TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 680 del 13 ottobre  2019
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Berlusconi: più che un’occasione persa ... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Berlusconi:
più che un’occasione persa un clamoroso equivoco.

Il successo politico di Berlusconi è frutto di un gigantesco fraintendimento. Un po’ frettolosamente si potrebbe dire che Berlusconi ha tradito o svenduto il consenso e l’entusiasmo popolare che l’hanno portato due volte al potere. Bisogna riconoscere che questo non è vero o lo è solo marginalmente. Non è vero perché in realtà egli non ha mai dato a intendere di essere veramente l’uomo che i suoi milioni di elettori aspettavano e avevano creduto di riconoscere in lui sulla base di qualche slogan, di qualche battuta e soprattutto dell’immagine che di lui forniva la sinistra. Paradossalmente è stata proprio la sinistra a costruire il leader che gli italiani volevano, ad attribuire all’uomo di Arcore un ruolo per il quale poteva essere anche adatto se non avesse sentito il richiamo del suo entourage e della sua stessa storia personale, e, diciamolo pure, se non avesse difettato di coraggio.


Era riuscito a convogliare su di sé gli eredi di quell’Italia libertaria, patriottica, non dimentica, che non si erano fidati né del movimento sociale né della sua metamorfosi. Il suo entusiasmo e l’indubbio carisma, merce rara fra i nostri politici, l’insistenza martellante sull’anticomunismo e l’abbattimento  del recinto dell’arco costituzionale avevano fatto la differenza. Ma non era lui quello che gli italiani aspettavano e questo già appariva nella composizione del suo primo governo con i reduci della prima repubblica, esponenti di partiti con visioni politiche dichiaratamente opposte fra di loro e personaggi dubbi e incolori. Nessun afflato ideale che li unisse, nessun comune sentire se non la sicuramente fastidiosa consapevolezza di dover tutto a Berlusconi. Il quale,  dopo il successo, almeno nelle dimensioni, inaspettato cercò subito di accreditarsi sul piano internazionale assicurandosi l’appoggio  degli Stati Uniti, com’era giusto che fosse sotto il profilo diplomatico e della reciproca convenienza, ma lo fece con un’insistenza sgradevole e inopportuna sugli americani “liberatori” nella seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo era duplice: infrangere il mito della resistenza e accattivarsi governo e opinione pubblica americani. Sarebbe bastato, per sbugiardare il mito della resistenza, riconoscere  che l’Italia aveva semplicemente perso la guerra, che il fascismo come regime era finito il 25 luglio del 43 ad opera degli stessi fascisti e non certo dei partigiani, che la repubblica del nord era crollata con la catastrofe finale che aveva travolto il III Reich e che  i partigiani ne avevano occupato il territorio quando l’esercito repubblicano si era liquefatto e i tedeschi non pensavano altro che a scappare. È molto meglio tacere sul passato piuttosto che ribadire una vulgata ormai ampiamente smentita. L’Italia era un paese sconfitto, umiliato e martoriato, nel quale gli alleati si comportarono come gli Unni di Attila anche se al nord servirono almeno a limitare le ruberie e gli eccidi delle iene rosse. Se la vogliamo dire tutta gli americani se ebbero un ruolo di liberatori lo esercitarono nei confronti dei partigiani, non certo del fascismo, che era caduto da solo. Bene, tutto questo a Berlusconi sembrava sfuggire e, invece di pensare ad abolire una festa nazionale assurda come il 25 aprile cercava insieme alla sua ministra Moratti di metterci il cappello sopra, esaltando il ruolo di una resistenza buona e dimenticando che i partigiani bianchi erano stati l’avanguardia degli utili idioti e la premessa del pateracchio cattocomunista.  Ma agli italiani che lo avevano votato toccò di sentire la solita storiella edulcorata della liberazione, seppure in chiave democristiana. Non era quello che si sarebbero aspettati per un vero riscatto nazionale.


 La vera cartina di tornasole che mostrò quanto falsa fosse la moneta del rinnovamento fu però la scuola e rimanda di nuovo alla stessa ministra, per altro uno dei pezzi migliori di un governo sgangherato. In una autentica rivoluzione la scuola ha un ruolo centrale e Berlusconi sembrava averlo capito puntando su una sua riforma. L’errore di partenza fu quello di escludere l’opposizione dalla elaborazione del progetto, consentendole così di alzare le barricate su qualunque provvedimento fosse stato preso. Bisognava infatti, cooptare tutti i maggiori rappresentanti della cultura italiana indipendentemente dal colore politico; già questo avrebbe spiazzato un’opposizione preconcetta. Ci si limitò invece a cercare la collaborazione di qualche pedagogista buono per tutte le stagioni – e che dio ci liberi dai pedagogisti di mestiere, che stanno alla scuola come i critici d’arte alla creatività –, si partì vellicando le scuole confessionali rinunciando a priori a considerare quello dell’educazione come un problema nazionale, ci si impuntò sulla formuletta delle tre i (inglese, informatica, intrapresa) mostrando il fianco ai critici della scuola-azienda e si evitò accuratamente di affrontare la questione centrale dei contenuti e delle finalità educative, stravolti dopo decine di anni di regime cattocomunista, si promise e si abbozzò una riforma di struttura che avrebbe rilanciato la formazione professionale e si lasciò che finisse in una bolla di sapone. Tanto rumore per nulla, assolutamente nulla. Berlusconi mostrò così di essere indifferente o impotente di fronte al fatto acclarato che il disastro morale e sociale del Paese aveva avuto origine proprio nella scuola. In primo luogo perché la sinistra marxista aveva imposto un indottrinamento subdolo mirato alla cancellazione di ogni forma di coscienza nazionale, in secondo luogo perché dietro il paravento della scuola di massa la sinistra aveva fatto passare l’appiattimento dell’istruzione, la dequalificazione dei titoli di studio e, di conseguenza, aveva vanificato una delle funzioni primarie della scuola, quella di assicurare il ricambio sociale. La scuola selettiva e meritocratica infatti, esattamente al contrario di quanto ha sempre predicato la propaganda di sinistra, garantisce al figlio dell’operaio il riscatto sociale ed è lo spauracchio dei ricchi e dei ceti professionali che la percepiscono come un ostacolo per le loro aspirazioni dinastiche. Last but no least questa scuola impoverita e dequalificata era ed è tuttora la palestra dei guastatori di sinistra e dei futuri dirigenti del partito. Berlusconi poteva arrestare la deriva della scuola italiana e non l’ha fatto, perché evidentemente non l’ha voluto fare.


 Ma Berlusconi, si sa, sentiva il fiato dei giudici sul collo ed era convinto di potersene liberare minacciando una riforma del sistema giudiziario che separasse le carriere di giudici e pubblici ministeri. Anche in questo caso, dovendo toccare uno dei cardini del sistema istituzionale, avrebbe dovuto cercare la collaborazione di tutte le forze politiche, della stessa magistratura e degli esperti di diritto, invece di alimentare il sospetto che volesse semplicemente asservire all’esecutivo la pubblica accusa. Quello che il governo avrebbe potuto legittimamente fare e non fece era occuparsi dei concorsi per accedere in magistratura e di un sistema di controllo terzo sull’operato dei giudici nonché intervenire drasticamente su comportamenti illeciti senza cercare di  mettere in ridicolo singoli magistrati per il colore dei calzini. Avrebbe potuto, e non tentò neppure di farlo, spezzare il circolo vizioso che lega gli stipendi di giudici e politici. È bene ricordare, a questo proposito, che fino alla metà del secolo scorso la grande massa dei magistrati italiani godeva di una retribuzione media identica a quella media dei pubblici dipendenti, insegnanti compresi. Dagli anni sessanta in poi gli stipendi dei giudici hanno cominciato a lievitare in modo indipendente dalla funzione. Malignamente si può sospettare che i governi di turno volessero tenersi buona la magistratura  come stavano facendo con militari e giornalisti. Con Berlusconi al governo questo andazzo non solo è continuato ma ha fatto registrare una brusca impennata. Non solo: in  pieno regime democristiano il problema degli squilibri retributivi era quanto meno avvertito, come testimonia il celebre pamphlet  di Ermanno Corrieri sulla “giungla retributiva”, causata dal clientelismo, da calcoli elettorali da rapporti di forza  fra categorie e ricatti sindacali. Negli anni del berlusconismo il problema non solo non è stato affrontato ma  si è incancrenito fino al punto da diventare praticamente  irrisolvibile. E se la sua idea era di ammorbidire i giudici pagandoli, Berlusconi  come si sa ha clamorosamente fallito. Insomma il sistema marcio era e marcio è rimasto: altro che rivoluzione liberale!


 Dove poi Berlusconi ha finito per perdere la sua  credibilità è con le “grandi opere”, esauritesi in annunci roboanti, celebrate come già realizzate quando non si avevano ancora le idee chiare sui progetti, l’impatto ambientale, i finanziamenti, il rapporto costi benefici e, quel che più conta, senza essersi preoccupati di stabilire una scala realistica di priorità. Meglio non andare con la memoria alle grandi opere, quelle sì, del Ventennio.

Non si mette in discussione la visione strategica di Berlusconi in politica estera, il merito indiscutibile di aver riportato momentaneamente l’Italia fra i grandi del pianeta, la prontezza e l’efficacia degli interventi nelle drammatiche emergenze di Lampedusa, di Napoli, dell’Aquila. Ma non è un caso che proprio quando la sua popolarità sembrava consolidarsi il peccato originale che ne aveva segnato l’ascesa  ne ha decretato la rovina. La mancanza di una autentica anima, di valori, di ideali del suo governo, il suo personale modo di essere e di fare politica, che ci riporta all’equivoco sul quale il suo consenso si era fondato. Berlusconi era, è e non ha mai negato di esserlo un uomo pragmatico, che scambia per ideali i suoi personali obiettivi, convinto che la sua straordinaria simpatia umana e l’indubbia intelligenza siano doti sufficienti per farne un leader, quando un leader è una guida che conosce la strada e sa dove essa conduce perché è stato lui a tracciarla. La manifestazione fisica della sua inadeguatezza come leader, lo specchio fedele di un pragmatismo dal fiato corto, è il partito da lui fondato, peggiore del partito di plastica o del partito padronale dipinto dagli avversari, perché era ed è rimasto una sommatoria di comitati di affari, di circoli chiusi e impenetrabili, di piccole lobbies di provincia, di arrivisti di tutte le risme, completamente privo di qualsiasi respiro ideale. La composizione dei suoi governi ne era la proiezione fedele, con un movimento guidato da un demagogo che alimentava l’odio verso i meridionali, un partito di destra con dirigenti impegnati a distinguersi dai loro elettori e un segretario che si ispirava al  piccolo napoleone franco polacco scambiato per uno statista e un teorico, un partitino cattolico guidato da un avanzo di sacrestia e un contorno  di omuncoli rivali fra di loro. Gli italiani avevano creduto di votare per un’idea, per il cambiamento, per il riscatto di un Paese mortificato dal regime cattocomunista e si trovarono una banda pronta a tradire il mandato ricevuto, gente senza idee, senza ideali, senza neppure quella disciplina di partito che costringe gli eletti della sinistra a rispettare il loro ruolo. E quando l’attacco delle cancellerie europee, dei servizi americani, dei giudici nostrani e del capo dello Stato si è fatto più deciso e coordinato i suoi parlamentari hanno traslocato in massa e il suo governo si è sgretolato.


 Ora Berlusconi tenta di tornare sulla scena ripetendo il mantra della casa dei moderati.

Ma poi chi sono i moderati? Quelli con una vocina flebile flebile per non farsi sentire, quelli che sì ci vorrebbe un cambiamento  ma non vorrei rimetterci anch’io, quelli che semplicemente vorrebbero un posto a tavola anche per sé. In politica moderato non è una buona cosa: si sta da una parte o dall’altra e lo si fa con convinzione e fino in fondo. E in Italia la maggioranza di quanti avvertono e subiscono il peso di un’ingiustizia eretta a sistema sono persone spesso sfiduciate, molte sicuramente miti e allergiche alla violenza ma tutte  profondamente arrabbiate e se Berlusconi negli anni del consenso ha creduto che il loro voto fosse un voto moderato ha fatto torto alla sua intelligenza. La sua “casa dei moderati” è amministrata da opportunisti e voltagabbana e può ospitare solo quelli che aspettano qualche vantaggino per sé purché nulla cambi. E si accorgerà, se già non se n’è accorto, che può contare su ben pochi inquilini.

Pier Franco Lisorini

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

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