TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 680 del 13 ottobre  2019
Tel. 346 8046218
Fantasia sul futuro della Val Bormida Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

Fantasia sul futuro della Val Bormida

 Possiamo immaginare la Val Bormida tra qualche anno? Anche senza troppe conoscenze specifiche, usando magari un po’ di buon senso, come vediamo il nostro territorio nei prossimi decenni?

È un gioco, un passatempo, non ha pretese scientifiche o influenza sulle nostre attuali decisioni, ma vale la pena provare a far lavorare l’immaginazione.


Facciamo una piccola premessa storica: l’entroterra savonese ha una storia antica. Tracce dell’Età del Bronzo, tracce di insediamenti romani, più cospicue tracce medievali. Non parrebbe una terra particolarmente ricca, sembra anzi che il suo valore più significativo sia stato, nei secoli, quello di rappresentare un luogo adatto per l’industria o la protoindustria: acqua, legna, spazio, vie di comunicazione verso il mare (non troppo lontano) e la pianura piemontese e lombarda.

Quel che ha veramente cambiato la faccia (e il destino) della Val Bormida è stato lo spazio che il porto di Savona non aveva. Per questo nasce una teleferica (i celebri “vagonetti”), nasce una cokeria, nascono le fabbriche legate alla carbochimica (fertilizzanti, coloranti, esplosivi e da qui pellicola cinematografica). Una vera e propria rivoluzione con tanto di crescita demografica, originata nei primi decenni del XX secolo, sviluppata stabilmente intorno alla metà degli anni Trenta. E poi di nuovo negli anni Sessanta. Le vetrerie, insediate secondo una tradizione millenaria, vivono una loro storia industriale, che con alterne fortune, continua.

La costruzione di grandi industrie genera una serie di imprese elettromeccaniche abili nel costruire impianti industriali. E non a caso ancora oggi l’azienda che detiene il maggior numero di dipendenti e maggior lustro è la Demont.


Poi le crisi, la crisi, il declino.

Possiamo evincere una legge? Una regola, anche grossolana, per indovinare cosa succederà domani? Vediamo: in un territorio le cose sono legate. Uno sviluppo si porta dietro altri sviluppi, un declino si porta dietro altri declini. Chi nel tempo dello sviluppo arricchisce il proprio patrimonio di conoscenze e contatti riesce a prosperare anche nei periodi di declino. Chi non si aziona è destinato male.

La storia ci insegna anche che gli andamenti demografici non aspettano la realizzazione delle strutture adatte. Se c’è lavoro, la gente arriva. Piuttosto si abita nelle baracche, piuttosto non si mandano i figli a scuola, piuttosto ci si adatta. Sappiamo anche che nelle periferie, negli ambienti poveri e umanamente depauperati allignano malaffare, droga, prostituzione e violenza.

Fin qui abbiamo parlato della società. Proviamo a immaginare il territorio: le costiere delle nostre colline, ricche di terrazze (magére se erano con muri a pietra, givére se erano fatte con zolle d’erba) non albergano più colture di alcun tipo. I fondovalle pianeggianti e fertili sono stati occupati da industrie (prima), capannoni e magazzini (più recentemente). Il bosco avanza, selvaggio. Chi ancora riesce a mantenere un prato nella sua condizione antica fa un lavoro quasi sempre antieconomico. Si allargano le robinie pseudoacacie (le gaggie), gli alianto, così pervasivi, puzzolenti e inutili. Spesso anche i dolci pioppi. I castagni selvatici seccano ammalati. Il bosco così diffuso consuma grandi quantità di acqua (si pensi a quanto beve un semplice geranio, si faccia la proporzione con una pianta d’alto fusto), che scarseggia in estate, trasformando le nostre Bormide quasi in fiumare: rigagnoli puzzolenti d’estate, torrenti impetuosi d’inverno, che si trovano improvvisamente a correre in un letto occupato da piante, terrapieni, opere umane. Per soddisfare l’esigenza dell’acqua domestica sono stati scavati acquedotti sempre più grandi, ed anche questo partecipa al consumo del bene più prezioso.


Ora proviamo a dedurre qualcosa su nostro futuro.

Terminata l’era della manifattura, le nostre Valli diventeranno periferia. Le condizioni economiche generali indicano, fin d’ora, che la società italiana (forse europea?) sarà formata da una forbice particolarmente aperta tra le classi sociali: ricchi molto ricchi, poveri molto poveri. Avremo insomma borgate formate (esistono già ora) da ville unifamiliari, bellissime, altamente recintate e protette, dove chi vi abita vive in un territorio suo, isolato, da cui espellere tutte le cose che non vanno o non piacciono. Nessuno spazio alla socialità: dopolavoro, bar, chiesa, oratorio, sede di partito. Solo villette recintate. L’altra classe occuperà quindi gli appartamenti, i grandi condomini, le vecchie borgate dei paesi più isolati, fenomeno che è già cominciato, per cui si nota una certa immigrazione di cittadini rumeni, albanesi o sudamericani, nei locali a prezzi più accessibili, nei paesi meno centrali.

Il paesaggio muterà ancora verso il bosco. Ricordiamo che già ora che quella di Savona è la provincia più “boscata” d’Italia, Bormida il paese più ricco di boschi. Anche se non è completamente una buona notizia, probabilmente diventerà un punto di forza per attirare persone desiderose di vivere “a contatto della natura…”.

Attualmente una buona fetta dell’economia e del sostegno alle famiglie proviene dai nonni, fonte di liquidità e soprattutto di tempo libero da dedicare ai piccoli. Estinte le attuali generazioni anziane, termineranno (si affievoliranno) soldi e tempo da dedicare alla famiglia. Gli anziani di domani saranno più poveri, ancora al lavoro (avranno meno tempo), forse più sani, sicuramente più soli.


Ci sarà da lavorare? Immagino di si. La specializzazione e le connessioni alla rete web permetteranno lo svolgimento di lavori intellettuali o di organizzazione o di consulenza, anche da casa propria. I lavori specializzati e di alto profilo, in genere, ne trarranno vantaggio. Ci sarà pure qualcosa nei settori logistici, nei trasporti, nelle pulizie. Manodopera poco specializzata. E, a quanto mi è dato capire dalle attuali politiche sul lavoro, poco protetta. Forse molti lavoreranno in Riviera, periodicamente, dove però sarà difficile trovare casa. Mentre qui di case ne avremo pure troppe… Per questo il mercato immobiliare sarà saturo, per quanto riguarda gli appartamenti “uso famiglia”. Mentre saranno appetibili le piccole unità immobiliari. Sempre dispendiose le abitazioni signorili.  

Insomma, vedo bello o vedo brutto? Beh, si, sono un pessimista. Ma preferisco esserlo, per fare in modo che ci si renda conto di una certa urgenza di interventi pensati sul futuro, anche remoto. Fare politica è anche questo, al di là dei proclami e delle rassicurazioni immotivate. Diciamo che potrebbero esserci tutti questi problemi che ho prospettato. Che fare?

Passiamo alla fase propositiva.

·      Sul paesaggio: serve un piano di sfruttamento dei boschi. Sono una risorsa, ma di cui non si può abusare. Occorre limitare il bosco, individuare zone adatte alla coltivazione del bosco, altre adatte alla natura selvaggia (ci sono già luoghi dedicati alla wilderness, sarebbe il caso di ampliarli). Il bosco è una risorsa in quanto energia, in quanto paesaggio, in quanto turismo. Può dare del lavoro, e pure qualificato. Però non possiamo abbandonarlo. Non si può neppure consentire lo sfruttamento indiscriminato. E neppure l’invasione di specie meno pregiate rispetto alle autoctone.

·      Sulla società: se periferia dovrà essere, allora che sia una periferia vivibile, gradevole, un posto adatto per riposarsi e vivere insieme. Allora serve ordine pubblico, ordine edilizio (fin d’ora), maggiori spazi di aggregazione che siano sempre inclusivi e non esclusivi. Se c’è una possibilità che aziende e imprese vengano a lavorare in Val Bormida, allora questa è agganciata alla capacità di comunicazione. Strade e ferrovie ci sono, forse appena sufficienti, ma ci sono. La rete web è, come in quasi tutta Italia, molto carente. La questione è principale e fondamentale: partire adesso con un progetto per dare un’ottima copertura internet, isole Wi-Fi, è quello che farà la differenza nello sviluppo nei prossimi anni.

·      Curare la bellezza. Non lo dico io, lo dice Renzo Piano. La bellezza dei luoghi in cui si abita fa migliore la società, i cittadini, fa in modo che chi cerca casa sia attirato a stabilirsi in un luogo bello, non solo razionale, non solo funzionale, non solo economico. Sul significato della bellezza, poi, si potrebbero aprire cento dibattiti, e forse sarebbe il caso di parlarne di più, ed essere partecipi della costruzione del paesaggio.

Non potrei giurare su quasi nessuna delle cose che ho scritto: sono più frutto di sogni e speculazioni che di concrete letture di dati matematici o sociologici. Trovo però che sia un esercizio sano, quello di porsi delle questioni, immaginarsi delle condizioni di contingenza nelle quali non è improbabile venirsi a trovare. Se ci pensiamo oggi, magari riusciamo a proporre qualcosa di concreto da inseguire, da costruire. 

ALESSANDRO MARENCO

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