SETTIMANALE anno XVII
n° 742 del 7 marzo 2021
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Cinema: Jimmy's Hall Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Jimmy’s Hall (Sala da ballo Jimmy)
 
Titolo Originale: JIMMY'S HALL
Regia: Ken Loach
Interpreti: Barry Ward, Simone Kirby, Jim Norton, Andrew Scott, Brían F. O'Byrne, Francis Magee, Karl Geary
Durata: h 1.46
Nazionalità: Francia, Gran Bretagna, Irlanda 2014
Genere: drammatico
Al cinema dal Dicembre 2014
Recensione di Biagio Giordano
Film attualmente in sala nella Provincia di Savona

 Irlanda 1932, Contea di Leitrim, provincia del Connacht. A 10 anni dalla guerra di liberazione che ha portato all’indipendenza dalla Gran Bretagna, il governo irlandese di Eamon di Valera appare in difficoltà, soffre per il calo di consensi verificato lungo le innumerevoli attività  svolte dalla popolazione nel territorio.   Al preoccupante abbassamento di popolarità l’esecutivo reagisce cercando di migliorare i rapporti con le istituzioni ecclesiastiche cattoliche.  


Il governo stringe di più i legami con la Chiesa esaltando l’importanza sociale e teologica della spiritualità cristiana  e offrendosi anche di agire, in concerto con l’istituzione ecclesiastica, nell’emarginazione dei comunisti. Inoltre il governo, utilizzando al meglio le sue articolazioni territoriali  a sostegno della spiritualità  cristiana, dà  alla Chiesa maggior  possibilità di estensione degli studi biblici diretti alla popolazione. 

Lo scopo è di rafforzare nel paese una spiritualità  religiosa fino a farla divenire egemone culturalmente su tutto il territorio,   storicamente infatti quando ciò si è verificato  essa si è dimostrata  utile nel favorire nella popolazione la sopportazione di sacrifici economici e restrizioni dei diritti civili.  

L’idea di fondo del governo è che nulla cambi nelle forme costitutive del capitalismo: così come esso è stato ereditato dai precedenti governi.

Eamon di Valera  nonostante proponga una nuova Costituzione, con alla base un maggior potere di partecipazione democratica  del cittadino alla vita politica della  nazione (Costituzione che verrà approvata nel ’37), in realtà non intende assolutamente dare avvio alle riforme, neanche a quelle necessarie per modernizzare le sovrastrutture civili e culturali  del capitalismo irlandese.


Latifondo e finanza,  investimenti sul lavoro e sostegno governativo al capitalismo, sembrano più che mai gli stessi di una volta,  ed essi godono già di un sostanzioso consenso da parte della chiesa cattolica. Le vecchie leggi economiche e le norme conservatrici più antiquate dei diritti (pseudo) civili, rimangono tali per volere sopratutto delle classi borghesi più retrive.

 Dopo  10 anni di esilio negli Stati Uniti, Jimmy Gralton (Barry Ward), comunista,  rifugiatosi a New York negli  anni ’20 per  sfuggire a O’ Keefe  capo  locale  dell’Ira (esercito repubblicano) torna nel suo paese, lo fa sia per nostalgia della madre e della propria cultura di appartenenza, sia per un forte desiderio di collaborare alla crescita economica della fattoria di famiglia.

 L'Irlanda che Jimmy ritrova,  ha sì la forma di Stato auspicata da tempo, cioè di tipo indipendente, ma i progetti governativi con nuove regole costituzionali  più aperte alla democrazia, non sembrano, nella pratica politica di ogni giorno influenzare  eticamente gli amministratori, i quali continuano ad operare in un modo vergognosamente cinico tanto da   far prefigurare nel cittadino un futuro privo di innovazioni reali.

 La divisione dei poteri  istituzionali  statali esiste già, ma essi tendono, ai primi conflitti tra loro, a chiudersi in una comoda autonomia separatista, danneggiando l’intera economia del paese.


I poteri spirituali e temporali decentrati sembrano  avere  illecite libertà di repressione verso ciò che di diverso culturalmente avanza nel territorio, tanto da non far sentire  libero il pensiero dei cittadini soprattutto per quanto riguarda la possibilità di associarsi culturalmente nel tempo libero.

 Appena ritornato, e su insistenza dei giovani del paese, Jimmy decide di riaprire la sala ricreativa "Hall",  dove un tempo ci si incontrava per ballare, studiare o discutere.   Jimmy però rimane inquieto, ha dei saggi timori, pensa con il suo responsabile gesto di libertà preso insieme ai cittadini,  di provocare gravi conflitti tra i frequentatori della sala e i vari poteri locali, quest’ultimi appaiono infatti, rispetto alle nuove esigenze di maggior libertà maturate nei cittadini lavoratori, sempre più fobici e conservatori.

  Il successo della sala ritrovo, come già accaduto in passato, è subito grande, ed è del tutto in positivo sia sul piano civile che culturale,  essa soddisfa lo spirito più creativo  dei cittadini e funziona di fatto anche come nobile diversivo dalle fatiche del lavoro giornaliero.


L’appoggio della popolazione a Jimmy, come successe prima della emigrazione in America, è ancora una volta immediato, e privo di riserve.

Ma come acutamente previsto dallo stesso Jimmy,  la sua crescente  popolarità nata con la riapertura della sala, e le sue fervide idee comuniste che non si preoccupa minimamente di tacere, costringono dopo un breve tempo le istituzioni locali cattoliche  e le amministrazioni laiche del territorio ad intervenire violentemente sull’iniziativa associativa.

 Le istituzioni conservatrici temono soprattutto la lettura dei libri, in quanto essa potrebbe portare a una maggior coscienza del ruolo da protagonista della vita pubblica che  il cittadino può conquistarsi con le lotte.

Che evoluzione avrà l’attività nel locale riaperto da Jimmy, riusciranno i suoi fan a resistere agli attacchi istituzionali che si preannunciano, da alcune avvisaglie del tutto scorretti, riusciranno a difendere una elementare forma di libertà di tipo associazionistico ricreativo-culturale, ammessa come legittima perfino nella Russia dittatoriale del sanguinoso Stalin?

Il regista autore di questo film, Ken Loach, molto sensibile alle tematiche sullo sfruttamento umano e alle opere storiche del comunismo, quest’ultime oggi del tutto fuori moda, con questa opera conferma il suo grande valore di artista verista, trasportandoci, grazie alla magistrale verosimiglianza delle scene da lui costruite con una sobrietà del vero  priva di ogni minimo orpello, in un’epoca molto credibile che ci appare così come effettivamente era, spogliata del consumismo più volgare e artificioso, ruvida e spirituale, ideologica e nettamente contrastata nei pensieri, priva nell’immaginario di sfumature ingannatrici o sintomatiche, riuscendo sempre a stupirci  per come un certo cinema di indubbia qualità abbia il potere di rendere fortemente presente, con la suggestione che rilascia l’impressione di realtà delle immagini in movimento, un passato che ancora non tanto tempo fa  si pensava di non poter più rivivere se non  sul piano del racconto scritto e parlato o della fotografia a scatto: da ritratto e documento.


Ken Loach è quanto di meglio oggi il cinema culturale possa farci rivivere sul piano delle conoscenze dei dialoghi e degli episodi storici minuti intercorsi in diverse epoche tra classi sociali molto diverse, ad esempio tra ceti borghesi aristocratici e proletariato, gerarchie ecclesiastiche e fedeli, nobili e sudditi, ridando dignità, protagonismo e risalto culturale a linguaggi legati a ceti di umili origini spesso troppo esorcizzati o resi caricaturali nel cinema per ciniche esigenze  di spettacolo e di estetica.

Ken Loach è la prova vivente che nel cinema non esistono regole fisse per creare con le immagini emozioni forti negli spettatori, a volte basta prendere la realtà per quello che è, ricostruirla osservandola empiricamente o attraverso testimonianze dirette,  come il neorealismo per altri versi ci ha insegnato quando estrapolava da essa un filo di trama e i registi pedinavano  inosservati i personaggi reali della vita di tutti i giorni, scoprendo i segreti dei loro pensieri e desideri, guidati paradossalmente nel profondo della loro psiche  proprio dall’ambiguità allusiva che le parole inevitabilmente rilasciano.

   Biagio Giordano 

 

   

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