Settimanale Anno XVI
Numero 703 del 5 aprile 2020
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Cinema: The Hateful Eight Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

The Hateful Eight

The Hateful Eight è un film del 2015, scritto e diretto da Quentin Tarantino, ed interpretato da Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum.

 Al cinema: Sala 1 Diana a Savona

 Che dire quando l'odio sembra trovare ampie motivazioni sociologiche, economiche, culturali-etniche, razziali, in ogni epoca e luogo? Niente, si può fare dell'ironia e del sarcasmo, con punte non trascurabili di umorismo macabro, esorcizzare quindi il male presente in ogni empatia negativa, dando all’individuo  il centro assoluto di una scena ad effetto.


Per far ciò, e divertire, è sufficiente allestire uno spettacolo cinematografico come questo The Hateful Eight, che  solo Tarantino da diverso tempo sa fare...

Forse è il miglior film di Tarantino, indubbiamente il più ingegnoso quanto a capacità di traduzione per il cinema del linguaggio fumettistico noir da cui traggono origine quasi tutti i suoi film.

Il film abbonda di paradossi scenici dai risvolti assai surreali, di esagerazioni comportamentali dei personaggi che appaiono sempre fuori da ogni ordine costituito quasi a rappresentare i retro pensieri patologici che stanno dietro le inibizioni un tempo da essi patite, di un linguaggio fuori da ogni convenzione formalistica o professionalmente acquisita, di esasperazioni creative di grande rischio insuccesso assegnate al ruolo della telecamera (che sembra anch'essa non rispettare più alcun modo di riprendere appreso nel tempo  legato in qualche modo a codici compositivi di sicuro pregio estetico) che si candida di fatto a diventare coprotagonista del film in netta competizione con il resto dello staff. Di violenza sanguinosa contrappuntata da pensieri e parole ultime, testamentarie, emanate da un delirio di morte che se da una parte estranea  dall’altra invita a immaginare e a identificarsi con quella che viene rappresentata come l'ultima più intensa passione: gli atti più esaltanti di vita che precedono la morte annunciata.


 Alla fine tutto ciò rilascia nello spettatore un senso di disumanità, ma solo apparente, ingannevole, perché tra le sue pieghe si scopre in realtà  l’esistenza di un altrove immaginifico grandioso, artisticamente amorale, di misteriosa bellezza: aperto generosamente all'inconscio più vivo del pubblico...

Questo film stupisce in ogni capitolo, ed è animato da una follia finale travolgente di chiara ispirazione dadaista. Un finale che  depura dal male configurato in precedenza, che altro non sembra essere che il riflesso di quello incontrato oggettivamente dal pubblico nella realtà del vivere quotidiano. Male però di origini antiche a cui il bene custodito nel proprio essere, testimoniato dal racconto mitico vissuto in famiglia durante l’infanzia e così ricco all’origine di pulsioni esaltanti, ha dovuto soccombere, sacrificarsi fino ad ammalarsi per consentire la sopravvivenza del sociale che è sempre prioritario, un sociale che chiude orizzonti desideranti richiedendo responsabilità  verso una comunità più vasta: in cui si è spesso presi in una competizione mortale...


Sono veramente malvagi i personaggi di questo film, oppure appartengono a una perfidia acquisita, prodotto storico della realtà? Sono la logica conseguenza di  problematiche e drammatici conflitti sociali a cui non si riesce a dare, a volte anche per mancanza di etica,  le soluzioni più opportune, o  sono solo personaggi mossi da qualcosa di congenito, naturalistico, cui è impossibile sfuggire e che li caratterizza inequivocabilmente?

Il film sembra non avere dubbi, malvagi per lo più lo si diventa a causa delle tante esperienze negative attraversate: mortificatrici del nostro narcisismo più vivo che Quentin Tarantino ben conosce.

  Biagio Giordano
    
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