TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 680 del 13 ottobre  2019
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Mangiare e camminare: l'uomo Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Mangiare e camminare: l’uomo.

Mia nonna abitava da sola, in una grande casa al limite di un bosco. Vicino alla sua vecchia casa, c’era il mulino, il martinetto, la rivendita di Sali e tabacchi, la casa stessa era a suo tempo un’osteria: “Dei cacciatori, buon vino” recitava l’antica insegna. Non una borgata, ma un gruppo disperso di cascine, facenti capo alla stessa chiesetta, alla stessa osteria. Centocinquanta, forse duecento persone.

Ora non abitava quasi più nessuno tra quelle case. Mia nonna ci si fermava solo d’estate, coltivando un poco il suo orto, rimettendo ordine tra i suoi cassetti e le sue scatole piene di nonsisamai, come tutte le persone anziane.


Sobria nei costumi e negli usi. Mangiava poco, beveva solo acqua. Vestiva sempre di nero o di scuro, sempre pulita, anche nel più sporchevole dei lavori domestici. Quasi senza denti. Parlava molto, raccontava con piacere. Inforcava gli occhiali per leggere in punta di labbra le vicende dei reali di Casa Savoia, ai quali era particolarmente devota.

Mangiava sempre le stesse cose, soprattutto se si trattava di roba sua, del suo orto. Talvolta di prodotti di qualche vicino a cui ricorrere per annate sventurate, con debito baratto di prodotti. Al limite si poteva consumare qualcosa proveniente dal negozietto di alimentari, a un chilometro di distanza. Il pane, il caffè, l’olio, lo zucchero, una leccornia per il nipote.

Se alla sera si sentiva un poco appesantita, allora si preparava la gerba. Approntava un bicchiere con una cannuccia di peltro, un paio di cucchiaini di erba secca tritata proveniente da un vasetto di vetro, un cucchiaino di zucchero. Poi versava l’acqua calda, infine si sedeva sul ballatoio a rimirare il tramonto e a considerare filosoficamente il lavoro della giornata ormai finita.


Io guardavo tutta la procedura con interesse. Ne avrebbe dato anche a me? Dietro esplicita richiesta, si. Ecco, pronti con tutto l’armamentario. Mi raccomando – diceva al nipote – non soffiare, se no si tappano i buchi e poi non viene più. Capito?
Cosa si è bambini a fare se poi non si può contravvenire alle raccomandazioni? Pronti via, si soffiava. La cannuccia si otturava e ci si poteva lagnare dell’inefficacia della bevanda, ovvero dell’apparecchiatura atta a dissetare.

Tutta questa premessa fatta di ricordi, per introdurre un prodotto e una consuetudine alimentare arcinota, oggi, ai cultori dell’America Latina in generale. Paraguay, Uruguay, Argentina e Brasile sono gli stati dove questa bevanda è d’uso quotidiano e antichissima.

Si tratta dell’Ilex Paraguaiensis, una sorta di arbusto, coltivato apposta per essere consumato in una zucca (mate) aspirato con una cannuccia metallica (bombilla o bombigia) con continua integrazione di acqua calda.

Pare che l’uso fosse antecedente allo sbarco dei conquistadores. Eppure, per qualche motivo che possiamo immaginare legato all’economicità, semplicità e gusto, quella consuetudine si era (si è, in alcuni casi) trasmessa fino a noi.


Mentre mia nonna sorbiva la sua bevanda, io bambino non avrei neppure mai lontanamente immaginato che quella roba venisse addirittura dall’America Latina. Soprattutto considerando quanto mia nonna sentisse quella sorta di tisana come una cosa sua propria, armamentario delle consuetudini, degli usi locali, proprio come fosse granoturco, patate o pomodoro dell’orto. Già, questi tre prodotti però, a dire il vero, non sono proprio nostrani. Effettivamente vengono introdotti in modo diffuso, io credo, dai primi dell’Ottocento, magari dovendo vincere anche qualche preconcetto. Comunque tutta roba americana. Occorre fare un altro esempio: dicevo che mia nonna la considerava, quella bevanda, roba sua come fossero castagne. Ecco, si, le castagne sono proprio nostrane, dei nostri bricchi, dei nostri boschi… No, veramente no. Introdotte un migliaio di anni fa, più o meno, dall’India o giù di lì. Va be’, insomma. Ecco, ho trovato! Caratteristico come per noi un piatto di spaghetti al sugo! Ecco, semplice no? Una bandiera per l’Italia: spaghetti al pomodoro. Solo che gli spaghetti sono un elaborato dalla semola di grano duro, importato dagli arabi; e il pomodoro, come già visto, dall’America. Eh ma noi qui facevamo le tagliatelle! Certo: il grano tenero non tiene la cottura, troppo poco proteico: si aggiungono proteine (uovo) per poterlo cuocere sotto forma di pasta di grano duro (caratteristica meridionale, forse).

Ma tornando alla gerba, com’è arrivata qui, e come fa ad essere così “nostrana”?

Bisogna tornare indietro di qualche tempo. Per la precisione al passaggio di Napoleone. E non è questione qui di uno o un altro esercito. In una economia della sopravvivenza (il pochissimo seme che avanza dalla mensa serve da seminare per il prossimo anno, in un equilibrio che non ammette il minimo spreco) il passaggio di mille, duemila o cinquemila uomini in armi, con cavalli e buoi e muli è molto, ma molto peggio di una grandinata di una settimana. Dopo non c’è più niente, ma più niente per un pezzo, non solo per una stagione. Se i granai sono vuoti non puoi seminare. E il prezzo dei semi è diventato esorbitante. La gente muore di fame per strada, le donne che si sono salvate restano nascoste nei boschi. Nei primi decenni dell’Ottocento, più marcatamente a partire dalla Restaurazione, leggiamo nelle cronache di polizia di strani figuri che girano per le piazze a cercare gente per andare in America. Là c’è molto lavoro, molta terra, molta ricchezza. C’è bisogno di mano d’opera. Ci sono così tante vacche che zampe, coda e trippe le regalano. La polizia cerca di fermare questi “agenti di viaggio”, ma il mito è diffuso. Chi non ha più niente, chi ha perso tutto, chi non ha soldi per comprare semi, fieno, bestie, vende quel che ha (la poca terra, la casa, i mobili, il corredo) e s’imbarca, non sapendo neppure dov’è l’America.


Alcuni torneranno, alcuni anche ricchi. Altri non torneranno ma manderanno soldi per la costruzione o il restauro della chiesa, per l’acquisto dei banchi. Un qualcosa per far sapere ai compaesani che le cose sono andate bene. Chi tornerà di persona, alla sera, avrà molte cose da raccontare: la pampa sconfinata, le mandrie, il lavoro, i gauchos e l’asado. E dopo, intorno al fuoco, la gerba, succhiata dalla cannuccia. Anzi: eccola qui, dal racconto al reale: non ci vuol poi molto a mettersi in tasca un sacchetto d’erba e una cannuccia. E avranno mostrato agli astanti questa bella novità. Un gusto nuovo, diverso, addirittura economico. Forse i genovesi, più scaltri, avevano percepito la possibilità di costruirci un mercato, un traffico, tra Sud America e i liguria: persone all’andata, gerba al ritorno.

Peraltro la consuetudine dei decotti d’erbe a fini non taumaturgici, ma a fini alimentari, era diffusa: sempre mia nonna si preparava spesso, per cena, qualsiasi decotto (orzo, camomilla, caffè lungo, tè, carcadè o gerba) apposta per consumare il pane secco avanzato del giorno prima. E il pane di cent’anni fa era sicuramente più coriaceo di quello d’oggi, ed i denti più miseri. L’acqua calda aromatica era un buon sistema, veloce, economico, per fare una zuppa veloce e non del tutto insipida.

Le nostre consuetudini alimentari si sono formate non per via delle nostre inamovibili radici, ma proprio per il contrario. Abbiamo imparato, viaggiando, a cucinare, adattando le preparazioni alle nostre esigenze. Io credo che nessun popolo abbia una cucina, una tradizione alimentare propriamente ed esclusivamente sua.

Trovo però molto triste che le attuali consuetudini alimentari non siano più frutto dello scambio culturale, del viaggio, delle persone che si parlano, che litigano, che si mescolano, che combattono anche tra loro; ma emanazione diretta di un mercato che ci impone cosa, come e quando mangiare, confezionato, precotto e promosso senza anima, senza storia. Un hamburger con ketchup non è tradizione alimentare, è consuetudine commerciale. Anche se la carne macinata fosse della miglior scelta e la salsa rossa fosse fatta in casa, è un’imposizione di un gruppo di potere attraverso pubblicità, palesi od occulte, non è una valigia di storie, sia pur legata con lo spago, che si porta dietro un tesoro di cultura, grande perché disposta a contaminare e farsi contaminare.

La versione che oggi corre diffusa è che qualsiasi migrante sia sporco, ignorante, povero. E perciò dedito al furto, alla corruzione dei costumi, alla diffusione delle malattie. Tutt’al più si può usare (USARE) per lavori immondi, mal pagati. Così si potrà dire che oltre tutto: “Portano via il lavoro”.

Eppure la storia dell’umanità è quella degli uomini appiedati che vagano. I confini, le nazioni, i catasti, gli stati civili, le leggi, e quindi le idee di nazione, di razza, di prevaricazione, sono venute dopo. Prima c’era l’uomo. Paradossalmente, uno di questi uomini appiedati provenienti da zone a noi lontane, a cui vorremmo rimandare indietro tutti quelli arrivati e che si trovano qui, paradossalmente, dicevo, uno di questi lo teniamo raffigurato nei nostri templi, inchiodato e incoronato di spine. Ne adoriamo devoti quel che alcuni ritengono il sudario, e contemporaneamente riusciamo a pronunciare parole terribili su i suoi conterranei disperati.

Anche lui, quel Signore, ci aveva insegnato qualcosa sul cibo, aveva spezzato il pane per tutti. Mica solo per i ricchi.

ALESSANDRO MARENCO

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