Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Cinema: Alì Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Alì

 

 USA 2001

REGIA: Michael Mann

ATTORI: Will Smith, Jamie Foxx, Jon Voight, Mario Van Peebles, Ron Silver, Jeffrey Wright, Mykelti Williamson, Albert Hall

DURATA: 156 minuti

PELLICOLA: colori

RECENSIONE: Biagio Giordano

Questo indimenticabile film di Micheal Mann, uscito nel 2001 in USA,  è stato molto celebrato dalla critica cinematografica occidentale e osannato dai fan più accesi di Cassius Clay, ma non ha avuto il successo di pubblico che forse meritava, deludendo gran parte delle aspettative dei produttori e  dello stesso  regista.

Costato più di 200 miliardi di lire è stato girato tra gli Stati Uniti e  lo stato africano dello Zambia, a Kinshasa, in un arco di tempo piuttosto  lungo, della durata di circa due anni, che ha permesso una cura tecnica e  ideativa nella narrazione di grande efficacia.


Il film è indubbiamente apprezzabile  anche per il rigore biografico su Cassius Clay, per alcuni tratti trascritto in stile documentario, e per la fotografia, a volte  veramente straordinaria, ricca di inquadrature che destano stupore e in cui sono racchiuse  immagini esteticamente sempre ben studiate,  capaci di inserirsi armoniosamente nell’atmosfera narrativa voluta dalla sceneggiatura.

Una fotografia che ha contribuito, insieme a una musica puntualissima nel rafforzare con le sue intonazioni drammatiche i momenti più salienti del film, alla creazione di un ambiente filmico suggestivo e incantevole, forse raro in un film sportivo, capace di moltiplicare le trepidazioni dei momenti più caldi della narrazione.

Una ripresa fotografica indubbiamente sempre di alto livello qualitativo, ricca di soggetti sociali veri, autentici, che hanno fatto  risuonare con le immagini-documento le parti più significative della  vita africana dello Kinshasa. 

Alì è un film di qualità anche per come l’autore ha costruito  la sceneggiatura, basata su riferimenti storici e culturali precisi, che hanno consentito di edificare un profilo realistico del campione nero, di forte spessore psicologico, trasmettendo un immagine di Cassius Clay lontana dal rumore del mito popolare e  congiunta a un contesto  storico e politico formulato con chiarezza, nonostante le difficoltà a comporlo per immagini a causa della sua non facile interpretazione.

Un contesto storico drammaticamente problematico, in cui  Mann si sofferma con  una attenzione quasi maniacale sulle mancanze etiche più specifiche del sociale americano, quello interclassista e interrazziale, da sempre misteriosamente intessuto di potere politico e clientele elettorali legate al ceto più debole situato nelle fasce della popolazione  emarginata. Mann ne rivisita per l’occasione,  in modo crudo, tutte le sue più numerose sfaccettature e contraddizioni, trattenendosi in quei punti più prossimi al dramma.


 Nonostante le iniezioni di un realismo letterario  sobrio, scarno, privo di effetti sofisticati o ricercati, Mann è riuscito a fare dello spettacolo tipicamente cinematografico, forse senza mai ricercarlo del tutto, semplicemente mantenendosi fedele al personaggio protagonista del film così come esso appariva allora direttamente al pubblico negli stadi o attraverso i media televisivi, nulla aggiungendo o togliendo ma continuamente interpretando o intuendo qualcosa di Alì che si affacciava tra le pieghe di un’esistenza  gloriosa ma sofferta,  a volte pasticciata, a tratti annebbiata da crisi depressive, e formulando le proprie idee analitiche per  ipotesi senza mai trascendere in affermazioni categoriche o univoche, cercando costantemente  di presentare  il suo pensiero in uno stile geometrico, rigoroso, fatto di deduzioni logiche meditate con cura, capaci di illuminare quanto all’epoca ai più risultava oscuro nella biografia privata e pubblica del campione nero. 

Il film non trascura la parte più psichica del campione, soffermandosi nei suoi registri consci e inconsci maggiormente tormentati e significativi.

Cassiu Clay (Muhammed Alì) appare nel film come un pugile nero molto discusso, un leggendario personaggio dai modi mistici e polemici, inquieto e passionale, rude, a volte  ieratico e grave nel suo difficile compito di risollevare con i meriti sportivi la  troppo contenuta spiritualità dei  neri musulmani  d’America: spesso depressi e apatici nel richiedere, nelle opportune sedi  istituzionali, il rispetto dei propri diritti  da tempo acquisiti sulla carta.


Cassius Clay, attraverso Micheal Mann, è ricordato come  un atleta particolare, non solo per essere stato ripetutamente e  in modo alternato, anche dopo forzate soste di combattimento, campione del mondo dei pesi massimi di boxe,  ma per il suo fervido e originale credo religioso musulmano, quello più vicino all’associazione  dell’amico Malcom X; un credo mai del tutto astratto o  utopico,  collegato per punti di fede a un’idea di Dio concreta, congiunta in molti aspetti alla vita del mondo terreno, a un sostanziale rapporto fede e giustizia teso a una relazione con Dio ricca di implicazioni anche pratiche, di progetti precisi a sostegno della causa americana dei neri o della lotta per raggiungere pari opportunità sociali tra razze diverse. Un credo di grande impatto sociale che, come il film evidenzia, è stato pubblicamente sostenuto da Clay in ogni circostanza, anche nei momenti di maggior gloria personale o forte sfiducia nelle istituzioni pugilistiche.

Il film mostra come Alì abbia vissuto da bianco gli agi offertigli dalla ricchezza guadagnata con la boxe e da nero la sua spiritualità religiosa più sentita, quella che gli dava forza per sostenere pubblicamente la sua identità storica  di uomo nero libero seppur schiavo nel suo immaginario più recondito di un passato umiliante che ritornava brutalmente, ossessionandolo,  quando le espressioni verbali e gestuali di un  certo razzismo dell’America più buia si facevano  sentire insistentemente, soprattutto alla vigilia degli incontri importanti.

Il film si intrattiene anche sulle contraddizioni più palesi  della personalità di Alì, ad esempio su come  non sia  riuscito a  vivere la  sua vita intima e pubblica con il necessario decoro richiesto dalla sua religione musulmana; troppe erano infatti le sfiducie preconcette nelle relazioni con i bianchi che portavano inevitabilmente a delle rotture e i pregiudizi paralizzanti verso tutti gli amministratori bianchi delle istituzioni americane, aspetti che isolavano Alì dal mondo che più contava nevrotizzandolo ancor di più e portandolo ad errori gravi, pagati nel privato più intimo. Alì pur sposato non rinuncerà agli agi e alle libere relazioni d’amore con numerose donne  attratte dalla sua bellezza atletica e notorietà, finendo per subire una continua campagna denigratoria che alimenterà il senso di colpa per le sue origini. La nevrosi del campione nero finirà spesso per aggravarsi in forme di depressione delirante, condizionando gran parte della sua vita e procurandogli grossi problemi nella capacità di gestire razionalmente  il suo grande successo.

Il personaggio Clay, come risulta dal film, era scomodo alle maggiori istituzioni politiche americane, soprattutto nel periodo del suo maggior successo sportivo, durante il quale veniva costantemente sorvegliato dai servizi segreti americani e da spie specializzate in penetrazioni di gruppo,  con l’intento di cogliere sia l’influenza di Clay nel temibile mondo dei neri metropolitani sia  le ripercussioni mediatiche del suo comportamento nell’opinione pubblica più  in generale.

Cassius Clay, come ben precisato dalla pellicola, nel  periodo d’oro della sua boxe era ricevuto ufficialmente dai governi africani e da uomini diplomatici di vari paesi che vedevano in lui un vero e proprio referente politico, di grande impatto mediatico, fino a quando, con la sua sprezzante ironia, scivolerà nel baratro della giustizia americana. Alì rifiuta  nel 1966 di arruolarsi  nell’esercito degli Stati Uniti e combattere nel Vietnam, la decisione gli procurerà una  condanna di 5 anni di reclusione e la perdita della licenza di pugile, irritando successivamente, forse per l’arroganza e lo snobismo dimostrato verso le più importanti istituzioni giuridiche americane, lo stesso capo musulmano della Nazione dell’Islam che ne decreterà l’espulsione dall’associazione religiosa a tempo indeterminato, seppur con una spiegazione non del tutto chiara che ha fatto pensare a un tornaconto, dello sfortunato episodio giudiziario, a favore della Nazione dell’Islam, ad un uso cioè ambiguo  della figura del  Clay mediatico;  il campione dei pesi massimi verrà infatti cacciato con motivazioni non del tutto pertinenti ai fatti, quali il suo presunto scarso interesse al culto di Dio e l’esaltazione sportiva  per la boxe troppo  intrecciata  con una euforica e scandalosa vita mondana.


 Clay abbandonato da tutti finisce in povertà, restando drammaticamente in attesa dell’esito del suo ricorso alla Corte Suprema per la condanna  di cinque anni, inflittagli dai magistrati bianchi con giudizio unanime.

Il regista prende in considerazione gli anni della vita di Clay che vanno dal 1964 al 1974.

Gli incontri sul ring, impersonati per Clay da un Will Smith sopra le righe, sempre ben aderente alla parte verbale  e gestuale più spettacolare che il pugile nero amava esibire negli stadi, sono tatticamente veri e rappresentati con una credibilità a volte stupefacente che riproduce gli stili e le tecniche  del boxare di allora. Una forma di realismo indubbiamente gradita, encomiabile, che premia la professionalità di un regista un po’ sottovalutato dalla critica nonostante film come Heat (La sfida) 1995, Insider (Dietro la verità) 1999, Manhunter (Frammenti di un omicidio) (1986), Miami Vice, e successivamente Collateral  2004, girati spesso in digitale con forti manipolazioni di tipo espressionistico delle immagini, attuate con  tavolozze elettroniche, paragonabili in un certo senso a quelle usate dai pittori, sui colori e i toni dello sfondo delle scene, per trasmettere la propria poetica cinematografica.

In Alì le scene sul ring sono al top della storia del cinema pugilistico, contribuendo a dare al film di Mann uno spessore fotografico-sportivo inedito, che ne alimenta la suggestione e l’illusione ottica fino al punto di ipnotizzare l’immaginario dello spettatore più restio a identificarsi con i personaggi più celebri del mondo della boxe.

Occorre premettere che il film, pur essendo caratterizzato da lunghe riprese  sportive, prende in considerazione, interpretandone anche le connessioni più sociali e culturali,  un’estesa parte del pensiero del campione,  risultando così un’opera filmica attraversata da istanze filosofiche, etiche, religiose.


Il regista americano ha voluto soffermarsi  con questa pregevole opera filmica sullo spaccato  più profondo della vita di Cassius Clay, usando la boxe  solo come un pretesto di tipo spettacolare capace di fare breccia nella mente più chiusa del pubblico  portando avanti un discorso di fondo molto aperto, completamente diverso dalle comuni attese,  legato soprattutto alla psicologia più profonda del personaggio e alle contraddizioni più evidenti di un mondo pugilistico che già allora evidenziava pesanti cadute etiche, in una società fortemente malata di corruzione e  intessuta di un protagonismo patologico, non a caso di tipo  individualistico.

Mann studia  per intero un personaggio indubbiamente singolare, seguendone ogni fase cruciale della  vita, compreso gli amori coniugali e trasgressivi, il divorzio, la fede e l’adesione dottrinale e politica con Malcom X fino alla rottura, le relazioni amichevoli e quelle ambigue, sottolineando alla fine le subdole vessazioni subite da Clay da parte di uomini torbidi e arroganti, sempre pronti a sfruttare le sue debolezze nevrotiche e le ingenuità più infantili, specialmente quelle  impregnate di miti primitivi che danno nel film  un immagine di Clay complessa, prima di allora del tutto sconosciuta ai più.

Mann, fortemente ispirato dall’aura mediatica rilasciata dal personaggio Clay, costruisce una biografica a tutto campo del campione, mai ordinaria o banale, sempre capace di mettere a fuoco i fatti più noti e sensazionali della  vita di Clay senza  rinunciare a quelle  spiegazioni un po’ più  multiformi  tese ad evidenziare gli aspetti   bui di un’ epoca difficile, caratterizzata, tra altre cose, da gravi problemi razziali e di intolleranza verso il diverso, nonostante  la presenza di una carta costituzionale all’avanguardia, basata su saldi principi etici, consolidati,  che poteva garantire  a ogni cittadino diritti mai raggiunti prima.


Figlio di un pittore e di una donna di fede Battista, Cassius Clay nasce a Louisville Kentucky, USA il 17 Gennaio del 1942.

A coronamento di una lodevole carriera da dilettante conquista alle Olimpiadi di Roma la medaglia d’oro nella categoria dei pesi medio massimi, siamo nel 1960.

Il film inizia con le sue prime imprese da professionista, negli iniziali anni ‘60.

Allenato da Angelo Dundee, Clay arriverà al mondiale dei massimi a soli ventidue anni battendo  il nero Sonny Liston, da alcuni definito il campione sostenuto dalla mafia, per KO alla settima ripresa.

Subito dopo la corona mondiale Clay annuncia la sua conversione all’Islam e l’assunzione di un nome diverso,  Muhammad Alì, con la motivazione che il suo nome  originario  apparteneva a quello dato genericamente dai padroni agli  schiavi. Nel 1966, nonostante quattro anni prima fosse stato  riformato, viene chiamato alle armi per partecipare alla guerra nel Vietnam, ma oppone un fermo quanto vano  rifiuto, affermando di essere un ministro della religione islamica; verrà condannato.

Dopo la condanna, Alì  sospende i combattimenti, ritirandosi dalla boxe. Torna a combattere nel 1971 dopo essere stato assolto, dalla Corte Suprema, dal reato di reticenza alla leva, grazie a delle irregolarità nelle procedure attuate per raccogliere informazioni sull’accusa del suo caso.

 Vince diversi incontri ma perde l’importante sfida con Frazier, ai punti, e riesce a tornare campione del mondo AMB solo nel 1974 mettendo KO George Foreman a Kinshasa che in precedenza aveva battuto Frazier per KO. Lo scontro di Kinshasa nello Zambie sarà ricordato come un gradissimo evento sportivo e ispirerà un grande film documentario come: Quando eravamo re.


Il film finisce con il trionfo di Clay su Foreman a Kinshasa, osannato dalla folla, una vittoria per nulla scontata nei pronostici a causa dell’età non più giovanile di Clay. L’incontro è memorabile. Clay fa tutto di testa sua, non ascolta sul ring i consigli dei suoi  tecnici e adotta una tattica capolavoro che stupisce il mondo. Si lascia attaccare dal potentissimo Foreman stando appoggiato con la schiena sulle corde del ring, muovendosi solo lungo le corde, chiuso su se stesso in una difesa ferrea e impenetrabile, usando le robuste ed elastiche corde del quadrato per attutire i colpi dell’avversario. Foreman cerca a più riprese di indebolirlo ai fianchi per cercare di aprire dei varchi frontali e metterlo Ko, ma la sua tattica risulta  vana. Clay all’ottava ripresa, vista la perdita di potenza dei colpi di Foreman, passa  al contrattacco costringendo Foreman a stare al centro del ring e bersagliandolo con una serie di jab e montanti micidiali che mettono in poco tempo KO il detentore del titolo.

Il declino di Clay cominciò nel 1978 quando perse per KO tecnico con il giovane Larry Holmes, all’undicesima ripresa.

Clay disputò il suo ultimo incontro nel 1981, in seguito si dedicò alla diffusione della religione islamica e a numerose iniziative di pace per il mondo.

Alle Olimpiade americane di Atlanta, nel 1966, Muhammad Alì  riuscirà a coinvolgere di nuovo tutto il mondo, accendendo, tremante per la malattia del morbo di Parkinson, la fiamma che inaugura i giochi.

Secondo alcune fonti giornalistiche e televisive sembra che in questi ultimi anni Alì si sia convertito alla religione cristiana Battista.

Biagio Giordano

 

       

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