Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Concorrenza e disoccupazione Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
CONCORRENZA E DISOCCUPAZIONE
 Leggo che Deutsche Bank pianifica il licenziamento di 35.000 lavoratori in esubero, Shell vuole dimagrire di 6.500, Tata Steel di 1.200, Unicredit di 10.000 entro il 2018, oltre ai 46.500 già persi dal 2008, Michelin di 1.500, di cui 578 in Italia.

Queste sono solo cifre campione del fenomeno di eliminazione di enormi quantità di posti di lavoro messo in atto soprattutto dalle grosse società, di respiro nazionale ed internazionale. Svanisce così il sogno, nato a fine anni ’60, di poter trasformare i lavoratori della terra in impiegati e dirigenti nei grandi centri urbani, svuotando le campagne, la cui produttività sarebbe stata assicurata dalla meccanizzazione e dall’uso massiccio di concimi e fitofarmaci chimici. La loro superficie, visto il balzo di produzione per ettaro, poteva parallelamente ridursi per ospitare asfalto e cemento senza alcun riguardo per l’ambiente.

La regina Elisabetta omaggia il Presidente cinese, con buona pace della concorrenza sleale

Gli abusi sono stati tali che i vari governi sono stati costretti ad adottare norme sempre più rigide nei riguardi della salute sia dei lavoratori che dell’ambiente, con la progressiva messa in soffitta del ricatto “inquinamento o disoccupazione” che tanto aveva prevalso a partire dagli anni ’70. Le nuove leggi e l’atteggiamento sempre meno tollerante della magistratura ha portato ad un innalzamento dei costi di lavorazione, tale da rendere non più competitivi molti prodotti, anche a causa della concorrenza selvaggia, specie da parte dei Paesi asiatici.

Ho evidenziato la parola competitivi, in quanto abbonda sulla bocca dei politici di destra e di sinistra, considerandola un tabù, in quanto motore di innovazione e progresso. In realtà la competizione non fa che trasferire lavorazioni inquinanti, e come tali profittevoli (nel breve periodo), verso aree del pianeta disposte a lasciarsi inquinare e ad accettare un sistema di lavoratori-schiavi; o, in alternativa, facilitando flussi in entrata di futuri schiavi. Non si dimentichi che la competizione mira sempre al ribasso, e lo scettro del vincitore va a chi riesce ad inquinare o a schiavizzare di più. Quindi è inaccettabile dal punto di vista etico. Eppure, è ciò che viene propugnato: emblematici gli onori imperiali tributati dalla Gran Bretagna alla Cina, cioè al Paese che sta causando il “dimagrimento”, proprio in UK, di 1.200 lavoratori da parte della Tata Steel, il cui acciaio non è più competitivo rispetto a quello cinese, prodotto senza tanti riguardi per ambiente e lavoratori.


Una delle tante filiali bancarie sacrificate alla digitalizzazione dilagante

Insomma, ci si era illusi che le macchine e la chimica avrebbero garantito una sorta di Eden terrestre, liberando le braccia dell’uomo nel passaggio dai campi alle fabbriche, ossia nell’epocale passaggio dal primario (agricoltura e miniere) al secondario (industria). Più recentemente, con il calo dell’occupazione nel secondario, afflitto da sovrapproduzione, è sorto il nuovo idolo, il terziario, inizialmente limitato al commercio e al pubblico impiego, quest’ultimo spesso in funzione di assorbimento dei disoccupati dell’industria, in una larvata forma di assistenzialismo.

Infine, il terziario è diventato in gran parte digitale, creando un ulteriore volume di disoccupati: non più i colletti blu, ma i colletti bianchi: alle macchine in sostituzione delle braccia è subentrata l’elettronica in sostituzione dei cervelli.

Anche in quest’ultimo campo l’iniziale euforia, con masse di studenti a specializzarsi in eterogenei atenei, ha ceduto il passo alla disoccupazione: il computer sostituisce un numero crescente di lavoratori, grazie alla tanto invocata “ricerca e innovazione”; come fecero sin dall’800 le macchine, tanto invise a chi –i luddisti- già allora aveva capito dove si andava a parare.

Quindi, mentre la tanto invocata concorrenza –perlopiù sleale-, i vincoli ambientali e sindacali e la digitalizzazione creano disoccupazione, le aziende, specie di grandi dimensioni, cercano la via di fuga delocalizzando sede produttiva e/o fiscale o tagliando ulteriori posti di lavoro.

L’esempio più eclatante di questi sconvolgimenti vien dato dalle banche, sempre più “smagrite”, sia come personale che come sportelli. Ormai, tranne le sedi principali, entrare in una filiale bancaria comunica un senso di sovradimensionamento delle strutture e miniaturizzazione degli occupati. Hanno cominciato col limitare gli orari di cassa, invitando a rivolgersi ai bancomat; poi hanno via via estesa questa trasposizione dall’uomo al computer ad un numero crescente di operazioni, agevolandone l’effettuazione dal computer di casa o dagli smartphone: quanti fanno ancora un bonifico in banca, che costa tra l’altro il quadruplo? Non si fanno neanche più gli F24.


Dopo l'Expo il Giubileo, fuori programma, a soli fini commerciali

Queste scarne considerazioni rendono estremamente attuale la proposta penta stellata di un reddito di cittadinanza a favore del numero crescente di persone, specie giovani, cui il sistema non offre inserimento, in quanto “c’è già una macchina che fa quello che faresti tu, ma dieci, cento, mille volte più velocemente”. È in sostanza questa la tanto declamata produttività, in un mercato afflitto dalle sue conseguenze: la sovrapproduzione. Abbiamo impianti disegnati per produrre troppo rispetto alle capacità di assorbimento di un mercato in stagnazione e deflazione. Inutile continuare a parlare di crescita se i soldi della BCE (QE, quantitative easing) non arrivano alle nostre tasche, impegnati come sono a sanare i bilanci delle banche, disastrati dalle sofferenze, ossia dall’incapacità di aziende e privati di pagare mutui e fidi assurdamente cari, pur in un contesto di penuria di liquidità e di posti di lavoro (cioè di redditi). Se è vero che “la ripresa è alle porte”, se è vero che le grandi corporation licenziano, chi offre questi nuovi posti di lavoro? Le PMI, nonostante i salassi di banche e governi?

Un’ultima osservazione: chi governa le nazioni è chi ne stampa il denaro, a costo zero, “prestandolo” all’intera società, e pretendendone poi la restituzione, nonché un interesse, attraverso il lavoro dei presunti debitori. Una simile forma di economia basata sul parassitismo di pochi, legalizzati da politici ignoranti o conniventi, non può aver lunga vita, a meno che non si adottino sistemi di incretinimento collettivo, non solo mediatico (scie chimiche?), di cui forse un giorno verremo a conoscenza. Quando sarà troppo tardi. Nessuno ne parla, ma l’unica via di scampo non è l’uscita dall’euro, mantenendo questo sistema di strozzinaggio, bensì il denaro pubblico, emesso dallo Stato al servizio di cittadini e aziende italiane.

Intanto, prosegue la guerra degli stracci, tra poveri sempre più depredati dei pochi beni rimastigli in eredità da padri, nonni ed avi. Il sistema monetario vigente è alla radice di tutti i difetti elencati più sopra: è l’apoteosi del debito e dello sfruttamento perenne. Un tempo i debitori diventavano schiavi dei loro creditori; e gli “anni di grazia”, i Giubilei, servivano per mettere in pratica quanto dice il Pater Noster a proposito della remissione dei debiti. A dicembre ci sarà un nuovo Anno Santo, in deroga alle regole originarie. Né Stati né Chiesa, però, parlano di remissione dei debiti. A cos’altro serve, allora, il Giubileo? Solo a portare a Roma milioni di turisti, a clonare l’Expo in versione para-religiosa?

Marco Giacinto Pellifroni                 8 novembre 2015

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