SETTIMANALE anno XVII
n° 735 del 17 gennaio 2020
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L'importanza delle tradizioni Stampa E-mail
Scritto da MASSIMO BIANCO E TWIN   

L'IMPORTANZA DELLE TRADIZIONI.

Un RACCONTO breve del mistero sul monumento ai caduti di

 MASSIMO BIANCO e TWIN

 

N.B.: come i savonesi ben sanno, la tradizione descritta nel racconto non è un'invenzione degli autori. Ogni giorno alle 18,00 a Savona in Piazza Mameli il traffico si ferma davvero per un minuto in memoria dei caduti in guerra. È uno spettacolo affascinante, unico in Italia, sul quale però gli autori si sono divertiti a giocare, ricamandoci sopra.

Seduto sotto i portici, sullo sgabello di fianco all'uscita del fruttivendolo desolatamente vuoto, Alberto Triora fumava a tutto spiano. Era di pessimo umore. Terminata la sigaretta ne accese subito un'altra, quindi rivolse un'occhiata truce ai soci Carla Triora e Andrea Fiorito, che discorrevano annoiati dietro il bancone. Carla se ne accorse e lo salutò con allegria. Non sopportava la sua superficialità. Al pensiero Alberto espirò rabbiosamente il fumo e scosse la testa. Erano nei guai fino al collo e gli faceva pure ciao ciao con la manina. Il cognato già cercava un altro lavoro e lui e sua moglie avrebbero fatto meglio a imitarlo. Il pacato Andrea era però appena trentenne, mentre Alberto di anni ne aveva quarantatré e, indebitato com'era, non se la sentiva di riciclarsi. D'altronde in due sarebbe stato più facile tirare avanti.

Un'anziana cliente abituale varcò l'ingresso del negozio rivolgendogli uno squillante buonasera, a cui lui rispose con un incomprensibile mugugno. Che ci pensassero Carla e Andrea a quella rompiscatole, erano quasi le sei di sera e non era il momento adatto per sopportarne le pretese.

Le sei! Odiava quell'orario e almeno in ciò sua moglie gli dava manforte: i coniugi Triora erano sempre stati tra i più attivi nelle petizioni contro i ventuno quotidiani rintocchi. Giudicavano ipocrita la tradizione ad essi collegata. E poi secondo Alberto e Carla quel minuto di paralisi del traffico nel centro di Savona risultava determinante per il bilancio del loro negozio di frutta e verdura. Molti clienti persi negli ultimi mesi non la pensavano allo stesso modo, stanchi di assistere ai teatrali battibecchi dei due sul piccolo palcoscenico arredato da banane e  pomodori. Ma i Triora non s’addossavano alcuna responsabilità dei magri incassi di quella prima metà dell'anno.

Precedute dal precipitoso rientro di Alberto nella bottega, giunsero infine le 18.00 di quel lunedì agostano. Don  Don  Don Come tutti i pomeriggi la campana del Monumento ai caduti, costruita in Piazza Goffredo Mameli, la principale della città, nel lontano 1927, stava ricordando le vittime di guerra, impiegando sessanta secondi esatti per diffondere ventuno rintocchi. Tanti quante sono le lettere dell’alfabeto, indispensabili per comporre i nomi e i cognomi di quelle vittime.

«Ecco, ecco, ecco il nostro problema» sbuffò Alberto, mentre sistemava distrattamente un cetriolo tra le zucchine. In quel mentre tutti si erano fermati per onorare i caduti: automobilisti, ciclisti e pedoni. A Savona era un momento molto sentito che i cittadini volevano conservare, nonostante comportasse un ulteriore peggioramento della caotica circolazione stradale. Leggende cittadine raccontavano addirittura di sparizioni nel nulla dei pochi irrispettosi che anche soltanto una volta nella vita avevano bigiato la commemorazione passando per Piazza Mameli alle 18.00 senza fermarsi. 

Il Custode della Memoria, secondo le credenze popolari, era l’essere sovrumano incaricato di eliminare coloro che non si fermavano.

Invece secondo i Triora il Custode della Memoria descriveva soltanto un'assurda superstizione, alimentata ad arte per tornaconto. Il mito, infatti, andava diffondendosi, suscitando una tale curiosità da spingere gli armatori o a variare gli orari di sosta in porto in modo da permettere ai croceristi di assistere allo spettacolo o addirittura a inserire la tappa savonese nei propri percorsi.

Nessuno ammetteva il reale motivo della propria presenza, ma ogni giorno alle 18,00 centinaia di persone immobili e silenziose affollavano il marciapiede, soprattutto sul bordo oltre il porticato, componendo una scena surreale: parecchi tra costoro speravano di assistere a una scomparsa. E per quanta attenzione i Triora ci mettessero, spesso prima o dopo l'evento qualcuno approfittava della confusione per allungare le mani sulle cassette esposte all'esterno, facendo “scomparire” frutta e verdura della “Boutique del cavolfiore”.

«Ma tu guarda che folla. Perché la gente è così cretina? Sai che ti dico, Carla? Vado a fare una corsetta! » Don  Il decimo rintocco chiuse la frase del fruttivendolo ribelle. Senza aspettare la risposta della moglie, Alberto iniziò uno sprint su cento metri di marciapiede e lo terminò con l’ultimo rintocco, impiegando circa trenta secondi. La rotonda panzetta non gli consentiva particolare velocità. Tra gli sguardi di disapprovazione, di preoccupazione o perfino di eccitazione dei passanti, che avevano rispettato lo stop fino all’ultimo dei sessanta secondi dopo le 18.00, Triora tornò gonfio di sé davanti al negozio. Cambiò però umore, perché  vi sorprese un giovanottone trasandato e semi svestito intento a procurarsi a sbafo un paio di banane esposte.

«Belin, ehi, tu! Hai visto il film “Johnny Stecchino”, per caso?  Metti giù quella frutta! Subito!»Il ragazzo si voltò verso di lui, sbarrando due occhi allucinati di colore azzurro. Aveva pure la pelle grigiastra. Sembrava un tossico.

«Io compra. Io vuole vedere solo, poi compra».

«Si, vabbè, lascia perdere». Disse Alberto, mentre la sua mente, priva di panzetta, lavorava a tutta velocità.

L’idea arrivò come un lampo che illumina a giorno la più buia delle notti. L’idea geniale.

«Aaaaah…ascolta un po’, figgeü. Ti faccio una proposta che ti piacerà sicuramente». L’espressione del commerciante si era fatta improvvisamente gentile.

Carla terminò di servire una delle poche clienti di giornata ed uscì dal negozio, riuscendo a partecipare alla contrattazione tra i due uomini. Dopo diversi minuti di colloquio a tre la moglie diede attenzione ad un'altra cliente, urgentemente bisognosa di un avocado. Infine tornò presso lo sconosciuto e il marito, e fu proprio questi a doversi allontanare per rispondere alla chiamata di un fornitore sul cellulare.

Ore 17.59 del giorno dopo, martedì. Il ragazzone dagli occhi azzurri entrò nel negozio con una rivoltella dall’impugnatura arancione (sembrava un giocattolo) e minacciò i due Triora ed una donna che stava acquistando uva nera. 

«Datemi incasso. E tu dà portafoglio»disse lo spilungone.

Le due donne ubbidirono, nonostante le proteste di Alberto:

«Vai fuori di qui, farabutto! Esci subito dal negozio! Te lo ordi... »

Un suono sordo interruppe il savonese: il rumore della pistola, che evidentemente non era giocattolo.  Carla s’accasciò a terra. Il ragazzone scappò fuori con i soldi dell’incasso e il portafoglio extralarge dell’altra donna, facendosi largo in mezzo alla calca. Il titolare dell’attività lo inseguì, trascurando per forza di cose di soccorrere la moglie.

 Don  «Ah, bruttu galûsciu, te la farò pagareeee» - urlava  Alberto, correndo. - Don  «Non mi scapperai, maledetto assassino».  Don

 Le persone per strada assistevano immobili alla scena, alcune  indecise se intervenire o rispettare l'importantissima usanza di non avanzare durante i ventuno rintocchi. Il fruttivendolo non si accorse che venti metri dietro di lui anche la moglie aveva preso a correre, compiendo uno slalom tra la gente ferma sul marciapiede di Piazza Mameli. Tutti e tre sparirono tra le tante viuzze nelle vicinanze della stessa piazza ben prima che si udisse il ventunesimo colpo del batacchio.

«Stavolta non li rivedremo più».

«Quelli se li porta all’inferno il Custode della Memoria».

«Mi stavano antipatici, ma poveretti, cosa dovevano fare? Anche io avrei inseguito il ladro».

«Con un mandillä armato? Tra l'incudine del malvivente e il martello del Custode, chi ce la farebbe fare? Meuggiu la vita che il dinë».

Tanti commenti del genere composero il brusio della folla presente, eccitata dalla scena imprevista e smaniosa di scaricare l’adrenalina accumulata dalle 18.00 alle 18.01. Molti anziani confermarono che anni addietro diverse persone, non rispettose dell’usanza di fermarsi nel minuto della memoria, erano scomparse nel nulla.

In un punto appartato del centro storico, Alberto rifiatava dopo la lunga corsa. Non portava con eleganza i suoi quarantatré anni, dimostrandone almeno dieci in più.

«Mi hai salvato la vita, nonsocometichiami. Davvero.» 

Lo straniero ansimava appena, dato che le sue lunghe gambe avevano sopportato il trasporto di un corpo molto più leggero di quello del Triora. Respirava piano e non parlava per niente, limitandosi ad ascoltare.

«Grazie a te i creditori non mi cercheranno più. Grazie a te mi sono sbarazzato anche di quella gallina di mæ muggè» - Un respirone, poi - «Mi rifarò una vita all’estero, da tempo ho preparato i documenti falsi per scappare col mio gruzzoletto personale. Ci volevi tu, con quella faccia da ebete, a farmi venire l’illuminazione, eh! Eh!».

Nessuna risposta.

«Tieni la tua parte» - disse ancora Alberto tirando fuori qualcosa da una tasca dei pantaloni - «duemila euro come ti avevo promesso ieri pomeriggio oltre al dinë che hai già prelevato dalla cassa».

Mentre la mano sinistra del ragazzone afferrava la mazzetta, la mano destra, che ancora stringeva la pistola dall’impugnatura arancione, già era rivolta al petto del commerciante.

Un istante dopo Alberto Triora perse la vita.

«E poi tu davero credeva che dumila miseri euri bastava a ucidere moglie, anche se mette corna?» Disse infine lo straniero, come se stesse concludendo ad alta voce un ragionamento interiore.

 

 Riprese a camminare per alcuni minuti e si fermò in un posto ancora più dismesso del precedente. Tra pezzi di ferro arrugginiti, legni marci e muri fatiscenti lo stava aspettando Carla. Si era liberata della t-shirt verde e della gonna bianca. L’intimo in pizzo nero esaltava le prosperose forme della trentacinquenne.

«Già fatto?» chiese, quando vide il giovane sbucare tra i rottami di quel vicolo maleodorante.

«Operazione esecuta. Eseguta. Insoma, fatta» rispose lui.

«E nessuno troverà il cadavere, vero? Me lo hai garantito».

«Penso io togliere di mezzo per sempre, tranchila».

«Sei il mio eroe, il mio bellissimo eroe. Eccoti i tremila euro pattuiti ieri».

La donna era raggiante. In un colpo solo si era sbarazzata di un marito con panzetta e lingua lunga e dei creditori, potendo sparire nel nulla. Nessuno cercava gli scomparsi delle 18,00, neppure gli inquirenti. Lo aveva verificato di persona quindici anni prima. Il compagno della sua amica del cuore dell'epoca era un gran sfrontato e della tradizione se ne infischiava, ma l'ennesima volta che durante i rintocchi aveva proseguito imperterrito il cammino non era più tornato a casa. Amici, vicini, parenti e fidanzata lo avevano pianto fin dal primo giorno. I genitori avevano denunciato la scomparsa per pura formalità. Magistrati e poliziotti avevano aperto l'indagine solo per archiviarla poco dopo senza aver svolto ricerche serie. Mai sarebbero stati disposti ad ammetterlo apertamente, eppure tutti “sapevano” che il Custode della Memoria l'aveva ghermito. E non uno di quei poveri stupidi, pensava con soddisfazione Carla, che si fosse posto domande sulla provenienza del misterioso personaggio e dei suoi inverosimili poteri. Non uno che avesse sospettato un omicidio. Non uno anzi che avesse neppure preso in considerazione l'ovvia ipotesi che il giovanotto se ne fosse semplicemente andato, benché a tanti avesse raccontato quanto fosse stufo di vivere nella per lui noiosa Savona e quanto desiderasse liberarsi da ogni responsabilità. Si sentiva perciò al sicuro. In più in quel momento aveva la possibilità di gustarsi una performance dell’aitante sconosciuto. I pochi vestiti da barbone non nascondevano il fisico  invidiabile.

«Girati» disse senza preamboli il maschio.

«Va bene» lo assecondò Carla, appoggiando il ventre ed il seno ad un muretto e calandosi le mutandine.

«Questi soldo dare in beneficenza per ristruttura base di Monumento ai caduti. E’ rovinata. Grazie mille, signora Triora.

Anzi, grazie cinque mille.» 

Non era mai andato d’accordo con la lingua italiana, ma non aveva importanza. Si ricordò finalmente di gettar via l'inutile scacciacani arancione e le puntò contro l'indice. Un lampo ne scaturì e il corpo di Carla Fiorito in Triora fu polverizzato in un amen.

«Ecco. Così impara». Concluse a mo' di epitaffio il leggendario Custode della Memoria. Anche lei aveva corso durante i ventuno rintocchi. Le tradizioni vanno rispettate.

***

Alle 18 e 20 Andrea Fiorito tornava in negozio dopo un colloquio di lavoro. Ancora ignorava di essere appena diventato il titolare unico de “La boutique del cavolfiore”. Mentre attraversava Piazza Mameli il suo sguardo fu attirato dal monumento. Aveva avuto una strana impressione. Si fermò a studiarlo. Qualcosa non quadrava ma non capiva cosa. Prese allora a girarci intorno, osservandolo perplesso. Sembrava tutto a posto e tuttavia sentiva che... Giunto sul retro comprese all'improvviso: mancava una delle sculture. Mancava la possente figura umana maschile seminuda.

Massimo Bianco e Twin 15/3/16. Fine

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