Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Governo Renzi: per salvare le banche butta ... Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
Governo Renzi:
per salvare le banche butta in strada la gente

 Mentre i media si affannano da mesi a torturare l’intera popolazione con dibattiti e scontri sulle unioni gay, tema che a quanto pare riguarda un’infima frazione delle unioni etero (in Francia, in 1 anno, sono stati 7000, ossia il 3% dei matrimoni tradizionali, e ancor meno le step child adoption) la zelante ministra Elena Boschi trasmette con nonchalance alla Camera il decreto legislativo n° 256, destinato a coinvolgere centinaia di migliaia, e in prospettiva milioni, di italiani, agevolando le banche nel pignorare le case dei mutuatari insolventi.  

Rampolla di famiglia bancaria. Buon sangue non mente

Il governo, che ignora direttive europee ben più urgenti e drammatiche, come ad es. quelle ambientali e carcerarie, ha ritenuto indilazionabile recepire la direttiva 2014/17 intesa a tutelare maggiormente i cittadini nei contratti bancari. Ma il D.L. 256 è un capolavoro perverso di ribaltamento degli obiettivi. Infatti, il decreto tutela ancor più le banche, a scapito dei cittadini. E non solo le banche, ma anche le schiere di speculatori che seguono come squali le carcasse spolpate dalle banche stesse per il ricupero di crediti peraltro tarati all’origine, quando le banche prestano soldi che non hanno.

 

Notare la maggior enfasi sul gossip rispetto alla tragedia delle case all'asta

Non passa giorno che giornali e TG non ci affliggano con i lamenti delle banche sulle loro sofferenze, ormai intorno ai 200 miliardi. Quello che però non dicono è che il grosso del “buco” nei loro bilanci non è dovuto ai normali cittadini, privati o titolari di piccole attività, bensì ai big, amici e amici degli amici, cui i vertici bancari hanno concesso senza adeguate garanzie prestiti milionari. Come fare allora a “ricuperare” quei soldi, frutto di tanto sudore da parte di banchieri, che, abili o sprovveduti, vengono comunque liquidati a suon di milioni? Semplice: viste le difficoltà di ricuperare soldi dai big, più scaltri di loro, chiedono e ottengono dal governo a guida “democratica” questa ennesima legge truffa, per pignorare le case dei piccoli mutuatari e poi rivenderle “al meglio”.

Al meglio significa una cosa sola: darle in pasto, attraverso aste pilotate, agli speculatori, finanziati dalle banche stesse, a prezzi fallimentari ed esentasse, per poi rivenderle, tramite le banche, ormai diventate società commerciali e immobiliari, a prezzi “di mercato”. Un mercato però già afflitto dalla valanga di case pignorate negli ormai quasi 10 anni di crisi: crisi da sovrapproduzione, nell’edilizia più ancora che in ogni altro settore. E allargando ancor più il fossato che divide ricchi e poveri, l’1% dal 99% della popolazione.

Una casa, bombardata o pignorata, non fa alcuna differenza per chi l'abitava

Diamo uno sguardo al desolante scenario delle nostre vie urbane, costellate di serrande abbassate. Dietro ognuna di loro si cela il dramma di chi non ce l’ha fatta a sostenere il peso opprimente delle spese, sia finanziarie che fiscali, estraendolo dal magro profitto che la crisi e i prezzi in discesa hanno eroso giorno dopo giorno. Alcune serrande resteranno chiuse per mesi o per anni; altre saranno riaperte da nuovi speranzosi, perlopiù disoccupati, costretti a diventare partite Iva, occupando se stessi, perlopiù con grami redditi, quando pur ci sono, inferiori a quelli dei loro dipendenti. Se poi costoro si trovano costretti a riabbassare le serrande e l’attività era gravata da un mutuo, la casa data in garanzia verrà pignorata con un iter reso più rapido, grazie al DL 256, dal mancato passaggio attraverso un tribunale.

Che stridio per le orecchie sentire personaggi in divisa o doppiopetto elogiare la legalità: quella stessa che ha partorito il DL 256; o blaterare di crescita dei consumi e dei posti di lavoro. Quando il lavoro non farà che decrescere, assieme ai consumi, visto che i disoccupati non possono spendere.

Ho più volte evidenziato (l’ultima su Trucioli dell’8/11/15: Concorrenza e Disoccupazione) -e viene ripreso da Riccardo Staglianò- come la società industriale nasca sulla guerra al lavoro umano a favore delle macchine, materiali e immateriali, dai telai ai computer, dai robot ai prodotti chimici. Le aziende sono forzate a ridurre i costi, in una competizione selvaggia; per cui abbattono i maggiori capitoli di spesa: gli esseri umani. Il rapporto tra occupati e investimenti non fa che diminuire, e a velocità accelerata. Alla lunga reggono solo i lavori più umili, resi convenienti dai bassi salari, che i sindacati non riescono più ad osteggiare, sotto la poderosa spinta di sempre più disperati, nostrani e immigrati; e con l’irresistibile concorrenza delle esotiche “fabbriche del mondo”, Cina in testa. 

 

Analisi dell'esclusione degli umani dal lavoro, svolto sempre più da macchine, computer, robot

Il sociologo Domenico de Masi ben sintetizza il contrasto tra i due sistemi in competizione fino al 1989: comunismo e capitalismo. Il primo sa distribuire ma non produrre; il secondo sa produrre ma non distribuire. Ha vinto il secondo, che ha estremizzato il contrasto, delegando i lavori materiali (l’hardware) agli “sweat shop” asiatici e mantenendo in patria il software. La ricchezza prodotta, però, rimane appannaggio di un’esigua, straricca minoranza, a spese del vasto proletariato senza prole: quello al quale, oltre all’impossibilità economica di far figli (altro che “utero in affitto”) si toglie anche la casa, si butta su una strada. E, beffa crudele, il governo incentiva questa tendenza, utilizzando una direttiva UE che voleva ridurla.

 

 Per nutrire gli umani in crescita si ricorre a violenze inaudite sugli animali (e sulla biosfera)

Questo è lo squallido panorama nel quale siamo già dentro fino al collo, mentre si sente invocare ogni giorno l’uscita dalla crisi attraverso una mitica “crescita”. Crescita che altro non significa se non produzioni di massa, meccanizzando e computerizzando ogni processo produttivo o di servizi. Ciò significa non solo che macchine, robot e computer espellono gli umani dai posti di lavoro, ma anche che violenza e crudeltà uccidono qualsiasi residuo di umana pietà: l’esempio più agghiacciante è dato dagli allevamenti intensivi, dove gli animali sono seviziati secondo le più macabre fantasie, per “ridurre i costi” e mantenere in vita l’esercito di schiavi in cui i signori del denaro hanno in progetto di trasformarci, passo dopo passo. Primo passo: toglierci il lavoro (altro che primo capitolo della Costituzione), a seguire  privarci di un’abitazione, bisogno primario di ogni cittadino degno di questo nome. A questo punto scoppierà la rivoluzione? Nossignori, ci sarà lo sgomitamento per conquistarsi la benevolenza dei padroni, per stare un po’ meglio della “vil razza dannata”, con la stessa logica dei kapò. 

 


Charlot in "Tempi Moderni",  parodia delle produzioni di massa

 Gufo? No, realista. Distruttivo, anziché propositivo? No. Il vecchio slogan sessantottino “lavorare meno, lavorare tutti” è quanto mai attuale e cogente. Secondo: togliere ai banchieri l’assurdo privilegio di battere moneta, attribuendolo allo Stato, con ciò sgravando la moneta dall’attuale fardello di debito e interessi, e consentendo così l’erogazione di mutui senza interessi a cittadini italiani cui sarà stato restituito il lavoro.

Utopia? No, unica via di uscita. Ne prendano nota quelle forze politiche, come M5S e FdI, che oggi si sbattono per il semplice ritiro del decreto legge 256. Allarghino la loro visuale, risalgano alle vere fonti del malessere e della disperazione crescenti nel popolo, mentre ne godono pochi ricconi.

 Marco Giacinto Pellifroni      6 marzo 2016    

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