Settimanale Anno XVI
Numero 703 del 5 aprile 2020
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Spiragli di giustizia Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   

SPIRAGLI DI GIUSTIZIA

La giustizia ad personam può fare molto male. Irreversibilmente.

Apro il giornale e leggo dell’assoluzione definitiva di Berlusconi: il caso Ruby è chiuso, l’uomo è innocente e si abbandona a un pianto liberatorio dopo anni di patemi, di sentenze contrapposte, di veleni e di fango sulla sua vita privata, di discredito pubblico. Accuse pretestuose e preconcette, sollevate da pm acrimoniosi e prevenuti, ossia carenti proprio della qualità sovrana di un magistrato: l’imparzialità. Accolgo quindi con sollievo questa sentenza della Cassazione, in controtendenza all’immagine che procure e media ci hanno dato di Berlusconi (influenzando per anni anche il mio giudizio), eclissandone le qualità politiche con indagini persecutorie sulla sua condotta privata.


 Ho notato in molti giudici una caratteristica propria degli scienziati quando la loro mente partorisce una teoria: la volontà di vederla confermata, a dispetto di ogni prova contraria. Nel caso dei giudici questa tendenza è molto più grave, in quanto invade la vita di esseri umani e ne altera il normale e sereno svolgimento. Il furore, l’accanimento che si legge in certe requisitorie e sentenze appaiono in tutta la loro devastante potenza nelle parole roboanti cui i pm ricorrono per dare la massima enfasi al loro castello accusatorio. Il pm Scardaccioni è addirittura ricorso a termini usati nelle requisitorie contro le BR per definire lo stato d’animo in cui agì il capo di gabinetto della procura milanese: “Una geometrica potenza ghiacciò il cuore e la mente di Ostuni […] Fu un atto di costrizione implicita, che congelò, paralizzò la volontà del funzionario”. Funzionario che viene poi paragonato a un “bravo” manzoniano, “il rapace a tutela del potere dell’Innominato”.

Questi tratteggiamenti, tra il letterario e la cronaca nera, sfoggiati per dipingere a tinte fosche reati immaginari, mi hanno sempre più convinto che nelle aule dei tribunali viga l’iperbole, la lente d’ingrandimento di ogni vizio e “peccato” umano. Non uso a caso la parola “peccato”, in quanto si ricorre a questo approccio iperbolico soprattutto nei casi che gettano luce sulla vita privata delle persone, con una verbosità intimidatoria che mi ricorda i metodi della “Santa Inquisizione” per estorcere confessioni alle vittime designate; oggi, tramite il megafono mediatico, per convincere le platee televisive. Quando poi ci si inoltra nella sfera sessuale, la morbosità inquisitoria si moltiplica e, quel che è peggio, la si dà in pasto ai più torbidi appetiti scandalistici, facendo ipso facto dell’inquisito un mostro dedito a perversioni, sulle quali si indugia, con dovizia di particolari.

Non so come abbia fatto Berlusconi a reggere a questa sequela infinita di attentati alla sua privacy e alla sua dignità. Questo calvario mi ricorda quello subito per decenni dagli omosessuali, finché questa diversa forma di amore non fu recepita e accolta dalla società come “diversa normalità”. Oggi è addirittura tutelata dalla legge, che condanna l’omofobia. Ben diverso trattamento è invece riservato a forme diverse di preliminari erotici, quali l’indossare particolari uniformi, ad es. da infermiera, che sembra connotassero certe serate di Arcore. Qui, più che alla condanna, non configurandosi reati, si ricorre al dileggio; e un peccato veniale viene percepito e ingigantito a peccato capitale.  


L’importante, insomma, era di fare di Berlusconi uno zimbello internazionale, fintanto che era capo del governo o quando, decaduto, non assecondava i disegni dei suoi successori non eletti. Soprattutto lo si colpiva quando tentava di fare gli interessi dell’Italia contro la tracotanza dei poteri stranieri, UE, BCE e Germania in testa. I suoi processi servivano a distrarre l’opinione pubblica dalle porcate che chi gli era subentrato varava dietro precisi ordini dei potentati finanziari, a cominciare dal famigerato “papello” BCE dell’estate 2011, che declassava l’Italia a protettorato tedesco. Berlusconi andava distrutto, moralmente e politicamente. All’epoca dei fatti, nessuno, me compreso, si rendeva ben conto dei colpi bassi che arrivavano dalla cricca finanziaria, mediante dumping dei nostri BTP e declassamenti delle agenzie di rating, in un fuoco di fila coordinato e teso a fare delle nostre migliori imprese facili ed economici bocconi di “investitori” stranieri, sulla falsariga di quanto già perpetrato dal 1992 in poi, mentre le Tv erano focalizzate su Mani Pulite. 


 

Oggi, con enorme ritardo, si rende giustizia a un italiano che non ha mai seguito le comode strade del servilismo ai poteri forti. Ma chi mai gli renderà la serenità stravolta da anni di attacchi sfrenati contro la sua persona? Esiste, allargando il discorso, un modo di risarcire le ansie e la vita grama di chi è fatto oggetto di gogna mediatica, o, se non è personaggio pubblico, di notti insonni, di disonore e sospetto da parte di conoscenti, amici, parenti? Io ritengo di no.  

Il caso di Berlusconi non è, purtroppo, isolato; è un caso visibile tra migliaia di altri, simili ma invisibili. Conosco, in prima e per interposta persona, casi che sollevano legittimi dubbi sul modo di procedere di molti giudici, ai quali è concessa eccessiva discrezionalità nel trattare le cause, a partire dalla facoltà di dare corso spedito ad alcune a scapito di altre, magari più “scomode”. A volte, specie in primo grado, è lecito persino dubitare della loro competenza.


Vorrei ora spostare queste mie considerazioni dai giudici alle leggi. E lo faccio con le parole di Tremonti, dal libro “Bugie e verità”: < La legalità in Italia è oggi insufficiente nel modo più paradossale; è insufficiente per eccesso! Oggi, infatti, quasi tutto è vietato, qualcosa è permesso, nulla è completamente libero. L’Italia non è dunque un Paese che ha una legislazione, ma è una sconfinata e scriteriata legislazione che soffoca il Paese. > Ed è su questi presupposti che chiunque può subire condanne a seconda dell’applicazione di una qualsiasi legge da parte di un qualsiasi giudice. Siamo tutti condannabili.

Il neopresidente Mattarella ha posto particolare enfasi sul significato della nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Si spera che serva a renderli un po’ meno sicuri della propria infallibilità e più equanimi. Dopo l’assoluzione di Berlusconi, vedremo se questa legge verrà applicata, o se farà la fine delle legge Tremonti del 2005, che voleva rendere pubblica la Banca d’Italia, ma che rimase totalmente inapplicata: ci pensarono Prodi e il neo presidente Napolitano a legalizzare l’illegalità, modificando ad hoc lo statuto di Bankitalia, tutta privata. Morale: vanno bene i politici che si prodigano per fare gli interessi dei banchieri; quelli che antepongono gli interessi nazionali vanno estromessi. Con qualunque mezzo. Come accadde nell’autunno 2011, dopo che Berlusconi e Tremonti osarono contrastare i diktat congiunti di Merkel, UE, BCE e USA sull’esorbitante contributo dell’Italia al Fondo Salva Stati (ESM); poi accettato da Monti senza batter ciglio.

Marco Giacinto Pellifroni                                       11 marzo 2015 

 

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