Settimanale Anno XVI
Numero 702 del 29 marzo 2020
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Cinema:La classe operaia va in paradiso Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

La classe operaia va in paradiso

 

Titolo Originale:

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

Regia: Elio Petri

Interpreti: Gino Pernice, Salvo Randone, Mietta Albertini, Mariangela Melato, Gian Maria Volontè

Durata: h 01:50

Nazionalità: Italia 1972

Genere: drammatico

Al cinema nel Novembre 1972

Recensione di Biagio giordano

Film reperibile su You Tube 
Ludovico Massa, sopranominato dai colleghi, con un certo accento dispregiativo, Lulù, è un operaio metalmeccanico, tornitore, di 31 anni, divorziato con un figlio, convive da tempo con una parrucchiera e il bambino di lei. In circa  15 anni di lavoro, presso la sua fabbrica  lombarda, ha già patito  diverse malattie professionali che non gli impediscono però la prosecuzione della sua normale attività lavorativa.

 Ludovico Massa predilige il cottimo, in quanto gli consente un potere d’acquisto superiore dandogli la possibilità di esibire alcuni status symbol legati ad esempio alla tipologia  che può avere un’automobile o alla gradazione della bellezza dell’arredo in una casa.


 Lulù viene presentato dai padroni della fabbrica agli altri lavoratori, come lavoratore esemplare, modello comportamentale da imitare per poter stabilire rapporti ottimali con l’azienda, cosa che induce nei colleghi stati d’animo di invidia frammisti a odio. Alla sera, rientrato a casa, Lulù è dominato dalla stanchezza, riesce solo a mangiare e a porsi davanti alla televisione esclusivamente in modo passivo. Lo stress lo porta a non curare più alcun rapporto con gli altri, compresa la sua nuova famiglia, facendolo scivolare lentamente verso uno stato simile a quello vegetativo.

  Lulù ignora i messaggi di protesta anticapitalista emessi dagli studenti fuori dai cancelli, li ritiene troppo stranianti, lontani dal suo mondo reale.


Dopo un serio incidente sul lavoro Lulù  va incontro a uno stato depressivo piuttosto grave da cui sembra poterne uscire solo aderendo alle emotività utopiche che scaturiscono dalle ideologie radicali degli studenti e allo sfogo verbale legato agli estremismi politici di alcuni operai della fabbrica.

In uno sciopero generale Lulù si fa coinvolgere da un violento scontro con la polizia e viene licenziato, la sua compagna, molto diversa da lui, e di idee piccole borghesi, lo lascia per cercare miglior vita,  gli studenti si disinteressano alla sua precaria condizione perché non lo stimano in quanto è considerato ignorante e poco intelligente, nonché tendente all’individualismo, e i colleghi da subito sembrano troppo incerti sul da farsi rispetto alla sua grave condizione.

In una situazione per lui moralmente sempre più  difficile, Lulù fa  visita all'anziano Militina, un ex compagno di fabbrica, molto colto, divenuto secondo la certificazione delle istituzioni psichiatriche malato di mente. Lulù cerca di capire dai colloqui con Militina se la sua pazzia ha una logica comprensibile, e soprattutto se essa possa aver avuto origine dal lavoro duro e insicuro come il suo, da un sociale alienato, ma ottiene solo risposte soggettive o generiche che rimandano le cause della follia alla particolarità di ciascuno o a un mistero inestricabile.


Nel frattempo i suoi compagni si sono assunti la responsabilità di chiedere l’annullamento del licenziamento e dopo un po’ con l’aiuto del sindacato  riescono a farlo riassumere.  Lulù viene messo alla catena di montaggio, e un giorno racconta ai compagni un suo sogno particolarmente significativo, che rappresenta un po’ una meditazione da lui fatta dopo il colloquio con il presunto folle Mitilina.

Nella scena del sogno, Militina è morto, Lulù anche, hanno di fronte a loro un muro, nelle vicinanze un corpo umano straziato, la testa da una parte e il resto del corpo dall’altra. Militina vuole abbattere a forza di testate il muro, aprire una breccia verso quello che potrebbe essere il paradiso.

Aperto un varco nel muro al di là scoprono solo una fitta nebbia in cui sono immersi Militina stesso, Lulù e tutti gli operai della fabbrica.


 Un sogno per niente assurdo, che rappresenta la sintesi logica del suo pensiero più recente, relegato nel preconscio, qualcosa che fa capire a sé  e agli altri operai l’assenza di ogni speranza, l’affermarsi di un destino cupo, inesorabile, rappresentato dal congelarsi del tempo  in quella fabbrica degli orrori dove non gli è dato nemmeno sapere a cosa serve il suo lavoro. Un sogno che conferma, pur con la tiepida consolazione del racconto, la mancanza di alternativa al suo stato di operaio depresso, malato, stressato, incapace di ogni relazione affettiva intima, psichicamente impossibilitato ad educare correttamente i figli e a dar loro un diverso avvenire.

Uscito in un periodo storico (1972) dominato ancora da forti fermenti ideologici di sinistra, e da lotte sindacali di estesa portata politica, questo eccezionale film di Petri, rimasto inspiegabilmente raro come soggetto filmico, è drammatizzato in maniera egregia senza fare alcuno sconto alle diverse realtà horror presenti all’epoca in diverse fabbriche del Nord d’Italia.


Il film molto premiato e apprezzato a livello internazionale, ha creato prese di posizione assai polemiche tra sindacati, partiti, critici cinematografici, nuova sinistra, istituzioni giornalistiche, media visivi, etc. in quanto si è erroneamente pensato che l’artista-regista Elio Petri avesse voluto dare una sua interpretazione della vita di fabbrica. In verità egli ha cercato di dare uno spaccato di costume e di realtà bruta oggettiva, riguardo a un mondo lavorativo umano legato alla catena di montaggio e al cottimo, senza far emergere in nessun caso tratti di interpretazioni soggettive, rimanendo stilisticamente fedele a forme espressive di neorealismo adeguate ai tempi, cioè più dinamizzate nei rapporti interpersonali, in un mondo in via di globalizzazione: già molto diverso nei ritmi di vita quotidiani  rispetto agli anni ’40 e ‘50.

Elio Petri rinuncia a ogni forma letteraria da intrattenimento, calandosi seriosamente nell’inferno della fabbrica con il notes in mano, apprendendo dal reale tutto ciò che poteva istruirlo sulle dinamiche relazionali di fabbrica. Quanto egli ha visto direttamente aveva già in sé quello che poteva essere trascritto drammaticamente in un film dando credenziali di convinzione ed emotività con il vero puro, bastava rimanere fedeli agli appunti di base e trovare gli interpreti più adeguati per la pellicola.

Biagio Giordano 

 

      

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