TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 681 del 20 ottobre  2019
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Il comunismo è morto ma il suo cadavere... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
 Il comunismo è morto
ma il suo cadavere continua ad ammorbare l’Italia

Il comunismo o il socialismo reale dopo aver rappresentato l’incubo o la speranza dell’Occidente è praticamente scomparso dal pianeta. Lo spettro che si aggirava per l’Europa è stato esorcizzato. La Russia è ora un Paese ipercapitalista, la Iugoslavia di Tito si è sgretolata, la DDR, fiore all’occhiello e riferimento privilegiato dei compagni nostrani è tornata alla madre patria portando in dote debiti spalmati sulla comunità europea e lasciandoci in eredità la cancelliera Merkel, radio Praga non dà più voce agli aspiranti dirigenti del Pci, la repubblica popolare cinese ha sostituito il comunismo col capitalismo di stato. Rimane la Corea del nord, non si sa se più divertente o terribile, e Cuba, paradiso del sesso a buon mercato e generosa di opportunità per camalli che si vogliono rifare una vita.


La presenza del più forte partito comunista dell’Occidente ha avuto per l’Italia conseguenze devastanti. Intanto va chiarito che i comunisti in Italia dall’esperienza del Fronte popolare in poi sono sempre stati una minoranza che, nei momenti più favorevoli, non è mai andata oltre il 30 % del consenso elettorale. Ma il peso dei voti comunisti, in Italia come in Grecia, in Polonia o in Cecoslovacchia, deve evidentemente valere almeno il doppio e giustificare ampiamente la presa del potere, fallita in Grecia dopo una sanguinosa guerra civile e in Italia grazie agli equilibri imposti a Yalta.

I comunisti, in effetti hanno sempre avuto un’idea molto speciale della democrazia, alla quale non per niente aggiungevano l’aggettivo “popolare”. I loro sono voti pesanti, voti di gente perbene, gente che guarda al futuro, gente che sa qual è la strada giusta, gente che ha “coscienza di classe”; gli altri sono voti dei nemici di classe, di reazionari, di servi dei padroni o semplicemente di poveri ignoranti che vanno istruiti e educati. E allora con le buone o con le cattive bisogna che quella minoranza di migliori sia la voce del popolo, oppresso da governanti che non lo rappresentano anche se sono stati regolarmente eletti, perché quelli che li hanno votati saranno anche la maggioranza ma  è una maggioranza di minus habentes che dovrebbero essere esclusi dalle urne. Dal momento in cui ai governi autonominati dell’immediato dopoguerra successero governi regolarmente eletti dai quali i comunisti erano esclusi  ciò che non si poteva ottenere in parlamento neppure con le gazzarre si tentava di averlo con la piazza e la continua tensione all’interno delle fabbriche: il sindacato, con la sua capacità di infiltrare agitatori in grado di mobilitare ingenti masse di operai, divenne la cassa di risonanza del partito, con una voce che non lasciava spazio ad altre voci e si faceva percepire come la voce di tutto il popolo lavoratore.

Il Pci, partito di lotta e di governo, parlamentare e extraparlamentare, imponeva la visione di uno stato di polizia, celerini contro i bravi democratici, quando nella realtà i suoi seguaci erano solo una minoranza,  che sarebbe rimasta una sparuta minoranza se non fosse stato per la complicità dei nostalgici dei Cln annidati in tutti i partiti e pronti a tradire i loro elettori. Insomma, nonostante fossero invisi alla grande maggioranza degli italiani, i comunisti sono stati una presenza pervasiva per tutta la storia della repubblica e hanno finito per condizionare il comune modo di percepire le relazioni sociali, il rapporto con le istituzioni, la politica tutta.


Il comunismo è un veleno che ha intossicato le coscienze, ha minato il terreno solido di convinzioni e di valori sul quale si fondano le relazioni interpersonali, l’identità nazionale e il senso dello Stato.

La sua presa e la sua diffusione sono il prodotto della razionalizzazione di pulsioni primordiali: complessi di inferiorità, invidia, violenza cieca, propri di quelli che Nietzsche bollava come i malriusciti. La sua dottrina, l’“ideologia”, miscela di marxismo annacquato e di tradizione anarco-pauperistica,  erraticamente disposta fra il miraggio della giustizia sociale, la ridistribuzione della ricchezza, la crisi inevitabile del capitalismo, la disuguaglianza e lo sfruttamento creati dal sistema borghese, urlata nei megafoni o pacatamente esposta  dai professorini, è solo una copertura di quelle pulsioni. Non c’è niente di ideale, non c’è nessun valore nel comunismo, sia che rimanga ipotesi di scuola, sia che si presenti come progetto politico sia che si esprima concretamente nelle infelici realizzazioni della dittatura del proletariato, icasticamente rappresentate dalla faccia di pietra di Breznev.

Il comunismo è stata una malattia del ventesimo secolo, debellata dagli anticorpi presenti nella civiltà occidentale e sopravvissuta solo nelle sue varianti folkloristiche cubana e coreana.  Ma se è impensabile una sua resurrezione politica, proprio in Italia dove non è mai riuscito ad affermarsi compiutamente  il suo crollo non è stato totale. Se avessimo avuto governanti seri e una magistratura coraggiosa la notte stessa dopo la caduta del muro di Berlino sarebbero partiti i primi arresti. Il partito era sotto shock, nell’opinione pubblica si avvertiva un senso di sollievo,  sindacato e militanti erano muti e annichiliti perché le loro armi,  la piazza e la violenza,   richiedono simboli e parole d’ordine e i simboli e le parole d’ordine erano crollati con lo Stato guida. Si poteva spazzare via tutta l’organizzazione capillare dei circoli e delle sezioni, portare alla luce i piani di invasione concertati con l’Unione sovietica, smascherare i flussi di denaro e di informazioni e non fu fatto. Si dette tempo all’apparato del partito di riprendersi, di elaborare una strategia, di riciclarsi cambiando nome senza toccare la sostanza, senza rinnegare la propria storia, senza rinunciare alla retorica della resistenza e dell’antifascismo, senza pagare il fio del tradimento e della collusione col nemico, perché di questo si trattava. Ma così, a parte la deformazione della storia, un partito che era dichiarata espressione di una potenza straniera e aveva creato di sé una doppia immagine, quella nazionale e quella internazionalista, cancellava la seconda rimuovendo dal suo linguaggio ogni riferimento  che la potesse rievocare, imponeva  ai suoi seguaci di abolire il culto della “gloriosa” Unione sovietica, come già aveva fatto col culto di Stalin, ma rimaneva intimamente se stesso, un impasto di ipocrisia, frasi fatte, interessi privati e di gruppo  e vellicamento di quelle pulsioni primordiali che sono la sua vera ragione d’essere.


Come sostengono i suoi detrattori, la società borghese è organizzata intorno al denaro. Ma il denaro, come riconosce lo stesso Marx, è il lavoro monetizzato, è, nella sua essenza, frutto del lavoro, dell’operosità delle persone, è il mezzo per affermare la propria autonomia, per creare una famiglia e allevare dei figli. La società borghese è operosa, intraprendente, tesa alla valorizzazione di sé, della propria individualità. La società borghese è intrinsecamente materialista, opera con le cose e con i fatti. A differenza delle società tradizionali controllate dalla religione, vincolate dalla parola, da valori e prescrizioni spirituali, cioè verbali, la società borghese sospinge la parola, e con essa la spiritualità, nel privato e fonda il valore e la validità delle istituzioni sull’utilità, sui vantaggi e le garanzie fattuali che esse debbono assicurare. La politica e i governi sono costretti a rendere conto del loro operato su una base fattuale e il sistema di comunicazione fra cittadini e politica ha il suo centro di irradiazione nei cittadini, è delle loro esigenze e del loro sentire che i politici debbono essere interpreti. Il concetto di classe dirigente è estraneo alla società borghese, per quanto è familiare nella nostra società, nella quale l’elemento borghese è in origine inquinato dalle scorie della tradizione clericale e si è successivamente imbastardito col modello comunista.

In quest’ultimo politici e governanti pretendono di educare il popolo, non lo vogliono servire. Se ne servono quando debbono aizzarlo per riempire le piazze, paralizzare la vita pubblica,

Come nelle società tradizionali la società paracomunista  è controllata dalla parola o, se si vuole, è abbindolata dalle parole, è diretta dalla “classe dirigente”, che a sua volta fonda la sua legittimità sulla parola, sulla ideologia, sulle parole al posto dei fatti. La comunicazione fra i cittadini, ridotti a massa, e governanti e politici, divenuti il potere, parte da quest’ultimo non dalle richieste e dalle esigenze dei cittadini.  Politici e media di regime sono impegnati in un continuo tentativo di indottrinarli, di convincerli di qual è il loro bene, di costringerli a pensare in modo politicamente corretto. Le anime belle del nostro Paese rabbrividiscono di fronte alle malefatte di Pol Pot, si indignano di fronte alle immagini dei cinesi che sventolavano il libretto rosso, sono imbarazzati davanti allo spettacolo di un popolo intero, quello della Corea del Nord, lobotomizzato ma si rifiutano di vedere che in Italia  si cerca di fare esattamente la stessa cosa. Che è la caricatura grottesca dell’utopia platonica dei filosofi educatori perché qui i filosofi sono una banda di cialtroni  che si spartiscono il malloppo ceduto loro da un’altra banda della quale sono al servizio e dalla qualeprendono gli ordini.

 

Il primato della parola crea un universo parallelo, nel quale gli annunci sostituiscono i fatti, la stampa e la televisione selezionano e stravolgono gli avvenimenti col fine, a volte spudoratamente dichiarato, non di informare ma di orientare, come di fa con la pubblicità. La propaganda era essenziale nei paesi socialisti e tale rimane nella concezione comunista del rapporto con le masse. Come fanno i genitori accorti nei confronti dei loro figli quando li mettono al riparo dalle cattive letture, da spettacoli che potrebbero turbarli, da ambienti che potrebbero corromperli, così il partito, che poi si trasforma nel sistema, deve controllare il flusso delle informazioni e l’insieme dei canali attraverso i quali scorre, che comprendono non solo i mass media ma anche il cinema, l’intrattenimento, il mercato librario. Bisogna che le masse non percepiscano l’esistenza di un mondo diverso da quello in cui si trovano immersi: nella dialettica politica e parlamentare bisogna che maggioranza e opposizione siano facce della stessa medaglia, bisogna che si muovano all’interno del sistema, che non ne scalfiscano l’involucro. L’opposizione deve essere addomesticata: il primo passo è quello di infiltrarla. La storia recente del Paese ne dà una chiara dimostrazione. Quello che non erano riusciti a fare con gli scioperi, le chiassate studentesche, i giudici, l’hanno fatto le quinte colonne. È successo con la Lega, con Alleanza Nazionale, in modo sconcio con Forza Italia, che ha spudoratamente tradito in blocco il mandato elettorale, succede con i Cinque stelle, che si dimostra essere una delle parti che il partito unico recita nella tragedia italiana. Un’opposizione vera non può esserci, se si dovesse presentare dovrà essere emarginata, criminalizzata, soppressa. Né ci può essere il ricordo spassionato di un’Italia diversa, non inquinata dal comunismo e dalle sue metamorfosi. Con la copertura di una costituzione impregnata di retorica si è creata una discontinuità assoluta, si è creato il mito di un Paese senza storia, senza radici, senza passato, miracolosamente sbocciato con la Resistenza, tenuto a battesimo da Padri Fondatori imbalsamati, custodi gelosi di un culto perenne, indiscutibile come sono i misteri della fede. 

Sicuramente questo non è il migliore dei mondi possibili e nemmeno la democrazia è la migliore delle forme di governo. Fatto sta che, per parafrasare Churchill, finora non se n’è trovata una che possa sostituirla decentemente. Il cardine della democrazia è la rappresentatività, perché la democrazia diretta funziona al massimo in un condominio. Chi è eletto rappresenta gli elettori da cui ha ricevuto un mandato. Le idee, le intenzioni, gli obiettivi, gli interessi di quelli elettori  sono fatti propri dall’eletto, il cui peso è pari al numero delle persone che rappresenta. Il parlamento, vale a dire l’assemblea degli eletti, dovrebbe quindi rispecchiare il corpo elettorale, la società civile con tutta la sua interna dialettica e conflittualità. L’altro cardine della democrazia è che le decisioni si prendono a maggioranza e che, di conseguenza, il governo, la funzione di pilota, è espressione della maggioranza. Le norme che regolano l’impianto istituzionale e garantiscono il rispetto della minoranza  e le condizioni per cui essa possa a sua volta diventare maggioranza s’intende che sono in linea di principio prese all’unanimità perché costituiscono l’a priori delle forme di governo. Non sono norme di una parte politica né della maggioranza, sono norme costitutive dello Stato che qualunque carta costituzionale deve fare proprie.

 

Questi sono i cardini della democrazia. In Italia, col prevalere della piazza, del sindacato, con una sotterranea organizzazione militare eversiva, la democrazia in quei cardini non c’è mai stata stabilmente. È  tornato utile al partito unico far prevalere la legge del più forte, la ragione di chi urla di più o se si preferisce, il principio che chi tace acconsente. Democrazia allora non è più potere della maggioranza ma di chi ha più voce. Da qui la necessità di controllare la stampa, la televisione, il sindacato, che perde la sua funzione originaria per diventare il megafono del partito. Ma anche la necessità di disporre delle truppe cammellate formate dagli studenti, irresponsabili e ribellisti per status e anagrafe, e, in servizio permanente effettivo, dai centri sociali. L’impunità di cui questi ultimi godono è qualcosa di raggelante; le violenze, il vandalismo, i furti e le rapine non sono più reati  nel contesto una azione collettiva e di motivazioni eversive, che dovrebbero essere un’aggravante ma diventano una scusante. In carcere ci può finire chi fa il saluto romano, per chi spacca le vetrine e rapina un bancomat una pacca sulle spalle.

Ci troviamo una costituzione che sulla scia della retorica di cui è impastata partendo dall’ovvietà che ogni parlamentare rappresenta la nazione nega espressamente il vincolo di mandato facendo così degli eletti una casta, una nuova aristocrazia di ignoranti, arrivisti, opportunisti spregiudicati che saltabeccano da un gruppo all’altro in barba al fatto che i voti non li hanno presi loro ma il partito che li ha candidati.

Deputati e senatori dovrebbero essere il canale che mantiene attivo il rapporto fra centro e periferia, fra istanze popolari e dibattito parlamentare. In Italia questo canale non esiste, ci sono solo reti sotterranee e relazioni incoffessabili con potentati locali, clientele, malaffare, corruzione ma niente che medi politicamente la volontà popolare. Il rapporto della politica con la società civile non si avviene, come dovrebbe, proiettando nella prima, componendoli,  il sentire e le esigenze della seconda ma snervandola, disarticolandola, riducendola ad una massa di questuanti che si rivolgono al potere col cappello in mano. Questa non è democrazia questo è un sistema di potere che combina partitocrazia, oligarchia finanziaria, burocrazia, col collante della chiesa e la tutela della magistratura.

Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

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