, di difenderne i confini.

Ma se poi mi capita di sentire un deputato del pd che sono profughi anche quelli che provengono dal Mali perché nel nord di quel Paese pare che ci siano cellule di Boko Haram  mi cadono le braccia. Allora a maggior ragione sarebbero profughi quelli che volessero venir via  dalla Nigeria o dal Camerun perché è lì che Boko Haram è di casa. E se non ci fosse il pretesto di Boko Haram, che sicuramente quel deputato non sa esattamente che cosa sia, potremmo suggerire che sempre in Mali la difficile convivenza fra neri e Tuareg, fra Ruanda e Burundi il mai sopito conflitto fra Hutu e Tutsi e in Nigeria le rivalità tribali, le guerre fra bande, le reciproche sanguinose violenze fra cristiani e musulmani sono tutti ottimi motivi per sfornare profughi. E  non ho ricordato la Libia, che la stupidità e l’incoscienza dei francesi e dei soliti americani rischia di trasformare in una nuova Siria. Ma quando l’ignoranza si somma alla malafede le obiezioni non servono più, ogni discussione è inutile.

Profughi da integrare e profughi da ospitare

La storia insegna che spesso i profughi veri hanno una madre patria che è casa loro come quella che hanno dovuto lasciare.  Questo è il caso dei profughi istriani, quelli, per intenderci ai quali alla stazione di Bologna i ferrovieri della Cgil negarono il diritto di rifocillarsi nel silenzio colpevole di tutta la città, dei fuggiaschi dalla Libia, dei protagonisti dello scambio di popolazioni fra greci e turchi, dei conterranei di Immanuel Kant che videro la loro Königsberg, la storica capitale della Prussia orientale, trasformata nella russa Kalinigrad e furono deportati, tutti i 500.000 che erano, nella Germania est. Tutti costoro erano vittime di mutilazioni territoriali, tornavano nella loro patria non come questuanti ma come cittadini destinatari di provvedimenti eccezionali per il loro reinserimento ma senza la pretesa di essere mantenuti. Poi ci sono i profughi ospitati in altri Paesi perché nei loro non potevano rimanere, come capitò al vietnamiti di origine cinese o sgraditi al regime comunista  dopo il ritiro degli americani e come ora capita ai siriani. La loro tragedia ripete quella delle tante minoranze espulse per i più diversi motivi, la pulizia etnica, l’esproprio di beni, l’intolleranza nei confronti del diverso. Detto questo, verità impone che si riconosca che in molti casi i profughi costretti ad abbandonare la loro terra diventano a loro volta invasori. Il crollo dell’impero romano fu determinato da popolazioni germaniche in fuga sotto l’avanzata di mongoli, accolte, tollerate, subite, respinte, in qualche caso massacrate ma alla fine per l’afflosciamento della società romana cristianizzata diventate padrone nella casa in cui erano entrate con le buone o con le cattive. Una storia spesso sanguinosa che si ripete da migliaia di anni e che spiega bene perché la prima e fondamentale funzione di uno Stato è la difesa militare. Funzione alla quale il governo del nostro Paese ha abdicato completamente. Non solo non difende le frontiere, ma mentre attraverso i suoi rappresentanti riconosce candidamente che esse non sono difendibili, va addirittura a prendere giornalmente migliaia di persone, per lo più giovani uomini,  che altrimenti, per la fragilità delle loro imbarcazioni, rischierebbero di annegare.  Un altro modo per impedire che corrano rischi in mare aperto sarebbe quello di non farle passare e scortarle eventualmente fino alle coste da cui sono partite. Meglio ancora impedirne la partenza. Ma non è su questo che voglio soffermare l’attenzione. Ammettiamo pure – per assurdo, s’intende –  che non si possano respingere e, contro ogni evidenza, riconosciamo loro lo stato di profughi. Fingiamo che siano tutti profughi quelli a cui, fra diritto della navigazione, raccomandazioni e disposizioni internazionali, accordi di Dublino e così via, si spalancano le porte dell’accoglienza. Che vuol dire: sono profughi, li accogliamo per il tempo e nelle condizioni che ci possiamo permettere, in campi appositamente allestiti, non nelle nostre città, nei nostri borghi, nelle nostre case, e, dal momento che siamo parte di una comunità sopranazionale, concordiamo con i nostri partner i comportamenti da adottare a medio e lungo termine e la ripartizione della spesa per il loro sostentamento.  In tutto ciò cosa c’entra l’integrazione? Se sono profughi la prima domanda da porre è quella relativa alle condizioni per il ritorno nella loro terra e i problemi da affrontare in sede internazionale sono la cessazione dell’emergenza, la ricostruzione, ecc. Invece scatta come una molla il binomio accoglienza-integrazione, che trasforma i profughi in un innesto etnico e culturale deciso nell’empireo del potere, recide le loro radici o ne fa un ponte che trasforma una situazione contingente in uno sconvolgimento apocalittico. Ma, ripeto, se sono profughi. Se poi non lo sono, e non lo sono, prima o poi la Storia dovrà presentare il conto a chi ce li ha fatti entrare. 

 Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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