Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Due libri e un paio di riflessioni Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Marenco   

Due libri e un paio di riflessioni

A pochi giorni di distanza sono stati presentati due libri di cui mette conto parlare. Si tratta di pubblicazioni distribuite a livello locale; entrambe, con modi diversi, descrivono il villaggio natio, il paese.

Il primo è di Dialma Ottazzi, da Giusvalla: “Si torna sempre alle origini” L.Editrice. Dialma tratteggia con mano leggera il paesaggio incantato del paese natio. Le persone, gli avvenimenti, si incrociano con i ricordi personali. La storia del paese è anche la storia della propria famiglia. E la storia non è obbligatoriamente quella dei documenti antichissimi, dei centri di potere, dei principi o dei condottieri; ma più frequentemente è storia di contadini, di povera gente affaticata e piena di vita, di contadine, ovvero di donne, “anello debole” spesso trascurato dalla storiografia convenzionale. Dialma non ha scritto un libro di storia, ma un testo di memorie sparse, misteriosamente incastrate e trattenute dallo stesso filo che le lega tutte: il paese, la terra, la patria nel senso etimologico del termine.

Il secondo è di Roberto Pastorino, si intitola: “Montenotte, la gente e le storie di verdi e fresche vallate”, Marco Sabatelli Editore. L’autore è un appassionato di Storia e si avvicina al tema da lui affrontato volendo dare una sorta di statistica, un po’ come Chabrol de Volvic, della zona di Montenotte, articolato massiccio montuoso, coperto di boschi, compreso da i comuni di Cairo, Dego e Savona.

Pastorino ha fatto una operazione di raccolta e catalogazione dei reperti. Sembra un lavoro da viaggiatore settecentesco, di quelli che annotavano tutto e ritraevano paesi, alberi e anche le nuvole. Grazie ad una particolare abilità ha visitato archivi e depositi, cavandone nomi, date, cognomi. E non solo: deve aver insistito non poco per recuperare una messe cospicua e variegata di fotografie in bianco e nero, vecchi ritratti, istantanee, che ci rimandano immediatamente ad un epoca (le prime immagini sono dei primi decenni del Novecento): contadini indomenicati sulla soglia di una chiesa, pronti a sposare. Ma spesso anche orgogliosi boscaioli ritratti al fianco di buoi aggiogati. O semplicemente seduti in un momento di riposo.

Per conto mio, qualsiasi cosa possa salvare un poco della nostra storia e della nostra memoria è opera bene accetta. Ometto qui senz’altro qualsiasi esegesi dei testi, prima di tutto non ne ho titolo.

La funzione che hanno libri come questi è da fare da catalizzatore alle discussioni infinite che si svolgono in visita ai parenti, la stufa accesa, la caffettiera che già borbotta. Soprattutto le persone un poco più anziane trovano un gusto particolare nel designare, nel ricapitolare tutte le famiglie del luogo, in tutte le ramificazioni, disgrazie, fortune o vicende innominabili. Basta buttare sul tavolo una domanda tipo: “Conosci mica un certo Aldo (ad esempio) che abitava nella casa sopra il fiume?” e da qui si scatena una ridda di coniugazioni, imparentamenti, legami, collegamenti. E ad ogni legame esce fuori l’abbozzo di una vicenda terribile, da non raccontarsi, ma visto che siam qua tra di noi, posso pure raccontare, ma che non si sappia… Spesso queste complesse tele famigliari conducono a discussioni accese, di non facile accomodamento. Eppure a ben guardare, danno un quadro preciso e multidimensionale, molto di più che non l’abbinamento tra catasto e anagrafe. Queste chiacchierate offrono un ritratto di un villaggio (nel senso più ampio del termine) composto da uomini, donne, animali e confini. E tutti gli accidenti che hanno incrociato questi elementi. Fanno venire in mente, per certi versi, le circospette ricostruzioni dei rami famigliari e dei quarti di nobiltà di certuni araldisti esperti di Hohenstaufen o Hohenzollern o Savoia (che il diavolo se li porti tutti quanti…).


Per l’ascoltatore curioso vengono alla luce episodi singolari, inattesi, degni di nota. Tavolta talmente forti che non verrebbero mai messi per iscritto in un libro, per la paura di offendere qualcuno. Allora restano legati all’oralità, e con questo stratagemma volano, perché “Verba volant” dicevano i padroni del mondo, mentre gli scritti “manent”, e cioè restano immutabili nel tempo.

Allora si viene a sapere ad esempio di un truce omicidio commesso da un uomo che voleva una certa donna solo per sé, e con l’aiuto della di lui madre castra il malcapitato antagonista una notte, in un campo di granturco, cagionandone la morte per dissanguamento. Dopo il processo, da cui si dirà assolto per insufficienza di prove, emigrerà in America, facendo perdere le proprie tracce.

Così come il soldato della Prima Guerra, dopo Caporetto tornato a casa senza nessuna intenzione di rivedere il fronte e farsi ammazzare. Una spiata di un vicino porta i carabinieri sul posto. L’uomo tenta la fuga, i carabinieri sparano e l’uomo muore dissanguato nel suo fienile. O ancora la storia della famiglia bergamasca, che emigrava periodicamente nei boschi di Montenotte (e già il fatto che emigrassero a Montenotte la diceva lunga sulle condizioni generali di questa gente…). Questi prendevano un tratto di bosco da tagliare dal comune di Dego e ne facevano carbone di legna. Vivevano per buona parte dell’estate e fino all’autunno nel bosco, in baracche di frasche che si costruivano ogni anno. Mangiavano, si dice, solo polenta, che cucinavano sul focolare, su un treppiede di legno, e consumavano su una grossa pietra piatta. Tutti in piedi, intorno a quel cibo, ognuno con la sua forchetta (forse un cucchiaio di legno) mangiavano, dormivano, lavoravano. Per una piccola paga che serviva loro a comprarsi altro lavoro.

Eppure un anno in quella tribù era persino nato un bambino, in una baracca. Madre e figlio stavano bene, raccontano le cronache. E gli uomini del branco si diedero d’attorno per procurare qualche pezzo di carne per la puerpera, in difficoltà per le fatiche del parto. Di meglio non si trovò che qualche gazza, che, spiumata e bollita, fornì il prezioso proteico brodo per la povera donna.

Verrebbe da pensare che queste vicende raccontate da me sulla traccia di memorie riportate altre volte, siano storie antiche o remote nello spazio. Forse dei tempi in cui c’erano gli antichi romani, o gli unni, o magari avvenute più di recente in qualche angolo remoto del Sudan, dell’Antiochia, del Guatemala, di Sumatra. E invece no, sono storie del secolo appena passato. Di alcune di queste sarebbe possibile trovare memorie di prima mano, o addirittura qualche rarissimo testimone vivente. Quasi sicuramente i discendenti che conoscono ancor meglio la vicenda. Questa è ANCHE la nostra storia. Anche se ci piace sempre pensare alla Storia come una faccenda di mirabili cavalieri, donzelle, sagaci artigiani, poeti, santi e navigatori.

E ancora una considerazione mi vien da fare: settanta, ottanta anni fa, una donna, qui, in questi boschi, partoriva praticamente sola in una capanna. Per sostenerla le si ammanniva un brodo (che già di per sé non ha utilità alimentare) costituito da uccelli che oggi vengono disdegnati dai cacciatori più disperati. Nel giro di pochi anni siamo passati dal non aver nessuna cura, neanche per gli ammalati più gravi, ad avere una quantità enorme non solo di cure, ma anche di approcci metascientifici alla malattia (omeopatia, agopuntura, fiori di bach…). Spendiamo per i farmaci più di quel che spendiamo per alimentarci. Siamo sempre ammalati, o meglio: siamo convinti di esserlo. Abbiamo bisogno di essere difesi, abbiamo bisogno di anticorpi, abbiamo bisogno di acqua purissima di alta montagna, siamo allergici, intolleranti, indisponenti. Direi che ci siamo persi qualcosa per strada, che non possiamo passare dalla capanna e dal brodo di gazza, direttamente alla somministrazione continua e perenne di molecole sconosciute, in prevenzione di qualcosa che potrebbe succedere. E abbiamo anche dimenticato che anche noi siamo stati Terzo Mondo, qui, a casa nostra. Ed abbiamo avuto chi ci ha sfruttato. Poi per il progresso abbiamo svenduto il paese, il gruppo, la tribù. E siamo rimasti più soli, riempiendo le nostre giornate di malanni inesistenti, di medicine inopportune, inutili o dannose.

ALESSANDRO MARENCO

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