Settimanale Anno XVI
Numero 697 del 23 febbraio 2020
Tel. 346 8046218
Cinema: Contraband Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Contraband

Titolo originale:Contraband

Nazione e Anno: U.S.A. 2012

Genere: Thriller

Durata: 110 minuti

Regia: Baltasar Kormákur

Interpreti: Kate Beckinsale, Mark Wahlberg, Giovanni Ribisi, Ben Foster, Diego Luna, J. K. Simmons, Lukas Haas, William Lucking, Jaqueline Fleming, Robert Wahlberg

Distribuzione: Universal Pictures Italia

Produzione: Closest to the Hole Productions, Farraday Films, Leverage Entertainment, Studio Canal

Recensione di Biagio Giordano

Chris Farraday (Mark Wahlberg) ha svolto in passato un oscuro lavoro nel mondo del  crimine, commerciava  in droga ed era molto bravo nel mestiere, si è ritirato perché tormentato da problematiche sull’onestà; è un uomo che nel presente cerca di farsi un immagine migliore, avvicinandosi il più possibile  alla normalità del bene. La serenità sembra essere  alla sua portata, Chris è  tutto casa e famiglia, con una moglie che realmente  ama, corrisposto, ma un evento sfortunato lo costringe a rientrare nel rischioso gioco del crimine.

Una sera suo cognato Andy (Caleb Landry Jones), mentre è alla guida del proprio  battello nel porto di New Orleans, con a bordo diversi chili di droga, viene sorpreso dall’alto dagli elicotteri della polizia, l’uomo impaurito  abbandona in mare, un po’ frettolosamente, il carico  di stupefacenti destinato al  suo capo  Tim Briggs (Giovanni Ribisi), ciò lo metterà nei guai. Tim Briggs  gli chiederà, minacciosamente, di consegnarli i soldi corrispondenti al valore di mercato del carico perduto, una cifra grossa che Andy non possiede. Per saldare il debito del cognato, Chris decide di mettere su un giro malavitoso legato al contrabbando, contando su un ambiente che conosce bene essendone stato fino a poco tempo prima uno dei più noti protagonisti; la sua mitica  abilità organizzativa e il talento fisico nell’azione potrebbero farlo diventare di nuovo una figura di spicco nel malaffare.


 Chris con l'aiuto di un suo amico, Sebastian (Ben Foster), punta sulla vendita a un intermediario di un grosso stoccaggio di banconote  false, di buona precisione grafica. Lo scenario delle operazioni, che diventeranno subito rocambolesche, avviene su una nave da carico da container,  tra New Orleans e Panama. Il gioco si anima in breve tempo di situazioni estreme, con la presenza di loschi individui divenuti belve, disposti a tutto pur di arrivare allo scopo di sabotare e prendere in mano le redini della vendita delle banconote di Chris; quest’ultimo dovrà prendere atto con profondo rammarico del tradimento di persone a lui molto vicine, e dovrà vincere ogni  resistenza interna  per prendere  decisioni anche brutali verso chi lo ostacola, chiunque esso sia.  Perfino il comandante della nave rimane coinvolto in quel traffico di contrabbando, la cosa lo porterà a giocare una partita a doppio senso  che metterà in gioco drammaticamente  le sue responsabilità a bordo. Per di più la bella moglie di Chris Kate (Kate Beckinsale) e i suoi figli, entrano nel mirino dei delinquenti, di quelli che si contrappongono al marito, creando situazioni di alta drammaticità.  Andranno in porto le operazioni di contrabbando ideate da  Chris per togliere il cognato dai guai?

Girato a New Orleans e Panama, il film non sembra fare alcuno sconto, in termini di scene di violenza, allo stomaco dello spettatore più sensibile. Il racconto si svolge in una delle parti più infette del mondo dominata dal commercio della droga e delle banconote false, dove gli affari possono prosperare ma occorre  per sopravvivere  capire di volta in volta le logiche in gioco e non perdere i contatti con le psiche  più malate delle bande, che uccidono, corrompono e mentono senza scrupoli pur di soddisfare varie forme di deliri paranoici legate all’immaginario dell’onnipotenza delittuosa.


Per essere un film uscito in piena estate Contraband merita di esser visto, l’opera del islandese  Baltasar  Kormakur, indubbiamente un regista vivace, visivamente dotato e  buon conoscitore del mestiere dell’azione, guadagna un plauso, pur lasciando un amaro in bocca per il finale che sembra dimenticarsi del codice morale USA Hays con conseguenze che potrebbero essere anche serie per alcuni giovani spettatori socialmente disagiati, quelli  ancora indecisi se intraprendere la via della delinquenza o quella della onestà che per loro è più faticosa.

 Komakur lo ricordiamo in film importanti come 101 Reykjavik (2000) commedia, Il Mare (2002) drammatico, Jar City (2006) thriller, Inhale (2010) thriller. In questo film il regista cura molto il linguaggio dei colori, solo a tratti vivaci e caldi spesso cupi e freddi che ben accompagnano l’atmosfera di sangue, le azioni più efferate e  delittuose, sottolineandone la combinazione inesorabile con la morte sempre imminente. 

Grazie inoltre a un impeccabile montaggio, le capacità fisiche, indubbiamente di livello atletico, dell’attore protagonista  Mark Wahlberg vengono esaltate al massimo contribuendo ad incrementare nella narrazione quel ritmo di tensioni e di suspense che accompagnate da inseguimenti e difficili superamenti di ostacoli materiali,  nell’insieme, sembrano elettrizzare il film senza rilasciare pause.


 Mark Wahlberg l’attore  che interpreta magistralmente  il ruolo principale del film non delude, incarna con disinvoltura  un personaggio complesso  ancora scisso psicologicamente tra la vecchia vita e la nuova,  molto dinamico nell’azione a cui  capita di tutto e che nonostante ciò deve in qualche modo stare  sempre al centro del racconto in modo reattivo per andare allo scontro finale con qualche chance.

 Mark trasmette al film una forte spinta pulsionale di tipo apprensivo molto apprezzata nei thriller d’azione come questo: qualcosa che la sceneggiatura di solito non può prevedere perché   i modi di recitare del protagonista in tutte le loro possibili estensioni può solo essere alluso nella sceneggiatura lasciando ampi margini nella pratica alla soggettività inventiva dell’attore e del regista.

Mark è un attore molto bravo, energico e operoso, dotato di uno stile inconfondibile, versatile nei ruoli tanto da essere divenuto da tempo  in America una star ampiamente riconosciuta,  lo ricordiamo, con stima professionale e grande trasporto emotivo filmico, anche in ruoli molto più meditativi.


Le location di questo film ci ricordano per cadenza cromatica della fotografica e speditezza dell’azione, i migliori film di Leone in America, con l’aggiunta in più, inevitabile, di una completezza metonimica dei dettagli fotografici più significativi e una scioltezza narrativa che le nuove tecniche nel montaggio consentono solo oggi  avvalendosi dell’apporto anche clonativo dei piccoli particolari costruiti nell’inquadratura  con i software cinematografici dei computer dell’ultima generazione.

E’ come se l’immagine non risentisse più degli errori di luce e dei limiti compositivi delle inquadrature di una volta, non facili da perfezionare anche perché portavano via molto tempo. Oggi il controllo e la gestione computerizzata della fotografia  consente il perfezionamento spettacolare e  comunicativo delle scene anche in film girati non in digitale grazie alla possibilità di passare dalla pellicola al digitale  e viceversa. Il perfezionamento dell’immagine con la costruzione compositiva via computer consente di inserire in essa ingredienti estetici rilevanti che contribuiscono a tener desto l’interesse e lo stupore dello spettatore per  molto più tempo.

In questo film la ricchezza dei dettagli nelle composizioni fotografiche è notevole, essi non sono mai statici, ma ben disposti in una sequenza dinamica  tanto da creare una sintassi visiva  invidiabile, che gioca sia con la vista che con la mente dello spettatore, creando spettacolo senza rinunciare  alla comprensione rigorosa del senso specifico delle cose che accadono in quel momento preciso nel film.

Nel complesso quindi un film che diverte e istruisce cinematograficamente, lasciando intendere meglio sul piano  teorico come il cinema sia ormai sempre più legato alle tecnologie funzionali all’arte presenti nel sociale della vita postmoderna, sia per quanto riguarda l’inevitabilità del loro inserimento  nella narrazione sia per la costruzione tecnica stessa del film, a dimostrazione di come il cinema sia un’arte che riflette, a volte inesorabilmente, le diverse innovazioni linguistiche e metodologiche  di altre arti presenti nella cultura di un’epoca.

 Biagio Giordano      

     
   

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