di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 693 del 26 gennaio 2020
Tel. 346 8046218
Serve e servitori Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Serve e servitori

Dopo i dieci anni d’età, le cascine più povere ma più ricche di figli, investivano il loro capitale presso famiglie più facoltose, o comunque che avrebbero potuto dare un tornaconto da quell’investimento. Mentre scrivo continua a venirmi in mente la parola proletariato, e l’abuso inconsapevole che se ne è fatto in anni più recenti. Fino alla fine della Seconda Guerra, era consuetudine che in una famiglia (spesso numerosa, come il regime avrebbe voluto) alcuni ragazzi si prendessero il loro rotolo di stracci e si mettessero a disposizione di un’altra famiglia, per i lavori nei campi, nella stalla, nelle vigne o nel bosco.


L’interesse era per la famiglia di origine poiché si otteneva così un misero guadagno. E più: per il periodo della servitù non si sarebbe dovuto provvedere al cibo. E più ancora, il padrone, se era contento, regalava qualche indumento dismesso. Infine il ragazzino che faceva questa brutale esperienza, sarebbe tornato a casa con animo ben disposto, lavorando alla sua propria casa, alla sua propria terra con tutt’altra voglia, avendo bene in mente cosa poteva voler dire andar “sotto padrone”. Vale la pena ricordare “La Malora” di Fenoglio, in cui è ben rappresentata tutta la situazione.

Mio bisnonno aveva sposato una vedova con cinque figli. Volendo riavviare una nuova famiglia propose ai figli della moglie (giovinotti fatti) di andare a servizio. Accettarono tutti. Si racconta che dopo pochi mesi il mio avo avesse fatto un giro nelle varie cascine dove essi avevano trovato lavoro, e che, scontento delle pessime condizioni dove li aveva trovati, li avesse ritirati tutti, criticando il padrone, dicendo che se fosse stato solo per il cibo, loro, tra tutti, si sarebbero fatti bastare la raschiatura della polenta del paiolo (‘a rash-ceira d’a pignatta).

Più tardi avrebbe pagato a tutti il viaggio per l’America. Solo uno sarebbe rimasto, ma il destino voleva che quest’ultimo dovesse finire sul Carso, insieme a tanti coetanei.

I ragazzini erano dunque considerati probabilmente come utensili, o poco più. Spesso dormivano nella stalla e avevano rare licenze per raggiungere la famiglia.


Per le ragazzine era forse peggio. Le più fortunate, secondo me, finivano a servizio nell’osteria o nell’albergo più vicino. Sia ben inteso: a servizio, qui, non vuol dire servire ai tavoli, se non occasionalmente. Il servizio comprendeva tutti quei lavori da sguattera di poca specializzazione che fortunatamente sono oggi demandati agli elettrodomestici. Acqua, fuoco, liscivia, risciacquo nel fiume (non oso pensare al fiume d’inverno), e alla sera, per riposarsi un po’, si facevano le tagliatelle per il giorno dopo. Anche in questo caso lavorare in questo modo dilaniante era utile per l’economia di famiglia, ma anche per la formazione delle future donne di casa, che dopo un’esperienza del genere, si pensava, avrebbero ringraziato, e caramente, il potersi schiantare in casa propria. Inoltre, questo meccanismo (da sguattera in albergo a padrona di casa) è stato probabilmente una delle vie di comunicazione delle ricette e dei modi di preparare i cibi, un modo di diffusione della cucina popolare.

Ci sono state generazioni più antiche (parlo delle donne nate ancora nel XIX secolo) che per motivi che non conosco avevano preso la via della Francia. A Nizza, in particolar modo, pare che godessero di buona nomina le donne dei nostri boschi. Forse per economicità, per dedizione o semplicemente per consuetudine. Forse perché un ramo della più importante borghesia savonese era francese (Tardy e Benech) e da lì s’era aperto un varco da cui emigrare verso la Francia. Fatto sta che pure queste erano tenute in grande considerazione: fare la balia è lavoro di responsabilità, faticoso, ma non materiale quanto il governo di una cascina. Le ragazze tornavano da Nizza con una grande esperienza dell’universo mondo: avevano visto mare, confini e monti. Avevano assaggiato piatti e visto abiti inusitati. Avevano addirittura imparato il francese, che alcune parlavano con scioltezza, rappresentando in loco, anche in tarda età, il punto di riferimento per farsi tradurre lettere dall’oltralpe. La cattività francese aveva, per alcune ragazze, anche lo scopo di nascondere un figlio illecito in arrivo. Fuori dal matrimonio, com’è noto, i signori maschi non avevano (e quasi non hanno ancora oggi) nessuna responsabilità. Altra strada non c’era se non il ricorrere a qualche praticona, oppure movimentare appena possibile, quella rete di conoscenze e contatti che permetteva un sicuro espatrio alla fanciulla, la quale, sgravata dal frutto del peccato e consegnato a chi se ne sarebbe potuto occupare, poteva tornare in patria, al suo posto nella società.

 

Con queste premesse c’è un po’ da stupirsi nel vedere (così a occhio) quanti pochi uomini decidessero di firmare per il servizio volontario militare a ferma prolungata. Forse erano comunque anni di guerra, reale, percepita o auspicata. E forse, tutto sommato, nei nostri boschi c’è sempre stata una vaga diffidenza verso le manifestazioni del potere, le divise, le armi da fuoco. Per cui, mi piace pensare, si preferiva tribolare a casa propria, che mangiar male al servizio del re.

Non tutte e non sempre tragedie avvenivano, per le ragazze a servizio a Savona. Mia nonna fu mandata presso una nota (ancor oggi) famiglia della buona e antica borghesia savonese. Per lei fu l’esperienza centrale della vita, l’episodio paradigmatico al quale riferirsi per parlarci di ogni cosa. È stato per lei un metro per misurare il mondo, la scoperta del gusto, del viaggio, della ricchezza (altrui), della città e della lontananza. In questa famiglia trovò modo di farsi venire una brutta infezione al pollice di una mano, una infezione profonda e dolorosa. Si era nel 1926 e gli antibiotici erano ancora da venire. La padrona di casa la fece accompagnare da un amico chirurgo che, senza troppi complimenti, praticò una profonda incisione e una medicazione ancor più sbrigativa. Mia nonna si è portata dietro il suo pollicione fesso per lungo, come lo zoccolo di una delle sue vacche, per tutta la vita.

― Ma ti hanno fatto male?

― Eh si, abbastanza.

― E l’anestesia?

― Eh cosa vuoi, a quei tempi, l’anestesia…

 

Si partiva dal racconto dell’operazione, per finire di parlare sempre dello stesso episodio, che a noi nipoti faceva tanto ridere.

Nel pomeriggio la padrona di casa decideva cosa si sarebbe mangiato a cena. Quella sera non ci sarebbe stata tutta la famiglia, e così l’anziana aveva deciso, da buona savonese: fette per tutti. Occorre dire cosa sono queste squisitezze? No. Chi non lo sa s’informi.

Dunque la padrona stavolta scelse proprio mia nonna per questa importante commissione. Proprio lei, che da poco era arrivata a Savona dai boschi, la più timida e impacciata. Le spiegò per bene la strada da fare, le raccomandò di non dare confidenza a nessuno e non fermarsi a parlare con nessuno, di entrare nella friggitoria e chiedere: “Scià me dagghe sinque franchi de fette”.

Mia nonna non avrebbe mai fatto quella richiesta nel suo dialetto, che sentiva in quel momento aspro, inadatto alla città, quasi indegno. Ci si mise di buzzo buono per imparare, nel tragitto, la giusta pronuncia. Mentre camminava a testa bassa in quella città mai vista (e da poco divenuta provincia) ripeteva a fior di labbra: Scià me dagghe sinque franchi de fette. Scià me dagghe sinque franchi de fette. Scià me dagghe sinque franchi de fette.

Davanti alla vetrata spinse sull’uscio, più emozionata che mai. Lei, una ragazza sola, dai boschi, alla città, con la responsabilità di un acquisto del genere. Prese fiato un’ultima volta poi declamò con voce stentorea: “Scià me dagghe sinque franchi de fette”.

Scese uno strano silenzio nel locale. Un uomo allibito la guardava, così come un altro uomo la rimirava nel grande specchio. Il primo brandiva sospeso in aria un rasoio. L’altro stava seduto, il corpo coperto da un bianco lenzuolo.

Amia figgetta, che chi u l’è ‘n barbè, a bitega dee fette a l’è ciù avanti de dui purtuin…”

E si rideva, a questo punto. E molto. Noi nipoti e lei vecchia, con il suo dito fesso e la timidezza della sua giovane età.

Oggi ci è ancora più difficile comprendere l’impaccio, il senso di inadeguatezza, la timidezza stringente quasi fino alla sottomissione, che intralciava la serenità dei nostri vecchi. Come una voce nascosta, che ripete da sempre alle classi subalterne: tu non sei degno. Tu non meriti quel poco che ti do. Anche se avessi di più non sapresti che fartene. Stai felice della tua condizione e non pretendere. Giusto un servo, puoi essere.

Alessandro Marenco

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