Settimanale Anno XVI
Numero 696 del 16 febbraio 2020
Tel. 346 8046218
di Massimo Bianco
Cinema: Il nastro bianco Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Il nastro bianco

 

 Titolo Originale: DAS WEISSE BAND

Regia: Michael Haneke
Interpreti: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler
Durata: h 2.25
Nazionalità:  Austria, Germania, Francia 2009
Genere: drammatico
Al cinema nell'Ottobre 2009
Commento di Biagio Giordano
Film reperibile in dvd e in rete

   Il regista di questo film, Il nastro bianco, palma d’oro a Cannes nel 2009, è Michael Haneke, ed è figlio di una nota famiglia di artisti cinematografici. Egli ha studiato materie umanistiche  all'università di Vienna, diventando in seguito critico cinematografico e regista. Nel 1989 esordisce con Il settimo continente (Der siebente Kontinent) che narra le vicissitudini di una famiglia borghese, è il primo dei film sulla Trilogia della glaciazione. 


 Il suo film La pianista, tratto dall’omonimo romanzo di Elfriede Jelinek ha vinto il Grand Prinx Speciale della giuria  al festival di Cannes 2001 e a due dei suoi interpreti, Benoit Magimel e Isabelle Hupper, è stato assegnato il premio per la recitazione. Al Festival di Cannes del 2005 Michael Haneke ha vinto il premio per la regia con  Niente da nascondere (Cachè) che narra la vita di un giornalista turbato  dall’arrivo di alcune video cassette riguardanti la propria vita personale.

Con Il nastro bianco quattro anni dopo, nel2009, Michael Haneke si aggiudica la Palma d'oro a Cannes. Nel 2012 sempre a Cannes, vince di nuovo la Palma d'oro col film Amour, che narra la vita di una coppia di ottantenni innamorati, e raffinati, insegnanti di musica. Con lo stesso film  Michael Haneke  vince anche il premio Oscar come miglior opera straniera. 


 Michael Haneke, è un autore controcorrente, prevalentemente intenzionato a esagerare la violenza che fa scena nei suoi film,  un’esasperazione del Male sconvolgente che  riesce a dare alle sue opere, anche se solo apparentemente, tratti caricaturali-fumettistici.

All’autore austriaco sta a cuore sottolineare  una scissione, indubbiamente patologica, presente nella psiche dei personaggi che costruisce, frutto malefico di una realtà che non può non essere definita clinica, e che è ben presente in quel sociale a cui il suo cinema ama sovente far da specchio.

 E’ una patologia che pur dimostrandosi normale e a volte anche banale nel vivere quotidiano, assume, a seconda delle circostanze, un importanza negativa di forte rilievo, ne sono un esempio in questo caso le dinamiche dei retro pensieri inconsci legati a desideri oscuri che pervadono le persone  che animano il  film abbruttendole fortemente. 


 

Nel film i retro pensieri, finiscono, quando incontrano oggetti provocanti e sensuali  rappresentati da persone e cose,  per eccitare e una volta prive di controllo diventare azioni criminogene: cosa assai diffusa nelle civiltà occidentali, essi vanno poi a inaridire, nelle relazioni umane e con Dio, ogni forma di idealità, affetto e fede.

Michael Haneke dà voce insistente alle scissioni sintomatiche che caratterizzano la vita dell’umano in quanto tale facendole esplodere nel film in tutta la loro devastante violenza con una chiarezza priva di pudori, fino a rasentare per gli spettatori più ingenui la parodia.

Questo film  offre meditazioni  indubbiamente profonde, in particolare sull’altra natura umana, quella che vive ai bordi del civile e che è molto diffusa, la pellicola sollecita  la  messa  in ginocchio di una certa ipocrisia: non quella necessaria alla  sopravvivenza ma quella funzionale a proteggere dagli occhi degli altri  una propria ricerca del male legato al piacere, un male spesso perverso, a volte segnato dalla vendetta assurda verso l’altro posto  simbolicamente in una relazione di privilegio illegittimo con il sociale.

E’ ciò un  modo  da sempre molto diffuso in occidente di giocare le proprie carte personali della conquista del  benessere ma che mostra comunque all’improvviso una contraddizione: quella di essere l’indice molto più profondo di un freudiano disagio della civiltà.

Michael Haneke stupisce anche  per l'originalità delle storie che racconta e per come le narra. Uno dei suoi soggetti preferiti è la famiglia borghese, della quale smonta parecchie apparenze-bene, mettendo in evidenza le frustrazioni desideranti più enigmatiche: quelle inappagabili se non in un sociale diverso, più libero, lontano da quelle convenzioni guida che privano la cultura sociale di ogni valenza artistica e di fede.


 

Quella di Michael Haneke  è una carriera cinematografica non solo di tipo intellettuale  ma anche artistico, egli predilige si lo studio dei temi scottanti di attualità, ma evidenziando sempre come alla base dei nuclei sociali interessati ci sia una sorta di ostinazione assurda  a non prendere in considerazione la piacevole e appagante leggerezza che dà l’attività artistica, o la fede coerente nei testi sacri visti  come l’occasione di un profondo rapporto con Dio.

Michael Haneke si cala in generale in una non facile dialettica del negativo, perché è  un autore che ha forse troppo chiaro cos’è il positivo, ma coinvolge sia per acume analitico che per coerenza espositiva del suo pensiero.  


  

Con Il nastro bianco l'austriaco Michael Haneke dimostra di essere uno tra i più  interessanti cineasti europei impegnati sul tema del Male, di un Male che si piega spesso nel Male assoluto, e che gli autori nordici sanno raccontare con una lingua prosaica, più attenta alle cose, cioè più impegnata a capire direttamente quelle manifestazioni  sintomatiche che il disagio può rilasciare lungo il suo operare nel civile repressivo.

 Il nastro bianco è  uno di quei film che il pubblico di massa può non apprezzare  o equivocare perché l’opera colloca le vicende in un’era culturalmente molto lontana dalla nostra, in un villaggio tedesco alle soglie della prima guerra mondiale, nel 1913, ma tante sono nel film  le sequenze del Male che richiamano a vizi,  manie, corruzioni tipiche anche del nostro tempo, da far sembrare questa opera per certi aspetti senza tempo.

I personaggi del film sono figure  culturalmente lontane dalla nostra moderna società, ma il loro inconscio desiderante non le fa così diverse dal  mondo in cui oggi viviamo. Forse l’unica preoccupante diversità risiede nelle autorità dei padri, a quell’epoca ancora molto forti, e oggi palesemente in  declino.

  Biagio Giordano      

       

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