TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 680 del 13 ottobre  2019
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Il sogno o l’incubo dell’Europa unita Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 Il sogno o l’incubo dell’Europa unita

Originariamente una, poi frammentata, poi di nuovo una?

Le considerazioni apparentemente più serie a favore dell’Europa politica sono fondate sulla constatazione che il mondo dopo la seconda guerra mondiale si è progressivamente strutturato in blocchi giganteschi sia per numero di abitanti sia per superficie. Il pensiero corre agli Stati Uniti, alla Russia, alla Cina ma altri se ne sono aggiunti, come il subcontinente indiano e, almeno potenzialmente, il Brasile o il Sudafrica. Di fronte a questi giganti Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna sono dei nani. Lo avvertiva quasi un secolo fa anche Adolf Hitler, che sognava una Germania mitteleuropea con 200 milioni di abitanti dal Reno alla Vistola in grado di reggere il confronto.


Ma è veramente giustificato il timore di un confronto con i giganti del pianeta? A Hitler questo non sarebbe piaciuto ma sta il fatto che Israele, un puntolino sul planisfero, è uno spauracchio militare per tutto il medio e vicino oriente e che la superpotenza americana uscì scornata dal Vietnam. I giganti hanno spesso i piedi di argilla e la vicenda di David e Golia si rinverdisce di continuo. Del resto  più esteso e popoloso è uno stato tanto maggiore è il rischio delle marginalizzazioni e più accentuate sono le disuguaglianze.

Gli europeisti però sono animati dalla stessa preoccupazione del Führer, senza ovviamente l’utopia pangermanica. L’Europa unita, dicono,  è un blocco di due milioni di Km quadrati con 400 milioni di abitanti, in grado di insidiare economicamente e militarmente il primato americano e la concorrenza russa e cinese. Fra i due progetti, o, se si vuole, utopie, quello di una Germania ingigantita e quello di un’Europa unificata, si deve riconoscere che il primo, per quanto aberrante, aveva più solide basi concettuali perché poggiava sulla storia comune delle genti germaniche, la stessa lingua e la stessa tradizione culturale, si inseriva in un disegno politico che prevedeva  l’annientamento della Francia e la ripulitura etnica dell’Europa e poteva contare sul sostegno entusiastico dei parlanti tedesco di tutta Europa. Il secondo non ha altra base che il calcolo dei potenziali dei diversi stati europei,  non contempla altro itinerario che quello disegnato a freddo dalle cancellerie, è privo di qualsiasi motivazione ideale (una motivazione ideale non è detto che sia condivisibile o buona ma è una spinta necessaria per il passaggio all’atto) e non è minimamente sostenuto dalla volontà popolare. Semplicemente prevede che stati e nazioni che si sono affermati lacerando l’originaria unità europea, rinnegandone la lingua comune, il latino, e con essa l’unità politica e religiosa, il papato e l’impero, hegelianamente neghino la loro negazione tornando all’unità originaria.

È bene, infatti, ricordare che l’Europa è originariamente una e che la sua definizione geopolitica coincide con la sua romanizzazione,  proseguita per tutto il corso dell’alto medio evo nonostante il crollo della compagine dell’impero.  La sua eredità, infatti,  sopravvisse metabolizzando e smussando gli elementi germanici, ai quali non fu consentito né di elevare i propri idiomi al rango di lingua letteraria né di mantenere le proprie tradizioni religiose e le proprie consuetudini giuridiche. In questa Europa che è poi lo stato cristiano, la respublica christianorum, che continua a coltivare il mito dell’impero, senza steccati linguistici o culturali, poiché qualunque itinerario si fosse percorso sarebbe stato un continuo e pressoché indistinto passaggio da una parlata all’altra, da una consuetudine all’altra, da un regime rurale all’altro mentre la lingua scritta e delle relazioni formali rimaneva una, il latino, così come identici erano i modelli organizzativi e il sistema di valori garantiti dalla presenza capillare di  monaci e clero secolare. Il mondo antico e il medioevo concepiscono l’Europa come una, e la identificano come il luogo della civiltà, della cristianità, della latinità. Nel pieno fiorire della civiltà medioevale Dante avverte come eversiva qualunque forza che minacci l’unità etico-politica della cristianità, cioè dell’Europa. L’Europa,insomma, è originariamente unita e sostanzialmente omogenea.

Dall’unità alla frammentazione linguistica


Con la fine del Medio Evo tutto cambia, l’Europa comincia a sgretolarsi, perde la sua compattezza religiosa, si ribella contro il mito dell’impero e con l’affermarsi di identità nazionali e di stati centralizzati viene sferrato il colpo finale e decisivo, l’abbandono della lingua latina sostituita dalle lingue nazionali. Questo è un passaggio su cui gli europeisti di oggi glissano ma è decisivo: un popolo si riconosce  per la sua lingua e nella sua lingua, che non è quella familiare, della contrada, del villaggio, non è la lingua di tutti i giorni ma è quella a cui si attinge quando si afferma la propria identità di nazione. Dante, nel suo soggiorno veronese, viveva in mezzo a parlanti un idioma ben diverso dal fiorentino nel quale egli era nato e cresciuto ma era ben consapevole che la sua patria più grande non era  Firenze, la sua piccola patria, ma l’Italia, patria comune di veronesi e fiorentini, «il bel paese là dove il sì suona», il Paese della lingua italiana.

Gli stati europei sono nati per l’indebolimento delle periferie e la crisi del sistema feudale, si sono compattati combattendo gli uni contro gli altri, inglesi contro francesi, spagnoli contro inglesi, francesi contro tedeschi, polacchi contro russi, hanno acquistato un’identità grazie a conflitti dinastici, a rivalità economiche e all’intolleranza religiosa. Una diversificazione che non compone per niente un quadro armonico ma piuttosto un hobbesiano bellum omnium erga omnes. All’interno di questo quadro l’Italia, paradossalmente, pagò il prezzo della maggiore civiltà, della prosperità  che riverberava nella forza dei suoi stati regionali e della sua centralità religiosa con il ritardo della sua unificazione, un ritardo che l’ha esposta per oltre tre secoli alla pressione e ai ricatti degli stati già consolidati.

Saccheggiata nel suo patrimonio artistico in età napoleonica, violata dalla canaglia in divisa aizzatale dal generale francese Juin, colpita in uno dei suoi simboli più preziosi, il monastero di Montecassino, dalle cannonate americane e inglesi, l’Italia è stata calpestata e odiata dai suoi avversari e dai suoi alleati e non si venga a dire che le risate di Charlie Hebdo sui nostri morti di Amatrice sono solo il frutto perverso di una redazione che bada solo a dissacrare e a épater les bourgeois. I popoli europei non  si amano, non si sono mai amati e molti di essi sono accomunati soltanto dall’avversione verso di noi.

Una lingua comune, una tradizione letteraria comune, un commune sentire  sono le condizioni necessarie per l’identità nazionale e quando venne decretata la fine del latino, confinato nel rito religioso e nella comunicazione interna alla chiesa – oggi non più – con l’affermarsi delle lingue nazionali come lingue di cultura e come lingue ufficiali degli stati, l’Europa divenne una semplice espressione geografica, la respublica christianorum cessò di esisteree e gli stati europei si svilupparono chiudendosi in se stessi e esasperando la loro specificità. 

All’origine dell’europeismo fra interessi di mercato e globalizzazione


L’europeismo attuale ha un illustre precedente storico e due matrici culturali. Il precedente storico è, ovviamente, il congresso di Vienna, che come oggi a Bruxelles, si basò sulla presunzione che i popoli non contano nulla e che pace e stabilità sono una faccenda che riguarda le diplomazie. Si è visto come è andata a finire, con due guerre che hanno squassato l’Europa. Le matrici culturali sono quella, attualmente più sbandierata, di Altiero Spinelli, padre di un’utopia in cui la pax europea è garantita dalla sovietizzazione e quella del duo De Gasperi-Adenauer, che, accomunati da un intransigente anticomunismo e dall’ispirazione cristiana miravano ad un’Europa affratellata nella quale le leggi del mercato fossero contemperate dalla solidarietà.  Ma nel terzo partner di quell’embrione di Europa al quale dettero vita, la Francia rappresentata da Schuman, affievolitosi l’entusiasmo iniziale avrebbe prevalso l’anima sciovinista; il disinteresse inglese fece il resto e di quella ispirazione ideale non rimase nulla.  Ovviamente la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il Mercato comune o il tentativo subito fallito di una difesa comune in funzione antisovietica, tutte cose  di cui bene o male  le attuali istituzioni europee rappresentano la continuità storica, non hanno niente a che fare con gli stati uniti di Europa di matrice socialcomunista  preconizzati nel manifesto di Ventotene ma è anche vero che  dell’eredità di De Gasperi  si è disperso il profondo senso morale e si è dimenticata la vera motivazione, che non era semplicemente la pace ma l’urgenza di alzare una barriera contro il nemico interno ed esterno della pace e dell’occidente, il comunismo. Mettere insieme l’europeismo di Spinelli e Rossi con quello di De Gasperi e Adenauer è anche per questo una vergogna.

È vero che, come dimostra lo Zollverein degli anni trenta dell’Ottocento fra gli stati tedeschi, la libera circolazione delle merci può essere il preludio dell’unificazione politica, ma questo accade in modo naturale quando esiste già una comune cultura e una lingua comune. Fuori dai confini linguistici e culturali del mondo germanico un bavarese o un prussiano erano riconosciuti semplicemente come tedeschi, così come per i francesi l’odiato Mazarino era l’italiano e non il napoletano così come semplicemente italiano era il fiorentino Leonardo. 

Questo concetto è stato ovvio per secoli, dal Petrarca fino al Manzoni  e ora, sulla scia di un gruppetto di “intellettuali” – metto le virgolette perché l’espressione non significa nulla se non la pretesa che ci siano persone che di mestiere pensano per tutti –  indottrinati e di burocrati interessati si vorrebbe decretarne il superamento: in un mondo globalizzato di consumatori gli europei debbono essere indistinguibili gli uni dagli altri, l’idea di nazione va depotenziata frantumandola nel localismo o annegandola nell’astrazione della cittadinanza europea anticipata dalla “generazione Erasmus” inventata dai giornalisti di regime. Cosa c’è di meglio per premere sull’acceleratore della snazionalizzazione che far passare i ragazzi che approfittano dell’opportunità di unire vacanza e studio, rito di iniziazione e scariche ormonali con il legittimo desiderio di perfezionare una lingua straniera, per i nuovi cittadini dell’Europa, dimenticando, fra l’altro, che dal circuito dell’Erasmus l’Italia è praticamente esclusa anche per lo scarso appeal delle nostre università. Un altro modo subdolo per ottenere il medesimo risultato, la snazionalizzazione, è il martellamento sull’importanza della padronanza dell’inglese. Sono in realtà poche le attività e le necessità della vita quotidiana che richiedono di rinunciare all’italiano, mentre sono molte le ragioni che spingono alla sua diffusione. Con tutto il rispetto per quei popoli e le loro culture, un finlandese o un estone chiusi nell’orizzonte della loro lingua nazionale sono un po’ soffocati  e marginalizzati ed è comprensibile che per aprirsi al mondo debbano impadronirsi dell’inglese o del russo. Ma credere che un italiano abbia bisogno di parlare e comprendere l’inglese come ne ha bisogno un lappone o un irlandese è un’idiozia. Semmai bisognerebbe pretendere che il turista che viene in Italia approfittasse dell’opportunità per familiarizzarsi con la lingua di cultura più importante al mondo, che poi, nonostante tutto, rimane anche lingua veicolare in tutto il bacino mediterraneo. 

Se il prezzo da pagare per avere i benefici, ammesso che ce ne siano, di una Europa unita è quello di adattarsi interiormente ad una globalizzazione omogeneizzante e di rinunciare alla nostra identità nazionale questo prezzo non deve essere pagato. O si rinuncia all’Europa, e forse sarebbe la scelta più felice, o si pretende che l’italiano sia una delle tre o quattro lingue ufficiali di una eventuale stato federale.  Bisogna poi aggiungere un’altra considerazione, accuratamente evitata dai fautori dell’Europa politica. La Russia è parte integrante della civiltà europea. Lo è dal punto di vista storico, culturale, politico, per non dire etnico. Tolstoi o Pushkin o il Cremino sono un patrimonio comune dell’Europa, della nostra civiltà. Dal punto di vista politico sradicare dalla Russia i paesi dell’est europeo è semplicemente impossibile. Ma la Russia, obiettivamente, non può entrare nella comunità europea perché non solo la sbilancerebbe ma le toglierebbe qualunque significato geopolitico. L’unità politica dell’Europa, in qualunque forma venga immaginata, è una sciocchezza.

Il manifesto di Ventotene e l’europeismo della sinistra


Altiero Spinelli saltabeccava dentro e fuori il Pci ma la sua testa, come quella dei suoi sodali, era irrimediabilmente condizionata e compromessa da luoghi comuni pseudomarxisti, con l’innesto di una buona dose di anticlericalismo inseritoci da Ernesto Rossi.  Il manifesto di Ventotene ne è una dimostrazione lampante.

Letto oggi, a seconda della sensibilità individuale, fa sorridere o accapponare la pelle. Tutto il suo impianto poggia su pseudoconcetti quali “totalitarismo”, “privilegio”, “reazionario” e via di seguito, coniugati secondo le regole del comunismo d’antan. Con stato totalitario sembra che si debbano intendere genericamente regimi illiberali – la Spagna di Franco, l’Italia mussoliniana, la Germania nazionalsocialista ma non la gloriosa Unione sovietica di Stalin – , che sarebbero il prodotto del nazionalismo e lo “strumento dei ceti privilegiati”. Anche i bambini delle scuole elementari dovrebbero sapere che la grande finanza e i grandi gruppi industriali sguazzano come batteri in un brodo di coltura nelle democrazie e che tutta la propaganda nazista era orientata contro Wall Street, le grandi lobbies internazionali e i principi del libero mercato, vellicava il malessere della piccola borghesia e il risentimento degli operai. L’odio contro gli ebrei era per l’appunto alimentato dal loro essere identificati con la finanza internazionale, gli sfruttatori del popolo, i capitalisti.

I ceti privilegiati di Spinelli sono un’allusione, un’entità indistinta,  l’oggetto multiforme dell’invidia sociale, sono una categoria psicologica prima che un dato sociale. Certamente sono i ricchi, in qualche caso i padroni. Però non sono i ricchi o i padroni tout court, perché combatterli potrebbe significare colpire i propri amici, i propri familiari, i propri sostenitori e, ahimè, i propri finanziatori. Sono i ricchi o i padroni che non stanno dalla loro parte, sono  i ricchi buoni e i padroni perbene. E veniamo così all’altro basilare pseudoconcetto: “reazionario”.

Che cosa si debba esattamente intendere per reazionario è un mistero. Ma, si sa, tutte le fedi bazzicano il mistero e quella comunista in questo ambito gode di un primato indiscutibile. Per quanto vuoto sia un concetto a forza di essere ripetuto e imposto acquista la dignità e il peso della realtà. La reazione, che, non dimentichiamo “è sempre in agguato”, e i reazionari sono una presenza costante e decisiva nella concezione comunista del mondo, nella quale Spinelli, che fosse dentro o fuori il Pci, era completamente immerso. Reazionario non è semplicemente chi si oppone ai progetti di cambiamento perché non li condivide, reazionario è il male, il cattivo, l’egoista, il nemico dell’umanità. L’idea di nazione, della quale Spinelli auspicava il superamento, sarebbe per l’appunto reazionaria e il nazionalismo sarebbe responsabile delle guerre che hanno insanguinato l’Europa. A parte che la nazione non è il nazionalismo, a parte che Spinelli avrebbe dovuto decidere se a scatenare le guerre sono le spinte emotive degli opposti nazionalismi o i concreti interessi del grande capitale perché non si può saltare da un tavolo dottrinario all’altro secondo la convenienza del momento: per Marx non sono i sentimenti a muovere la storia  ma gli interessi economici; a parte tutto questo il nocciolo dell’europeismo di Ventotene è la demolizione della nazione e della patria, che apparterrebbero al passato, avrebbero esaurito la loro funzione, sarebbero espressione  del male assoluto: la reazione. Il patriota è un reazionario, punto. Verrebbe da chiedere a quelli che hanno costruito il mito di Spinelli e del manifesto di Ventotene come riescono a conciliare la criminalizzazione dell’idea di patria con l’appropriazione del  mito di Garibaldi per il Fronte Popolare e dell’epopea del risorgimento per qualificare la resistenza come sua riedizione. Si mettano d’accordo con se stessi. Non è facile erigere a sistema la doppiezza e la menzogna ma i comunisti, in tutte le loro trasformazioni, ci sono riusciti, fidando sul fluire della memoria, sulla somma degli interessi particolari e sui favori ai loro collettori di voti, sulla fede non scalfita dalle contraddizioni, come il “credo quia absurdum” di Tertulliano. Dietro le maschere, che di volta in volta hanno indossato la loro vera natura è incompatibile con la nostra storia, la nostra civiltà, la nostra essenza di popolo, il nostro essere italiani, il nostro orgoglio nazionale che vorrebbero ridurre al tifo per una squadra di calcio o alla divinizzazione di una ragazzetta dalle larghe spalle che in piscina fa meraviglie. L’amore per la patria è stato conculcato, deriso, soffocato sul nascere. Hanno inventato il neologismo “patriottardo” perché fosse più chiaro che la patria non è né una realtà né un valore e chi la difende è un provocatore, un reazionario, uno squallido nostalgico, un fascista.

La patria e la nazione sono valori assoluti non un retaggio ottocentesco


Come la nazione è una realtà, così la patria è un valore in sé che non ha bisogno di un contrasto per essere affermato. Il sentimento di appartenenza, l’identità nazionale, l’amore e l’orgoglio per la patria non nascono per contrapposizione ma con l’affermarsi della propria consapevolezza di persona. Si è italiani non per odio verso i francesi o i tedeschi ma per la coscienza delle proprie radici. L’amore per la patria apre al rispetto di tutte le patrie e se veramente si vuole un’Europa stabile e in pace che sia l’Europa delle patrie, non del superamento della patria.

Spinelli, come il coautore del Manifesto Ernesto Rossi, stando alla vulgata cattocomunista sarebbero stati lungimiranti, uomini che vedevano lontano, tanto lontano da credere che al crollo degli stati totalitari – non è chiaro quali e quanti esattamente fossero – sarebbero succeduti stati di nuovo conio, “democratici”, come si immaginava dovessero essere Italia, Francia, Grecia governati da un pateracchio fra comunisti e vecchi partiti anteguerra)  e soprattutto socialisti (per intenderci, i regimi che hanno distrutto socialmente, economicamente, moralmente la Polonia, la Germania est e tutto il resto dell’Europa orientale); vedevano tanto lontano da credere che il nuovo ordine avrebbe «spazzato decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari», tanto lontano da credere che il potere del capitale fosse legato a quello della nazione, quando in realtà è proprio il capitale il peggiore nemico della nazione. E per la stessa vulgata sarebbero anche, il Rossi in particolare, campioni della democrazia liberale quando sostengono che  «assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede». Insomma, siamo sempre lì, alla faccia del capostipite Rousseau: il popolo sarà anche sovrano, ma è un sovrano bambino e un po’scemo che ha bisogno di un reggente.

Per concludere: è un fatto incontrovertibile che l’Europa è una costellazione di realtà irriducibili, non per rivalità tribali ma per tradizioni e lingue ricche e sofisticate, veicoli di una civiltà letteraria secolare. Queste tradizioni non possono essere ridotte a folklore locale, queste lingue non possono essere ridotte a dialetti locali: l’Europa non avrà mai una lingua unica. Chi sogna che fra qualche decennio siamo tutti europei parlanti inglese  è lo stesso che vorrebbe  meticciare  l’Europa, e in primis

l’Italia, con gli africani col pretesto del calo, spacciato per crollo, demografico. Quando nelle università, nei giornali, fra i politici c’erano persone più serie si invocavano la contraccezione e il controllo delle nascite per garantire a tutti migliori condizioni di vita e si accusava di arretratezza il Sud del paese per la sua eccessiva prolificità. Ora gli italiani fanno meno figli, non per egoismo o edonismo ma semplicemente per senso di responsabilità, perché vogliono essere in condizione di allevarli decorosamente. E i nostri politicanti, opinionisti, tuttologi televisivi ora dicono che ciò è male, che le pensioni sono a rischio, che non ci saranno braccia per il lavoro, che gli africani sono una risorsa e il nostro futuro. Per molto meno Erasmo aveva scritto il suo sarcastico Elogio della follia. 

Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

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