di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 684 del 10 novembre  2019
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Le parole dell’imam e il silenzio degli altri Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
 Le parole dell’imam e il silenzio degli altri
Gli africani servono per ripopolare un’Italia spopolata

L’imam della moschea di via della Magliana a Roma, l’egiziano Sali Salem, era ospite giovedì scorso della trasmissione condotta da Belpietro su rete 4.  Intervenendo sui fatti di Gorino, dopo aver ricordato con evidente soddisfazione che in Italia ci sono ormai quattro milioni e mezzo di stranieri regolari, grazie ai quali, secondo lui, si reggerebbe la nostra economia  sosteneva apertamente che anche gli africani che sbarcano illegalmente sulle nostre coste sono delle risorse preziose. Sarebbero risorse preziose indipendentemente dal fatto che vengano mantenuti a spese del contribuente italiano e che non abbiano in ogni caso alcuna prospettiva di  lavoro col nostro tasso di disoccupazione giovanile del 40%;  secondo l’imam sono comunque delle risorse preziose perché servono per colmare  il presunto buco demografico del nostro Paese.


Evidentemente aver lasciato passare una menzogna senza una reazione adeguata ha avuto l’effetto di partorirne un’altra anche più sfacciata.  Che gli stranieri rappresentino una risorsa è infatti un mantra ricorrente ma assolutamente privo di fondamento, una spudorata menzogna, come può essere dimostrato da una semplice ricerchina condotta da un liceale qualunque: gli stranieri sono un peso per le casse dello Stato, per la sanità pubblica, per quel che resta del nostro welfare. L’impudenza dei sostenitori di quella menzogna arriva fino al punto di sciorinare cifre cervellotiche di fronte alle quali gli sprovveduti avversari di turno rimangono spiazzati. È la forza dei numeri, anche quando sono inventati: del resto un disonorevole esponente di una formazioncina politica nata anch’essa da una costola di Forza Italia  ha sostenuto pubblicamente che i “migranti”, cioè i clandestini, sono in tutto 170.000, quando tutti sanno, o dovrebbero sapere, che soltanto negli ultimi tre anni ne sono sbarcati più  di mezzo milione. Nessuno ha replicato.  Ma se veder gioire perché un italiano chiude bottega perché non ce la fa più e al suo posto si apre un kebab o dov’era un negozio di scarpe ora c’è un grande magazzino cinese suscita un po’ di imbarazzo, la pretesa di integrare una nazione come l’Italia, da secoli faro della civiltà occidentale, con gente del terzo mondo non è solo un’idea grottesca ma in bocca a un musulmano è una vera dichiarazione di guerra. Dispiace dirlo ma né Maurizio Gasparri che era presente alla trasmissione né il conduttore hanno risposto adeguatamente. L’Italia non ha bisogno di essere rimpolpata da africani per soddisfare i sogni razzisti, quelli sì, di quell’alta carica istituzionale che vorrebbe farne la copia di un’isola caraibica riempita di aitanti mulatti. In secondo luogo i 55 milioni di italiani – escludo ovviamente gli stranieri residenti – sono un numero sovrabbondante rispetto al territorio nazionale, tenuto conto che al censimento del 1901 su un territorio di 286.000 Km2 gli abitanti erano 32 milioni e mezzo e il Paese era tutt’altro che spopolato. Quando  nel 2001 si raggiunse il picco di 57 milioni, considerati dai demografi decisamente troppi, si rinvigorì anche da noi la campagna per il contenimento delle nascite che rifletteva un orientamento diffuso in tutto il pianeta. Se in Cina veniva attuato un rigido controllo statale che imponeva il limite di un solo figlio per coppia da noi ci si limitò, più discretamente, a incoraggiare una procreazione responsabile, che in soldoni significava: fate figli solo se ve lo potete permettere  senza gravare sulla collettività. E gli italiani impararono la lezione anche troppo bene finendo per occupare gli ultimi posti nella classifica della prolificità con appena 1,2 figli per donna in età fertile. In pochi anni il rapporto fra nati e morti si è invertito e la popolazione ha iniziato a decrescere e, per l’aumento della vita media, a invecchiare, mentre è cresciuto il numero dei pensionati. Questi sono segni di buona salute, non di decadenza di una nazione. Chiariamo subito che pensare di rimediare all’aumento del numero dei pensionati che gravano sulle casse dell’Inps con l’incremento artificiale della popolazione  è una doppia stupidaggine dal momento che il numero dei disoccupati e degli inattivi continua ad aumentare senza la necessità di incrementarlo dall’estero e che all’aumento degli occupati di oggi corrisponde un aumento dei pensionati di domani. È molto più realistico conseguire un equilibrio fra entrate e uscite del sistema previdenziale facendo lievitare i contributi con l’aumento della produttività e degli stipendi degli occupati. Puntare sul numero è una colpevole ingenuità: una nazione è forte e sana non quando si gonfia a dismisura ma quando cresce il suo, mi  si perdoni se per comodità ricorro all’inglese, know-how  e con esso la produttività individuale, il grado di informatizzazione e di robotizzazione. Questa è la direzione da prendere, fatte salve la tutela della famiglia e la salvaguardia del diritto di procreare, che impone allo Stato di impedire che facendo figli le persone debbano diventare più povere. Un rischio, questo, che non corrono rom e stranieri che succhiano le risorse del nostro welfare né le clandestine che vengono a partorire in Italia. Quindi se anche la popolazione italiana dovesse raggiungere un punto di equilibrio intorno ai 50 milioni non si potrebbe parlare di crollo demografico ma di un aggiustamento fisiologico e l’idea di un innesto di africani rimane un delirio che dovrebbe essere sanzionato almeno quanto la xenofobia.


E a chi obietta che il differenziale fra il tasso di natalità italiano e quello europeo è destinato a crescere oltre quel punto di equilibrio si risponde che  va scoraggiata l’emigrazione dei nostri giovani e ci si deve preoccupare del fatto che stipendi e salari non assicurano più un’esistenza tranquilla.  Lascia il tempo che trova il confronto fra i valori assoluti delle retribuzioni   con gli altri Paesi occidentali di fronte all’evidenza drammatica che in Italia uno stipendio medio è insufficiente per mantenere una famiglia anche di solo tre persone. Questo non è tollerabile. Come non è tollerabile che una commessa che lavora otto ore al giorno guadagni appena il 60% più della pensione sociale spettante a chi in vita sua non ha mai lavorato. Sono questi i problemi strutturali del nostro Paese, quelli che ne fanno la pecora nera dell’Occidente, quelli che spingono i pensionati a trasferirsi in Portogallo o in Bulgaria, non le disquisizioni accademiche su invecchiamento e crisi demografica. 

La svendita dell’Italia

Torniamo dunque all’imam, al quale se non altro va riconosciuta la franchezza – o l’impudenza – per aver svelato il disegno che sta dietro l’invasione. Un disegno che una volta svelato obbliga il governo, la politica tutta, la magistratura, le istituzioni nel loro complesso a prendere una posizione netta, perché se tacciono significa che lo condividono: quello di voler meticciare la popolazione italiana e di mettere a repentaglio le basi etiche e culturali del Paese. La preghiera collettiva davanti al Colosseo è un brutto segnale, una minaccia e un’anticipazione. Non ci aspettiamo più che la Chiesa reagisca: è una faccenda che riguarda i fedeli. Ma dobbiamo pretendere di non essere governati da persone che svendono il Paese, tacciono, si voltano dall’altra parte, fingono di non sentire, sviano, parlano d’altro quando è in atto il progetto di distruggere senza colpo ferire il nostro futuro di nazione e la nostra storia. I guasti che sono ora sotto i nostri occhi, lo sciamare per le nostre strade di decine, centinaia, migliaia di giovani africani scappati dal lavoro per essere mantenuti dal contribuente italiano, le carceri piene di stranieri, gli ospedali sequestrati dai clandestini, piccoli borghi diventati invivibili, lo spettacolo sconcio delle stazioni di Milano, di Roma o di Como, la creazioni di ghetti e di zone franche nelle nostre città, tutto ciò è solo un’avvisaglia, un campanello d’allarme. Diffusa o concentrata l’accoglienza è solo un’invasione tollerata e incoraggiata  da chi dovrebbe impedirla: se i 500.000 sbarcati in tre anni fossero arrivati in una sola notte il loro numero non sarebbe cambiato ma si sarebbe avvertito il colpo d’ariete sui nostri confini e la minaccia per la nostra società e le nostre istituzioni. Sono arrivati un po’ alla volta e non ne abbiamo avvertito il pericolo e governo, stampa, televisione hanno fatto di tutto perché  non ce ne accorgessimo, tanto arrivano un po’ alla volta, entrano nelle nostre città di nascosto, di notte, ci distraggono con i morti in mare, con la baggianata degli 8000 comuni, ma arriva sempre la goccia che fa traboccare il vaso: quando accadrà e cooperative, onlus, caritas, croce rossa dopo aver tanto lucrato collasseranno  come ne usciremo fuori? Nemmeno con l’aiuto divino si potrà rimandare a casa loro un milione di giovani adulti decisi a non andarsene. E per quanto si possa essere pessimisti sul QI degli esponenti della maggioranza che sgoverna il Paese è difficile credere che siano un buona fede quando predicano che il problema di quelli che chiamano migranti si risolva con l’accoglienza diffusa in tutti gli 8000 comuni italiani (considerato il numero di abitanti di buona parte di essi con la quota sbandierata del tre per mille molti migranti dovrebbero essere divisi in due). Non mi interessa l’obiezione, per altro decisiva, che per realizzare davvero quella spalmatura in ciascun comune dovrebbe esserci un tetto e una pensione completa per clandestino, probabilmente da accogliere come animale da compagnia nelle case di anziani soli. Il punto è che 500.000 persone da mantenere, diffuse o concentrate restano sempre 500.000, non una di meno, E resteranno 500.000, più quelli che continuano ad arrivare, anche quando le risorse per mantenerli si saranno esaurite. 

Ma a questo punto le parole dell’imam si caricano del loro vero significato. Se i cupi esponenti della maggioranza e le loro sgradevoli colleghe si illudono di poter mettere la polvere sotto il tappeto, l’imam sa bene che il bubbone è destinato a scoppiare e, dal suo punto di vista questo è un bene perché sarà una crisi risolutiva dalla quale dovrà scaturire una nazione rinnovata, con un’identità non più semplicemente annacquata ma completamente cancellata. Del resto sono anni che tante menti pensanti particolarmente attive  nel nostro Paese stanno elaborando un guazzabuglio ideologico in cui entrano echi illuministici, tradizione cattolica, innesti marxiani e suggestioni anarchiche: i confini nazionali sono solo un fastidioso retaggio del passato, le comunità nazionali debbono essere diluite nella comune umanità, siamo tutti cittadini di un’unica patria. Una retorica rancida che copre malamente grandi e piccoli interessi, rendite di potere, invadenza del capitale finanziario. L’Italia è ora l’anello debole dell’Europa ed è quella in cui si svolgono le prove generali della snazionalizzazione proprio quando, per reazione, un Paese cosmopolita come la Gran Bretagna si chiude in se stesso, la Germania fa pagare alla Bundeskanzlerin  le sue improvvide aperture e in Francia, la grandeur è stata pagata con una massiccia infiltrazione africana e musulmana, c’è una rinnovata ventata di sciovinismo. Insomma l’identità nazionale che si perde in Italia si sta rinvigorendo negli altri Paesi, nei quali la stessa comunità europea è vissuta come un’opportunità per le patrie nazionali, non, come si è fatto in Italia, come premessa per la loro dissoluzione. Finirà così che, grazie al governo che ci è stato imposto, saremo noi le uniche vittime di quel guazzabuglio ideologico e degli sconci affari  di cui è la foglia di fico.

 Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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