Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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17 aprile : referendum e emergenza democratica. Stampa E-mail
Scritto da ANTONIA BRIUGLIA   
17 APRILE : REFERENDUM E EMERGENZA DEMOCRATICA.
Quorum e scandali nazionali.  
 La conquista del fatidico quorum al referendum del 17 aprile potrebbe rivelarsi meno ardua del previsto e le speranze di chi chiedeva l’astensione dal voto potrebbero anche venire deluse.

Lo scandalo che ha investito il Ministro Guidi su Tempa Rossa ha riportato  alla ribalta il tema 'petrolio' e il groviglio di corruzione, interessi e legami politici che spesso vi si annoda intorno ed è stato, forse, anche provvidenziale per rompere la cortina di silenzio che ha oscurato la questione referendaria.


I riflettori sono sulla Basilicata, regione da decenni legata alle trivellazioni petrolifere con penosi risultati, se non altro perché si ritrova a essere la regione più povera d'Italia, con oltre 400 siti contaminati, un trend in aumento delle malattie tumorali sopra la media nazionale e 8mila disoccupati in Val d'Agri.

Questa è la prova che petrolio uguale ricchezza funziona solo per le grandi compagnie petrolifere, non certo per gli abitanti delle zone interessate che sono spesso condannati a pagare alti prezzi in termini di danni al'ambiente e alla salute.

Anche il dibattito interno al PD, partito del premier Renzi che in prima persona, conferma la sua “orientata” politica energetica, invitando a non recarsi alle urne, è alquanto acceso.

 Bersani accusa il Pd di Renzi di aver "allestito davanti al paese un conflitto tra energia e ambiente che è roba di venti e più anni fa", mentre un dibattito autentico e non strumentale potrebbe mettere in luce quanto "il rapporto energia-ambiente possa essere fertile sul piano dell'innovazione" e portare dunque a "un compromesso in avanti" nel disegnare un diverso modello di sviluppo.


Qual è il vero tema del referendum? Che qualità deve avere il futuro sviluppo del nostro Paese?

Dentro il quesito referendario che riguarda la durata delle concessioni, vi sono quesiti di ben maggior peso, che, in un Paese normale, andavano illustrati adeguatamente all'opinione pubblica.

Il primo.

Il più importante è la conversione ecologica: il legame tra economia ed ecologia, la possibilità di mettere insieme le ragioni del lavoro e quelle dell'ambiente.

Questo è un aspetto culturale che contraddistingue già gli strati più innovativi della nostra società e  si traduce in esperienze concrete non utopiche come, invece, si vuole far credere.

Il secondo.

Il cambiamento climatico, assente dal dibattito referendario, impone un cambio di rotta, com’è stato da tutti riconosciuto alla COP21 di Parigi e ci costringe all’abbandono sempre più urgente dell’energia fossile per indirizzarci all'efficienza energetica e alle fonti rinnovabili.

  E per questo a chi parla di posti di lavoro, bisogna ricordare che potrebbe rivelarsi una grande opportunità per dare fiato a un diverso modello di sviluppo e soprattutto di nuova e diversa occupazione. (Solo il settore delle rinnovabili occupa decine di migliaia di addetti).

Ignorare il referendum, inoltre, è un atto reazionario perché significa ignorare la forza di un cambiamento, la conversione ecologica che richiede un salto culturale della coscienza collettiva che non potrà avvenire se le questioni di fondo della campagna referendaria vengono oscurate o non chiarite, come è successo finora.

La partecipazione democratica boicottata da parte del Governo, delle istituzioni e di gran parte dei media, è  l’aspetto più grave, insieme al fatto che la richiesta a non partecipare al voto viene proprio da un partito anticamente nato nella sinistra, che contiene il termine DEMOCRATICO proprio nel suo nome.

Come si può tollerare quest’atteggiamento che lede il diritto istituzionale, quando il referendum ’contiene' anche elementi importanti di confronto stato-regioni, infatti  i promotori e fautori del Sì non sono i soliti ambientalisti  ma ben sette regioni italiane che chiedono la tutela delle proprie coste.

                   Mentre la campagna referendaria sembra intenzionalmente soffocata ……

Mentre la campagna referendaria langue per boicottaggi, inviti a non votare, criminalizzazioni e sensi di colpa, la ministra dello Sviluppo Economico che si occupa anche di energia, Federica Guidi che ha un fidanzato, Gianluca Gemelli, che con la sua società partecipa alle gare dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa, uno dei più grandi giacimenti petroliferi d'Italia, maggior investimento privato  in Italia (1,6 miliardi) di cui è per metà proprietaria la francese Total, tenta nel 2014 di  far passare un emendamento che autorizzi le infrastrutture a portare il petrolio a Taranto, dove c'è il terminal petrolifero.

Il M5S lo contesta e il Governo lo ritira.

Poco dopo la ministra ci riprova con la collega Boschi, da cui ottiene la garanzia di un emendamento nella legge di stabilità, poi chiama il fidanzato e lo rassicura, questo a sua volta chiama il dirigente della Total per festeggiare.

Poco dopo la Guidi incontra i rappresentanti Total, i cui dirigenti ringraziano Gemelli della possibilità di incontrare il ministro, ma subito partono le indagini e gli avvisi di garanzia.

 Presunti illeciti nella gestione dei reflui petroliferi al Centro Olio in Val d'Agri a Viggiano dell'Eni, e irregolarità nell’affidamento di appalti e lavori per l'infrastrutturazione del giacimento 'Tempa Rossa', dove è indagato proprio il fidanzato della Guidi.

Le intercettazioni pubbliche costringono il Ministro a dimettersi e l’Eni sospende le attività di trivellazione in Basilicata.


                                               Il Ministero della Guidi

Renzi dichiara :” La Guidi non ha commesso nessun tipo di reato o illecito, ma ha fatto solo una telefonata  inopportuna”. Ma che Federica Guidi potesse nascondere colossali conflitti d’interesse – commesse dell’azienda di famiglia, la Ducati Energia, Enel, Poste, Ferrovie… – si sapeva fin dalla sua nomina nel governo Renzi, che questi conflitti d’interessi, però, sprofondassero così velocemente dai convegni di Confindustria alla fanghiglia petrolifera di famiglia, pochi potevano prevederlo.

I suoi due anni di Governo non saranno certo ricordati per il suo lavoro o le sue proposte, del tutto assenti se non volte alla difesa degli interessi della vecchia imprenditoria e alla guerra alle rinnovabili e a tutte le istanze ambientaliste dei territori.

 La Guidi non è stata testimone di alcun cambiamento, non ha “cambiato il verso”, anzi ha portato ancora di più il nostro Paese verso il “verso sbagliato”: quello di una politica industriale fossile, antica, obsoleta e delocalizzatrice, nociva per l’innovazione e l’economia di un grande Paese come l’Italia.

Ha riportato alla ribalta il servilismo di una classe dirigente e di governo e i sistemi di corruttele dei petrolieri. Petrolio, gas e carbone sono la più grande fonte di corruzione politica mondiale e come se non bastasse ai combustibili fossili vanno 10 milioni di dollari al minuto di incentivi e il “permesso” a devastare enormi estensioni di mare e di terra nei Paesi in via di sviluppo, come dimostrano i processi contro le multinazionali petrolifere – comprese le nostre .

Di che ci si stupisce, d’altronde?

Il nostro che è il Paese più corrotto d’Europa insieme alla Bulgaria poteva essere indenne dalla corruzione così diffusa proveniente dai combustibili fossili?

Come si può credere che dietro le scandalose condizioni di favore che godono in Italia le concessioni per l’estrazione degli idrocarburi  ci siano solo interessi nazionali?

Che interessi nazionali difendeva la Guidi se non quelli che sanno di affare di famiglia, che non stenta a mescolarsi con il sistema di corruzione che ammorba il pianeta che spesso si può spingere anche a finanziare guerre per difendere le profittevoli energie del passato, a tutti i costi?

                                              La maledizione delle risorse

 Nel mondo, questi interessi, costruiscono governi e, se conviene, li fanno cadere e se si riesce a non far votare la popolazione, tutto è più facile, che sia un governo o un referendum: meglio che le persone non si esprimano.

 L’onorevole Bellanova, anche lei allo sviluppo economico, pugliese come uno dei governatori proponenti il referendum, si permette, infatti, di invitare apertamente sulle pagine dell’Unità a non andare a votare il 17 aprile.

On. Bellanova

Il viceministro non si cura delle leggi che puniscono con pene detentive da 6 mesi a 3 anni chi, investito da pubblico potere, organizza  l’astensione  (articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera; l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum), leggi disposte  a difesa della libertà di partecipazione democratica dei cittadini in occasione delle consultazioni elettorali e referendarie e scoraggiano, punendole, coloro che qualificati in virtù del proprio ruolo o funzione istituzionale inducono gli elettori all’astensione, alla rinuncia, alla non partecipazione all’esercizio democratico del voto anche referendario.

 Bellanova, abusa del suo ruolo e a mezzo stampa, si esprime non come ‘privata cittadina’ o semplice iscritta al partito, bensì come parlamentare e viceministro dello Sviluppo economico, peraltro con delega all’energia.

Nel mondo, chi difende questi interessi paga informatori e crea  eco-scettici che esaltino le qualità  dei combustibili fossili e la loro “inevitabilità”, conta i barili e i metri cubi di gas in vite umane.

 E’ quella che nei Paesi in via di sviluppo chiamano “la maledizione delle risorse” e che ha colpito il socialismo venezuelano e la socialdemocrazia di Lula, affondandoli nella corruzione e nel clientelismo politico, trasformando la speranza in crisi e vergogna.

Un’infezione epidemica che è arrivata fino all’ufficio di un ministro italiano che avrebbe dovuto garantire uno sviluppo economico diverso da quello fossile, un’infezione che imbratta Confindustria proprio nel giorno dell’elezione del suo nuovo presidente, che potrebbe rappresentare proposte diverse: un’economia dell’innovazione e uno sviluppo più verde.

Referendum: SI’ per il cambiamento, SI’ per difendere i nostri territori da corruzione, intrighi e inquinamento.

 

Lo scandalo petrolifero della Lucania non poteva avvenire in un periodo peggiore per il governo, dove Renzi si è impegnato a far saltare il quorum di un referendum sulle trivelle petrolifere voluto da 7 presidenti di regione del suo stesso partito.

Un referendum che, per la caparbietà del governo  Renzi/Guidi di tenerlo per farlo fallire, ha assunto un aspetto che va oltre il semplice quesito e il destino delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia delle coste italiane: le dimissioni di un ministro della Repubblica, l’intreccio affaristico e la svendita di risorse e territori.

Per questo andare a votare il 17 aprile sarà un segnale per dire che l’Italia vuole esprimersi, vuole uscire dal petrolio e dall’era fossile. Petrolio e carbone sono il passato, un passato già sperimentato, fatto di corruzione, intrighi, guerre e inquinamento.

   ANTONIA BRIUGLIA



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