Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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La mia personale weltanschauung Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Marenco   

La mia personale weltanschauung

Ho una visione del mondo e della società molto antica, quasi sicuramente inadatta. Però provo qui a condividerla, per trovare chi abbia motivi e parole sufficienti per farmi cambiare idea (o per confermare quel che scrivo).

Sono disposto a dare una certa misura della mia fiducia e del mio tempo alle singole persone, anche sconosciute. È stato difficile, fino ad oggi, trovare dei delinquenti puri, individui nati apposta per far danni. Quasi sempre si è trattato di scambi di opinioni, talvolta di chiacchiere, talvolta di gesti di aiuto reciproci. Mentre non so o non riesco a dare fiducia alla gente, la gente in genere, la massa, il popolo. Credo fermamente che un individuo abbia il dovere di educarsi e informarsi, quanto è giusto e doveroso che la massa sia formata e informata dai maggiorenti, dai detentori del potere.


Applico questa mia visione ad alcuni casi, per capire meglio.

Quand’ero piccolo, mia nonna mi aveva regalato per il mio compleanno un buono fruttifero postale. Non ci si poteva giocare. Anzi: fu detto subito in famiglia che non era neppure un oggetto da lasciare in mano a un bambino. Andava riposto in un cassetto sicuro, ben piegato. Sarebbe tornato utile in futuro. Sopra il bellissimo documento, dalla carta pesante, sobrio e concreto nella grafica indubbiamente creata a immagine e somiglianza dello Stato, vi era il disegno di un seminatore. Un contadino con la camicia dalle maniche arrotolate che elargiva a grandi manate sementi sul campo dissodato. Lo capiva anche un bambino, lo capivo anch’io (anche perché fino agli anni Settanta non era un gesto del tutto impossibile da vedere nei campi): una parte del raccolto va ridato alla terra, senza sperpero. La terra stessa lo restituirà maggiorato, e sarà nuovo cibo e nuova semente, a tempo debito. Questa iconografia era contigua a quella biblica, in cui spesso si parla di seminatori, di granelli di senape, di futuro. Era, sia pur nella sua retorica, edificante. Cercava di educare e di farsi capire. Quei soldi risparmiati e convertiti in Buono Fruttifero Postale, affidati ad una misconosciuta “Cassa depositi e prestiti” (“È la banca che finanzia le opere pubbliche” esplicava mio padre) creavano una consapevolezza, un argine contro le avversità, un posto sicuro, un rapporto fiduciario con lo Stato, che mai si sarebbe permesso di lucrare o turlupinare o non mantenere una promessa. Che gli frega a lui? È lo Stato, no! Mica ci deve guadagnare! Da notare bene che in tutto questo non c’entrava quanti soldi si investivano, quanto rendessero, quanto avrebbero potuto rendere. Contava assai il rapporto che si instaurava e la consapevolezza del danaro nel luogo sicuro, senza sorprese in positivo o in negativo.

Nel giro di pochi anni le cose sono cambiate. Lasciare tutti questi soldi in balia di un semplice buono fruttifero pareva ingiusto. Erano gli anni dei guadagni favolosi, dei giochi di borsa, dei soldi facili. Le Poste sono cambiate, sono cambiati i loro prodotti, adeguati al mercato bancario. I buoni sono “immateriali”. Meglio: ci sono forme di investimento che rendono sicuramente di più dei buoni. Ora la Posta ha anche bisogno di farsi pubblicità in televisione, come la Cassa Depositi e Prestiti. E tutto questo per me è una degenerazione dei costumi. E non ha niente da insegnare alla massa.


Se proprio volete investire rapidamente, con qualche rischio, ma con la possibilità di vincite fantasmagoriche, potete giocare d’azzardo... Siamo diventati peggio di Macao, che dovrebbe essere uno dei peggiori luoghi della terra per l’azzardo. 85 miliardi di euro all’anno vengono stornati dalla spesa di beni e servizi, gettati nel gorgo senza colore del gioco d’azzardo regolarizzato. Ci sono macchinette nei bar (un po’ nascoste, per non farsi vedere), applicazioni sui telefonini, ricevitorie, casinò on line, gratta e vinci, lotterie... Ora le nonne mettono da parte dieci monete da un euro per andarsele a scoppiare nelle macchinette, altro che darle ai nipotini… E le perdono tutte. Prima o poi le perdono tutte. Perdono la casa, gli amici, a volte anche i parenti. Un cappio invisibile stringe al collo la gente comune: quasi un milione sono i cosiddetti “ludopatici” di cui il Servizio Sanitario si dovrà occupare, stornando risorse (già scarse) dagli ammalati di tumore, dai neonati, dai cronici e dai morituri. E io vorrei tanto sapere chi sono i politici che hanno varato e liberalizzato l’azzardo, grandissime teste di cazzo. E altrettanto di quei politici che non hanno ancora fatto niente per fermarlo, o almeno ridimensionarlo.

E dato che il popolo va educato, e sull’azzardo ormai abbiamo creato un grande interesse economico, non c’è speranza che si possa tornare indietro. Non c’è possibilità che si possa insegnare con grande impegno, a grandi e piccoli, che l’azzardo è da evitare. Che si può giocare a carte e scommetterci un caffè (anche se questo, pensa te, sarebbe un reato) ma mai, mai spendere anche solo un centesimo in un gioco del genere.

Ancora su un punto, estendo la mia visione del mondo. Educare le masse vorrebbe dire insegnar loro il senso critico, lo sguardo sempre nuovo e diverso sul proprio territorio, la presenza, la conoscenza del luogo che si abita. Tutto questo mi torna alla mente proprio in questi giorni di tregenda per la nostra bella Liguria, sgretolata da piogge fuori norma, da un’edilizia selvaggia e orribile, da pretese tutte umane determinate a obbligare l’acqua a seguir certi percorsi, a chinare il capo e buttarsi in un buco dove non ci sta.

Quando abbiamo tempo, guardiamo la televisione. Difficile che ci chiediamo dove abitiamo, perché questi palazzi hanno questa forma, perché c’è (o non c’è) quel tale muro, cosa c’è sopra, oltre le case che vediamo, cosa c’è più sotto, sotto di noi, a seguire dopo il ruscello che si nasconde, estivo rigagnolo ricettacolo di topi e rumenta. Siamo stupiti, esterrefatti, atterriti quando scopriamo l’acqua, la quale com’è noto se ne frega di tutti noi, e prosegue il lavoro che ha cominciato da quando si è condensata la prima volta, non so quanti miliardi di anni fa: leviga, spiana, sposta. Ci stupiamo, non ce l’aspettiamo. Talvolta perdiamo auto e beni, altre volte addirittura la vita. Ma la vediamo solo allora, solo allora vediamo dove abitiamo, cosa abbiamo intorno a noi.

Per spiegarmi meglio cito due esempi: di fronte agli ultimi capannoni enormi edificati in una pianura qui a Carcare un amico mi dice: che roba, fino a un paio d’anni fa non c’era niente! Ma non è vero che “non c’era niente”! C’erano dei campi coltivati, del fieno, dei cereali. Altro che niente!


Un altro amico ieri mi ha mostrato un tubo che esce da un muro di contenimento. Trenta centimetri di plastica che rigurgitano acqua. “Vedi – mi fa – qui una volta c’era un ruscello”. Una volta? Ma qui C’E’ un ruscello! Non è che se lo copri con un muro e metti un tubo il ruscello si offende e dice: “Di qui non ci passo più”. Macchè: lui passa, se può. E se non può spinge tanto che basta per passare o per farsi una strada, lì o da un’altra parte.

Dovremmo essere anche qui educati a guardare la nostra terra, con buon senso, con presenza di spirito e senso critico. Dovremmo essere educati a questo. Gli stessi politici che, per questioni elettorali, hanno permesso di tombare ruscelli, oppure di liberalizzare il gioco d’azzardo, o di privatizzare un servizio pubblico, dovrebbero educarci, come massa, a non cadere più nelle loro trappole. Bel paradosso, eh?

ALESSANDRO MARENCO

 

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