Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Racconto NOI, ULTRAS COMBATTENTI Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   
Un racconto di Massimo Bianco
NOI, ULTRAS COMBATTENTI

I ragazzi erano riuniti nella sede del Grifone fans club da battaglia, in pieno centro storico, e stavano organizzando attività e coreografie per la successiva domenica di campionato.

Quella settimana il Genoa avrebbe giocato in trasferta con la Lazio e si prospettava una partita dura. A dieci giornate dalla conclusione del campionato entrambe le formazioni annaspavano sul fondo della classifica, rispettivamente a quota 23 e 25, impelagate nella lotta per la salvezza. Il Genoa si trovava addirittura ad un solo punto dalla zona retrocessione e con la più diretta inseguitrice, il Lecce, in gran rimonta, reduce da un trend positivo di sette risultati utili consecutivi.

Per fortuna ci pensavano i boys a tenere alto l’onore delle rispettive società

Nel campionato che li riguardava direttamente, infatti, i fans club di Genoa e Lazio lottavano per lo scudetto parallelo, appaiati in terza posizione, staccati di quattro lunghezze dai guerrieri al vertice, i temibili Atalanta fauns, e di tre dagli Inter constrictors.

Il match d’andata tra le due bande metropolitane organizzate era stato intenso, sofferto e combattuto, con oltre un terzo dei combattenti schierati all’inizio costretti all’abbandono prima del termine. Alla fine era stato dichiarato il pareggio, l’unico subito dal Genoa nel corso del girone d’andata, e adesso, dopo una lunga serie di proclami, entrambe le formazioni attendevano con ansia il giorno della resa dei conti.

Il campionato tradizionale era invece caratterizzato da un’avvincente lotta a tre tra Milan, Juventus e Sampdoria, appaiate in vetta e con un enorme vantaggio su tutte le altre, guidate dalla Roma, campione in carica.

Certo, lo scarso rendimento della squadra attirava sui ragazzi gl’inevitabili sfottò dei sampdoriani, ma grazie alle loro prodezze personali avevano una rivalsa. Le continue umiliazioni infertegli da quelle nullità che ogni domenica calcavano il “campo verde”, cioè il rettangolo di gioco in erba, e infangavano i colori del Genoa, gli moltiplicavano, infatti, energie e rabbia da scaricare sul ‘loro’ terreno di gioco, il cosiddetto “campo grigio”, le gradinate in cemento. Lo stesso intollerabile pensiero che gli odiati cugini genovesi del Doria potessero aggiudicarsi il terzo scudetto nel giro di appena cinque anni rappresentava il miglior sprone possibile per tenere almeno loro in alto i beneamati vessilli.

i Pirati, boys del Doria, invece arrancavano come al solito a metà classifica, intorno all’ottavo o nono posto o giù di. Non che non fossero in gamba; tutt’altro, anzi. Come avevano appena sperimentato sulla propria pelle, i lupi di mare avevano un gran cuore e finanche un certo fegato, questo dovevano onestamente riconoscerglielo. Certo, si trattava di qualità atte a permettergli di lottare sempre in modo sufficientemente dignitoso da non ritrovarsi mai in fondo alla classifica, ma non erano abbastanza cattivi per far di meglio.

Invece quanto a cattiveria, i Grifoni, ultras genoani, non avevano, modestamente, da imparar niente da nessuno. Sapevano infierire sull’avversario in difficoltà in maniera così crudele da rasentare addirittura l’arte con la A maiuscola, e domenica, pensavano, gliela avrebbero fatta vedere a quei mediocri teppisti, neonazisti e volgarmente razzisti, dei laziali.

Da quando erano tornati in serie A, otto anni prima, i ragazzi stavano mostrando a tutti il loro valore. Potevano già vantare due scudetti grigi all’attivo e contavano di continuare così a lungo, a patto, naturalmente, che quei buoni a nulla della squadra non si (e li) facessero per l’ennesima volta retrocedere. Ma stavolta avevano giurato a se stessi che se una tale ignominia si fosse verificata gliela avrebbero fatta pagare molto cara a quei coglioncelli troppo ben pagati.

Mentre i leader discutevano sull’organizzazione della giornata successiva, il maxi schermo appeso alla parete laterale era sintonizzato su Teleultracalcio.

Questa era l’unica emittente nazionale che si occupasse di calcio ventiquattrore su ventiquattro, concedendo uguale spazio ai campionati ‘verde’ e ‘grigio’, com’erano familiarmente definiti.

Il campionato verde era quello tradizionale, giocato sul campo dalle due squadre di undici giocatori, e ovviamente era così chiamato per via del colore dell’erba del terreno di gioco. Il campionato grigio, invece, ideato ufficialmente quindici anni prima dal governo per regolamentare e irreggimentare la vecchia piaga delle violenze negli stadi, era disputato da squadre formate da ottanta ultras ciascuna. La denominazione di grigio derivava dal colore prevalente sulle gradinate, generalmente di cemento.

I ragazzi stavano discutendo sulla tattica migliore da utilizzare in battaglia.

“La Lazio attacca sempre sulle linee centrali.” – disse Sergio, il capo, anzi, il papa, come veniva denominato. – “Applicando la tattica a tenaglia li metteremo in difficoltà.”

“Basta che le ali siano capaci di reggere la spinta.” Commentò uno del gruppo, alto e asciutto, volgendo significativamente lo sguardo verso il tizio mingherlino al suo fianco.

“Ehi, guarda che la sconfitta di domenica,” – si arrabbiò il piccoletto, punto sul vivo - “è imputabile a un errore tattico, è troppo comodo scaricarmi le responsabilità, porca miseria!”

“Tranquillo Costantino. Nessuno pensa davvero che sia colpa tua.” – Intervenne il vice capitano, con la sua caratteristica voce bassa e roca. - “Lo sappiamo che hai combattuto bene. Semmai la colpa è stata di Picchio Alberto, che non è stato capace di eliminare il vessillo e gli striscioni avversari, ci ha fatto perdere quattro più tre, sette punti e ci ha costretto a distogliere altre forze.”

L’Alberto chiamato in causa, in ascolto con altri quattro o cinque dietro ai leader, non la prese bene.

“Ehi Cosa,” – osò intervenire con voce tremante di collera - “ma che cazzo dici, se ci allontanavamo come volevi per levare gli striscioni vi travolgevano. Piuttosto se voialtri non vi foste fatti distrarre da quegli striscioni insultanti e non aveste lasciato i ragazzi soli sul passante…”

“Ehi, ehi, guarda che i punti assegnati per la coreografia potevano risultare decisivi.”

“Comunque sulla base dell’andamento dei precedenti quindici tornei di A e di B una sconfitta ormai era inevitabile.” – Intervenne Costantino, che aveva una vera e propria fissa per le statistiche e organizzava le tattiche di combattimento in base a logiche fondate su calcoli rigorosi. – “I dati statistici dicono che nessuno ha mai vinto il campionato senza subire almeno tre sconfitte e noi eravamo in trend positivo da troppe giornate.”

“Fanculo te e tuoi calcoli fottuti del…” 

 “Adesso basta, ragazzi, OK? Acqua passata. Ascoltiamo invece cosa dicono in tv.” Intervenne con autorevolezza il ‘Papa’ Sergio vedendo che la discussione stava diventando sterile.

Su telernet stava andando in onda un servizio sulle squadre liguri e tutti dedicarono la loro attenzione allo schermo, che mostrava immagini tratte dal recente derby della lanterna. Cominciarono a seguire proprio mentre il Doriano n° 19 centrava la traversa. La scena successiva mostrò un altro dei giocatori in tradizionale casacca blucerchiata portarsi in velocità sul fondo e crossare al centro, dove un compagno riceveva e calciava al volo. Poi, sulla respinta del portiere, un terzo giocatore, quello stesso n° 19 autore della precedente traversa, raccoglieva e infilava in diagonale nell’angolino in basso alla sinistra del portiere che, ormai spiazzato, non poteva assolutamente arrivarci.

Un fremito di rabbia scosse le pareti del locale. Dal vivo, impegnati in una concitata fase di lotta, si erano accorti del gol solo dall’urlo di gioia dei ‘tribunini’, il danaroso e molle pubblico pagante che veniva per assistere al doppio spettacolo. Ciononostante adesso i ragazzi riconobbero immediatamente la marcatura, perché in seguito l’avevano vista e rivista un sacco di volte. Si trattava del gol del raddoppio con cui al 13’ del secondo tempo il tosto centravanti doriano Carlini aveva ipotecato la vittoria, prima che il risultato venisse definitivamente fissato venti minuti dopo sul 3 a 0.

A questo punto le immagini tornarono nello studio, dove quattro persone stavano comodamente sedute su delle poltroncine rosse e una quinta era assisa in posizione centrale dietro a una scrivania.

Fu l’uomo al centro a prendere la parola.

“Bene, questo era il nostro servizio dal vecchio Marassi, ancora utilizzato dal Genoa per le sue partite interne. Il match in questi giorni è stato ben analizzato ma torniamoci un ultima volta. La vittoria della Sampdoria capolista rientrava nei pronostici, ma domenica non sembrava di assistere a un derby. Il Genoa è parso assai poco reattivo e se non fosse stato per la splendida prestazione del portiere poteva risultare un passivo ben più pesante. Come lo spieghi, Principato?

L’ospite interpellato, un giornalista dalla pancia prominente, in giacca e cravatta, prese la parola schiarendosi la gola.

Uhm rumf. Il divario tecnico tra Samp e Genoa oggi è enorme. La Sampdoria ha degli schemi e almeno un paio di grandi campioni in grado di risolvere in qualsiasi momento una partita. Come sai in tempi non sospetti avevo indicato la Sampdoria come probabile vincitrice del campionato e mi sento a tutt’oggi di confermare il pronostico: anche se forse Milan e Juve sono in assoluto più forti è la Sampdoria a praticare il miglior calcio e io sono convinto che continueranno a giocarsela tutte e tre fino all’ultima giornata.”

“Concordo.” – Intervenne uno degli altri ospiti, un anziano scrittore dai lunghi e ormai assai radi capelli bianchi e un paio di anacronistici occhiali, che non disdegnava di partecipare a programmi televisivi popolari nonostante il premio nobel conquistato a sorpresa alcuni anni prima. – “Personalmente penso che per quanto ha mostrato fino ad oggi, il Doria meriterebbe lo scudetto, ma le altre hanno una rosa più ricca e poi non bisogna dimenticare che Milan e Juventus sono abituate da sempre a lottare al vertice.”

Certo.” – disse il presentatore. – “Tornando alla partita di domenica, ha invece destato clamore l’inattesa e pesante sconfitta dei forti e lanciatissimi ultras del Genoa per 14 a 6. Cosa ne pensate di questo crollo? Il Genoa ha un pacchetto di spinta di potenza impressionante e veniva da uno score positivo di otto vittorie consecutive, di cui ben cinque da tre punti, e pareva ormai lanciato verso la vetta della classifica. Il crollo verticale della formazione ha colto un po’ tutti alla sprovvista.”

“Beh, sai benissimo anche tu che i derby fanno sempre storia a sé e se questo è valido per le partite verdi tanto più lo è per le grigie”. Rispose il giornalista panciuto.

Mentre i due parlavano andarono in onda altre immagini della domenica precedente, questa volta incentrate principalmente sugli scontri tra le tifoserie.

I ragazzi seguivano in mesto silenzio, sporadicamente interrotto da qualche mugolio misto di rabbia e di vergogna.

Riconobbero immediatamente le riprese trasmesse. Si trattava della rotta del 97’. Gl’incontri-scontri sugli spalti cominciavano ufficialmente un quarto d’ora prima del fischio d’inizio della partita verde. Essendo molto dispendiosi ogni 40 minuti venivano fissati due intervalli per rifiatare, durante gli ultimi venti minuti di ciascun tempo più recupero, periodo durante il quale le posizioni venivano rigorosamente mantenute, pena pesanti squalifiche. I combattimenti che riprendevano alla fine di ciascun tempo, terminavano rigorosamente 25 minuti dopo il triplice fischio finale, quando una sirena ordinava l’immediata sospensione delle ostilità. Dunque il match grigio durava un’ora e tre quarti.

Al 97’ gli ultras della Sampdoria, in un impeto di rabbia furibonda, avevano travolto l’ala destra Genoana lasciando sul campo ben dodici avversari. Questo era stato l’inizio del crollo.

I ragazzi ora rividero distintamente alcuni nemici, tra cui il vice capitano sampdoriano Olonese, un colosso con gli occhi spiritati, spingere indietro una mezza dozzina di ragazzi, travolgerli e calpestarli mentre procedevano accanitamente in avanti.

Subito dopo il piccolo karateca Costantino, detto Res bellica, che era stato al comando dell’ala destra, riconobbe sé stesso mentre, insieme a due compagni, si lanciava nella calca armato di randello gommato e aggrediva e abbatteva un gruppetto di energumeni avversari.

Gli occhi gli brillarono mentre rivedeva se stesso schizzare in avanti a piedi uniti e spianare un bestione che pareva forte come un toro, per poi rimettersi immediatamente in guardia e, intanto che quello cercava ancora faticosamente di rialzarsi in piedi, stenderlo a mano nuda con un preciso colpo di taglio alla base del collo. Quindi si era rivolto, rapido come un furetto, verso l’antagonista successivo e lo aveva accoppato con una secca randellata sulla tempia, mentre questi si trovava avvinghiato a uno degli altri due compagni.

Il tutto si verificava sotto lo sguardo compiaciuto d’una mezza dozzina di poliziotti in attrezzatura antisommossa. Questi ultimi si limitavano ad assicurarsi che i combattenti rispettassero le regole e non cercassero di scavalcare le transenne per andare a disturbare il pubblico pagante, evento peraltro rarissimo. Erano poi liberi di fare il tifo per l’una o l’altra parte e commentavano ad alta voce e con tono professionale le fasi salienti degli scontri.

Poco dopo era giunto il momento in cui il gruppetto di Costantino era stato travolto dal grosso della pressione sampdoriana. Le immagini mostrarono con chiarezza un Pirata colpire Costantino in fronte con un pugno, permettendo così, un istante dopo, a Morgan uno degli aiuto vice capitano blucerchiati, considerato il lottatore emergente come nuova grande stella del firmamento ultras italiano, di percuoterlo violentemente su di un fianco con la spranga imbottita, fortunatamente senza centrarlo in pieno, giacché nonostante l’imbottitura l’arma può arrecare seri danni, ma causandogli un dolore sufficiente a fargli sfuggire un gemito e a costringerlo a indietreggiare precipitosamente.

Le scene continuavano a scorrere sullo schermo ma l’abbacchiato Costantino distolse lo sguardo, mentre istintivamente si portava la mano sul fianco infortunato.
 

Si sentiva molto stupido a essersi fatto fregare. Gli altri avevano un bel ripetere di stare tranquillo, che aveva fatto tutto il possibile e non aveva responsabilità nella sconfitta, tanto un lieve senso di colpa si era insidiato saldamente nel suo animo e non ne voleva più uscire. Per fortuna sarebbe riuscito a recuperare in tempo per domenica, anche se forse sarebbe stato costretto a indossare un tutore limitante nei movimenti.

Naturalmente mentre scorrevano le immagini la voce fuoricampo dell’ospite continuava a farsi udire:

 

"Perdere un derby grigio è considerato da ogni ultras ignominioso, invece una vittoria basta a rivalutare un campionato. Spesso proprio le formazioni più deboli riescono a quadruplicare le energie quando si trovano a combattere contro gli odiati cugini ed è proprio quanto è successo domenica. E poi gli ultras del Doria potenzialmente sono all’altezza del Genoa. Io quest’anno ho seguito sovente i Pirati e posso assicurare che quanto a preparazione atletica, coraggio e capacità strategiche non sono secondi a nessuno. Quanto a mio parere gli manca è la necessaria furia agonistica e quel pizzico di cattiveria che può permettere di ribaltare un incontro. Cattiveria e furia agonistica che riescono sempre a trovare nei derby. Per me se i Pirati riuscissero a mantenere…” 

A questo punto l’urlo di rabbia dei Grifoni sommerse le parole del commentatore.


Poco dopo fu trasmessa l’intervista al presidente del club del Genoa, Russo. L’uomo era forbito come al solito:

“L’odierna sconfitta ha rappresentato un mera battuta d’arresto.” - Sentirono commentare dal loro presidente. – “dettata finanche dal gioco scorretto praticato dagli avversari, ma ci rifaremo immantinente…”

Stavolta fu l’entusiasmo dei boys rosso-blu a coprire per qualche momento la voce del presidente, quindi tornarono a udirla.

“…Tanto più che l’Inter non ha saputo andare al di là del duplice pareggio con il Lecce. Una buona ventura per noi, considerandola scarsa consuetudine del risultato di parità nel campionato grigio. Per giunta domenica loro fronteggeranno il derby della madonnina privi di alcune pedine fondamentali. Il prossimo turno per noi riveste un’importanza decisiva. Affronteremo lo scontro diretto con  la Lazio. Sarebbe indispensabile vincere per scavalcarla, agganciare l’Inter e riprendere l’inseguimento alla nuova  capolista Atalanta e io sono certo che il meritato trionfo non sfuggirà ai nostri magnifici ragazzi…”

Il video si restrinse e oscurò. Sergio aveva spento la trivu.

“O. K. abbiamo visto abbastanza, dobbiamo lavorare, adesso. Non abbiamo ancora terminato il piano strategico e dobbiamo anche studiare le vie di fuga dall’Olimpico.”

In sede, quella sera, erano presenti tutti i capi grifone.

Sergio Papa, vice presidente e comandante in capo dei guerrieri da ben nove anni, un’eternità nell’ambiente, era alto e atletico, biondo e con gli occhi di un azzurro così intenso da confondersi con il cielo. Sarebbe stato un gran bel ragazzo se il naso, rotto già due volte, non fosse rimasto un po’ storto, guastandone in parte l’aspetto, alle fanciulle però piaceva ugualmente. Come lottatore era così in gamba da essere l’unico a potersi permettere di non rasare i capelli a zero o quasi, come facevano tutti gli altri per non concedere appigli agli avversari, secondo il saggio insegnamento derivato dalle legioni dell’antica Roma. Era talmente abile nella pugna e carismatico da non avere, unico anche in questo, neppure bisogno del vecchio nome di battaglia, Gipeto, ormai concesso a un altro: per tutti, amici e nemici, era Sergio e basta. Anzi, ancora di più, il suo prestigio era tale che, come pochi sapevano, il titolo di Papa recentemente impostosi, specialmente tra i club dell’Italia nord occidentale, per definire il comandante in capo dei club da battaglia, non derivava in realtà dalla massima carica ecclesiastica, ma dal suo cognome. In suo onore d’altronde lo stesso termine Papa aveva sostituito quello vecchio di Gran Grifone nell’indicare il capo banda genoano.

Il suo luogotenente era Jack Allemani, detto La Cosa, con riferimento al roccioso personaggio dei Fantastici Quattro a cui, massiccio, possente, muscoloso e privo di collo com’era, assomigliava in maniera impressionante. E anche il suo carattere suscettibile, irascibile e scorbutico e la voce bassa e roca ben si accordavano al nomignolo. In onore del mitico Benjamin Grimm di Marveliana memoria, aveva preso il vezzo di indossare sempre in battaglia una calzamaglia color mattone a riquadri simil roccia e un costumino blu. Il carismatico e astuto guerriero, ancora assai giovane, era estremamente ambizioso e ben deciso a raggiungere la vetta in tempi brevi.

Il primo degli aiuto vice capitano era Pietro Corigliano, nome di battaglia Mani di pietra, ex pugile dilettante pesi medio massimi, vincitore di dodici incontri, di cui metà prima del limite, e con tre sconfitte al passivo. Col suo fisico solido e asciutto era stato considerato una promessa del pugilato fino a quando non aveva scoperto quanto fosse più divertente e soddisfacente menar le mani senza regole allo stadio.

L’altro aiuto vice capitano si chiamava Costantino Remaggi, detto alla latina Res Bellica, per la furia devastante con cui si lanciava in combattimento. I suoi cortissimi capelli erano fitti e neri, il volto magro e scavato, il fisico asciutto e scattante. Era mingherlino e piccolo di statura, meno di un metro e settanta, ma in grado di sopperire ai limiti fisici con l’intelligenza e il raziocinio. Inoltre in passato aveva praticato Karatè, diventando cintura nera, ed era esperto di Kung Fu, due specialità che lo mettevano in grado di stendere facilmente avversari di stazza anche doppia rispetto alla sua. I suoi limiti erano la mancanza di ambizione e un eccessiva introversione che gli avevano impedito di scalare ulteriormente i vertici del comando: aveva raggiunto la posizione attuale grazie all’età e all’esperienza, ma oltre non sarebbe più andato.

Il segretario era Francesco Franzini, vita stretta e spalle larghe, detto L’Incredibile Franz, l’unico della gang con un passato da calciatore di buon livello, in ruoli difensivi, nelle giovanili del Genoa. Il nome di battaglia, infatti, derivava dai tempi in cui ancora giocava, alternando match sopraffini a troppo frequenti espulsioni. Purtroppo otto anni prima, quando aveva diciassette anni ed era alla prima stagione da juniores, un grave infortunio ne aveva compromesso la carriera. Sergio, riconosciutene le potenzialità da guerriero, lo aveva convinto a entrare nel Grifone e in cambio Franz gli era fedelmente devoto e ne era il principale alleato e sostenitore. Adesso era diventato il massimo specialista del gruppo nell’uso della spranga imbottita, con la quale era praticamente imbattibile.

Era presente poi Eriberto Novaro, il capo del sistema logistico e organizzativo, detto Monaco, inteso come Avvoltoio Monaco. Era dotato di una parlantina inesauribile e di una mente pratica e ingegnosa, che gli permetteva di inventare sempre nuovi sistemi por fregare gli avversari. Di media statura e un tempo snello e veloce per quanto glielo permetteva la spessa struttura ossea, con gli anni si era appesantito fino a superare i cento chili ma conservava un’agilità insospettabile per uno della sua stazza. A menar le mani era ancora una forza della natura e sapeva usare assai bene il maglio elettrico.

C’era quindi Ivan il terribile, alias Ivano Tortello, un ispido, gigantesco e rozzo bestione dal vocione tonante e dall’appetito insaziabile, guerriero indomabile che rivestiva il doppio ruolo di vice segretario e di aiuto capo logistico. Siccome a parte gli obbligatori copricapo e stemma coi colori del club, vestiva sempre in calzamaglia nera, alleati e avversari lo conoscevano anche come Macchia nera.

L’elenco dei partecipanti alla riunione era concluso dal presidente del club del Grifone, Marco Russo, un tempo noto come Condor, ma non più partecipante al campionato. Il regolamento prevedeva, infatti, che chi veniva eletto alla presidenza dovesse rinunciare all’attività agonistica e, di conseguenza, anche al soprannome che mal si adattava ai compiti di rappresentanza. A essere eletto presidente era generalmente qualche anziano combattente, troppo vecchio ormai per proseguire la carriera ma gonfio di gloria. E, difatti, il quarantatreenne Russo era stato, tredici anni prima, il capo gang di nuova nomina con cui il Genoa, senza alcun favore del pronostico, aveva vinto il suo primo scudetto grigio di serie b, sbaragliando la ben più agguerrita concorrenza.

Oltre a costoro, come d’abitudine anche alcuni dei ‘soldati’ più in gamba e maggiormente distintisi sul campo erano stati invitati in sede e assistevano, mogi e silenziosi, alle discussioni dei loro leader. Il ricordo della recente sconfitta non faceva bene allo spirito di squadra. Perfino Sergio, solito tenere sempre il morale di tutti alle stelle, pareva demoralizzato: per la prima volta da quando guidava i grifoni aveva perso entrambi i derby in maniera rovinosa.

La Cosa intuì l’umore nero generale e capì di dover intervenire. Balzò in piedi e, con un salto degno del vecchio spot pubblicitario dell’olio cuore, montò sul tavolo vicino. Quindi compì un rimbalzo, ricadendo rumorosamente sui piedi e facendo tremare violentemente il tavolo, che per un istante sembrò sul punto di spezzarsi.

“Ma che fai, sei ubriaco?” Brontolò Sergio.

“Ehi!” – Gridò Jack, senza far caso al commento, non appena vide l’attenzione di tutti concentrata su di lui. – merda ragazzi, cosa sono questi musi lunghi? Abbiamo perso una partita, e che sarà mai. Ragazzi. RAGAZZI! Vinceremo il campionato, per dio, e a fine maggio guarderemo tutti dall’alto in basso. Vero?…” - Si guardò intorno. I compagni parevano più che altro smarriti. Insistette. – “E’ vero? Sembrate degli zombie, per la madonna, e solo perché abbiamo preso un po’ sottogamba quei bastardi. Ma noi siamo superiori a ogni altro avversario. E’ vero o no, accidenti?”

“Certo che è vero.” - Gli diede corda, in mezzo al brusio generale, Eriberto, il primo a riaversi. – Ha ragione lui, non si reagisce così a una sconfitta. Gliela faremo vedere noi a quei doriani di merda.”

E intanto che lo diceva si figurava di prendere il capo pirata in persona e rompergli tutte le ossa a calci. In quel momento il suo odio e la sua rabbia verso i nemici erano al parossismo.

La Cosa sentì che adesso li teneva tutti in pugno. Prima di perdere il momento favorevole doveva approfittarne per inventare qualcosa che li conquistasse definitivamente.

Distruggeremo ogni avversario, così!” Tuonò allora, facendo raggiungere alla sua voce roca un tono sorprendentemente elevato. Quindi l’atletico giovane si piegò sulle gambe e compì uno straordinario salto mortale verso l’alto e, sulla spinta, si scaraventò a piedi uniti, con una vera e propria tecnica da arti marziali giapponesi, contro l’armadio di fronte, sfondandone l’anta e scomparendovi all’interno.

Gli altri sette osservarono la scena a bocca aperta. Qualche attimo dopo il vice comandante uscì dal guardaroba, ammaccato e leggermente claudicante ma con aria trionfante.

“Ecco,” – esclamò. – “la Lazio domenica ci opporrà la stessa resistenza di questo mobile.”

Un grido di trionfo uscì dalle gole di tutti gli altri, capi o soldati che fossero. Il momento di crisi era superato.

Sergio poco dopo andò a stringergli la mano.

“Bravo Jack.” – Gli disse. – Teatralmente sopra le righe, ma ci voleva.”

“L’armadio lo ripariamo a tue spese però.” Aggiunse il presidente Russo a epitaffio della bravata.

Gli organizzatori si rimisero al lavoro alacremente, decisi a cancellare al più presto l’onta subita, e, in capo a un paio d’ore tutto fu pronto in vista del match successivo.

“Stasera dobbiamo mostrarci al popolo, andremo a far casino in giro.” Decise allora La Cosa.

“Ok!” risposero all’unisono l’Incredibile Franz e Mani di pietra.

“Vieni con noi Res?”

“Guardo un po’” Rispose quest’ultimo, serafico.

Era il suo modo di dire no. Non amava mettersi in mostra. Come gli altri era però orgoglioso di essere a capo del club Grifone da battaglia, l’unico formato non da semplici tifosi ma con il diritto di partecipare direttamente ai trionfi del Genoa. Unico anzi a offrire trionfi al Genoa, società in crisi nera da anni.

Nella sua preistoria la società ligure aveva vinto ben 9 scudetti, arrivando dunque a un passo dalla storica stelletta, ma i suoi ultras non si sentivano poi tanto convinti quando si vantavano di trofei risalenti a epoche precedenti addirittura alla nascita dei loro nonni, per quanto un palmares sia pur sempre un palmares. Certo era irritante dover continuare a campare sulle glorie passate, quando gli odiati i cugini il sunnominato palmares se lo stavano ancora costruendo attivamente.

Infine, erano già passate le 23, Sergio ordinò il rompete le righe e il gruppo poté tornarsene a casa, dopo aver trascorso in sede più di sette ore filate.

Il presidente abitava a due passi della sede, con moglie e tre figli. La famiglia lo aspettava e per giunta il mattino si doveva recare in ufficio, dunque rientrò direttamente. Anche Eriberto non si poteva permettere di fare tardi; per il suo lavoro di panettiere, che lo costringeva ad alzarsi ogni mattina prima delle quattro, quell’ora era già notte fonda. Per fortuna stava mettendo un po’ di soldi da parte, e chissà che presto non sarebbe riuscito a dimettersi. Quanto a Ivan Tortello, al di là dei suoi impegni abitava fuori Genoa e per tornare a casa gli sarebbe occorsa un’oretta.

La Cosa, Mani di Pietra e l’incredibile Franz invece il mattino dopo non avevano nulla da fare e così trascorsero qualche ora insieme in una birreria di via Luccoli, a far casino, metter qualcosa sotto i denti e ubriacarsi.

Il locale era caldo e affollato. I tre, appena entrati, si erano accomodati davanti al bancone ordinando qualche superalcolico e iniziando subito a tracannare e chiacchierare.

“Sei stato grande oggi, Cosa.” – Disse Mani di pietra. – “Ci hai ridato l’entusiasmo. Io già non vedo l’ora di tornare nell’arena. Che potenza c’hai, cazzo. Sei unico.”

“Sciocchezze,” – commentò con modestia l’interpellato. - “Ho solo cercato di trasmettervi un po’ della mia convinzione.”

“No, no. È vero, invece, sei forte.” – Confermò L’incredibile Franz. – “E domenica li demoliamo, quei bastardi di laziali.”

“Buono questo scotch. Un altro giro, ragazzi?”

“Sai Cosa, - aggiunse Mano di pietra, in vena di confidenze, dopo aver trangugiato il terzo whisky – “Io non ho mai saputo cosa volevo davvero dalla vita. Credo proprio che sono un buono a nulla, fondamentalmente. Sai, da bambino sognavo di andare all’università e di diventare medico. Invece non sono nemmeno riuscito a finire le superiori, non riesco a terminare nessuna delle attività che comincio. Quando ho smesso a diciannove anni avevo già accumulato tre bocciature ed ero odiato da tutti i professori.”

“Che ti frega, Pietro. Adesso ai medici il lavoro glielo procuri, sei nel campo ugualmente, no?” Rispose La Cosa, ridacchiando.

Mani di pietra aveva gli occhi lucidi e pareva confuso.

“No, non scherzare Jack. Hai ragione, non mi posso lamentare, sono stato fortunato, in fondo, e poi te l’ho detto, già non vedo l’ora di tornare a menar le mani. Volevo solo dire che… ecco, senti, io non ho mai ottenuto successi nella vita, da nessuna parte. Nemmeno come pugile ero un granché…”

“Ma se hai vinto dodici incontri.”

“Ma l’ultimo anno ho perso tre dei cinque disputati e il mio ultimo incontro l’ho vinto solo perché combattevo in casa, ma ne ho prese un sacco e dopo il verdetto sono uscito tra i fischi. Troppi sacrifici, vita troppo dura, non avevo sufficiente forza di volontà. Avevo il pugno pesante, lo sai anche tu, e volendo avrei potuto essere un numero uno, ma non avevo le palle per fare carriera. Non ci credevo più e ormai erano più le botte che prendevo che quelle che davo. Il mio destino sarebbe stato quello del pugile suonato, come in quel vecchio film a episodi, sai, quello con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. La mia è sempre stata una vita di merda. Ecco, volevo dirti che sono felice di avere trovato qui gente con le palle quadrate, come te, Franz e Sergio, ecco, che sapete farmi sentire vivo. È grazie a voi se mi sento bene e ho finalmente trovato la mia strada, grazie.”

“Ha ragione Jack, anch’io devo ringraziare te e il Papa.” – Interloquì l’incredibile Franz. – “Quando giocavo ero pieno di illusioni e quando mi sono rotto il ginocchio io, beh…”

Per nascondere il rossore Jack si mise a ridere, sgangheratamente, interrompendolo.

“Ehi, ma mi volete proprio mettere in imbarazzo stasera voi due?” – Commentò poi. – “Stasera siamo qui per far bisboccia. Forza, il prossimo giro lo offro io! Baristaa.”

Sergio Papa intanto, dopo essersi fermato ancora qualche minuto in sede per firmare alcune pratiche, se ne stava ritornando a casa, in compagnia di Res Bellica, che abitava dalle sue parti e lo aveva atteso. I due camminavano di buon passo, diretti verso il loro isolato, sito a poco più di un chilometro di distanza.

Costantino, la mente come al solito occupata a stilar classifiche e statistiche di ogni genere, lungo il percorso prese improvvisamente a ricordare a voce alta alcuni eventi risalenti addirittura a cent’anni prima. Sergio, ascoltandolo, indirizzò i propri pensieri sul significato dell’antica storia genoana e su quanto sentiva importante il senso di appartenenza che ciò gli dava. L’amico però sembrava pensarla diversamente.

“Ti rendi conto,” – stava, infatti, dicendo Res bellica alias Costantino Remaggi, - “che l’ultimo scudetto l’abbiamo vinto nel 1924? Mio nonno è nato nel settembre del ‘25 e quindi a quell’epoca non era stato neanche concepito.”

“Già,” – Concordò Sergio, - “e quest’anno è capace che retrocedano di nuovo, quei minchioni.”

“Se succede invadiamo il campo e li gonfiamo tutti quanti e pazienza se per una volta perdiamo a tavolino, cazzo.”

“No questo, no. Noi puntiamo allo scudetto, non te ne ricordi più? Siamo noi a tenere alto l’onore rosso-blu, adesso. Non è vero che non vinciamo niente dal ‘924, minchia. Noi abbiamo vinto lo scudetto di A sei e tre anni fa e quest’anno dobbiamo vincere di nuovo.”

“Ma certo, dicevo solo che se saremo già matematicamente campioni oppure tagliati fuori dalla lotta potremo farlo.”

“E poi in campo abbiamo vinto anche una coppa Italia.  ”

“Sai che forza, è stato nel ‘937!”

Sergio Papa e Costantino Remaggi, come d’altra parte tutti il loro compagni, vivevano praticamente per la vita di club. Non esisteva null’altro nella loro esistenza.

Erano stati entrambi disoccupati, in una città che viveva ormai soprattutto nel ricordo di antiche vestigia, in ciò malinconicamente simile alla squadra di calcio. Le prospettive, legate prevalentemente alle attività portuali e al turismo rivierasco, campi ormai sfruttati fino al limite estremo, erano assai poche. In seguito sia Sergio sia Res Bellica erano stato assunti con l’aiuto del club del Genoa in una delle ultime fabbriche rimaste, come operai. Non ne erano però soddisfatti e non appena l’attività di ultras combattenti aveva iniziato a procurargli fama e un po’ di soldi si erano entrambi dimessi. Ora, infatti, avevano diritto ai sussidi derivanti dai meriti sportivi, organizzativi e di lotta. Niente di straordinario, per carità, i loro guadagni non erano neppure lontanamente paragonabili a quelli dei calciatori, ma grazie alla loro posizione di comando un campionato d’alta classifica gli poteva pur sempre garantire un reddito annuale di circa venticinque trentamila euro. Oltretutto gli permetteva di svolgere lavori parttime che erano tutto un altro vivere.

Soprattutto, però, il vantaggio principale consisteva nel fatto che ora erano qualcuno, come altrove mai avrebbero potuto essere. Ricolmi di prestigio e popolarità, amati dalle folle quasi come gli stessi campioni di calcio ed erano pieni di donne. Queste ultime non avevano neanche bisogno di procurarsele, dato che erano loro stesse a venirli a cercare. Loro non avevano che da scegliere. E, a proposito di donne, Sergio richiamò l’attenzione dell’amico su due ventenni che li guardavano e, vistesi notate, salutavano con la mano, con espressione timida ed eccitata ad un tempo.

“Mm, sì non c’è male.” Rispose distrattamente Costantino, facendo spallucce. Lui non era mai stato soverchiamente interessato alle donne. Portano solo guai ed è irrazionale perderci tempo dietro, questo era in sostanza il suo pensiero. Tuttavia la sua posizione lo portava a disporne di parecchie.

Aggressività, forza fisica e fama di cattiveria affascinano le sbarbine, poche storie.  Evitava peraltro accuratamente di impelagarsi in storie durature e men che mai serie, un paio di sveltine e finiva lì. Ben altro era invece il punto di vista di Sergio.

“Non c’è male?” – Rispose, infatti, il Papa. -  “Sono delle gran gnocche, altro che. La biondina mi prende un casino…quasi, quasi… e poi Gianna ormai mi ha scassato, è l’ora di cambiarla.”

 Una delle ragazze, una brunetta coi capelli tagliati cortissimi, alla maschietta, piccola di statura ma assai graziosa, si fece coraggio e si avvicinò per chiedere l’autografo. Mentre l’amica, la biondina che aveva colpito il Papa, sembrava imbarazzata, lei attaccò a parlare rivelandosi assai più estroversa di quanto fosse parso di primo acchito.Sergio, deciso ad approfittarne, mentre firmava a entrambe l’autografo, guardando fisso la bionda disse loro:

“Ragazze, perché non venite a trovarci in sede una volta o l’altra? Magari alla riunione di lunedì prossimo, così festeggiamo insieme la prossima vittoria… Vi aspetto eh?.”

Dieci minuti dopo Sergio rientrava in casa. In sede la sortita del suo vice non lo aveva affatto tirato su di morale come era accaduto agli altri. Sergio Papa stava per compiere trentasei anni. Non era più molto giovane. Non che le energie gli stessero venendo meno, tutt’altro, ma capiva che prima o poi il momento di farsi da parte sarebbe giunto.

La performance di Jack gli aveva definitivamente aperto gli occhi. Il ragazzo aveva appena venticinque anni, era in gamba e aveva carisma da vendere. Sarebbe diventato un buon capo. Sergio sentiva farsi sempre più vicino il giorno in cui lo avrebbe detronizzato. Dopotutto lui stesso era appena ventiseienne quando era diventato leader dei Grifoni in sostituzione di un capo ultras di trentatre anni costretto all’abbandono per lesioni a soli otto mesi dall’elezione.

Per ora il capo era lui, però. Era prestigioso, solido e forte e poteva trascinare la squadra verso la conquista del terzo scudetto, Inter e Atalanta permettendo. Almeno per un paio d’anni contava di tenere lo scettro ben saldo tra le sue mani. Jack poteva ben aspettare qualche stagione.

Sergio era andato a vivere per conto suo già da diversi anni. Non gli era sembrato onorevole che il gran Grifone stesse ancora con mamma e papà. In questi anni, però, da solo per davvero lo era stato soltanto occasionalmente. La sequenza di ragazze installatesi a turno nel suo appartamento era quasi infinita. E ognuna l’aveva sollazzato per alcuni mesi per poi lasciare il posto a una nuova favorita. Privilegi del comando.

Adesso la sfinzia di turno era appunto questa tal Gianna, i cui giorni erano peraltro contati. La ragazza aveva resistito più a lungo delle altre prima di tutto perché era piuttosto bella, naturalmente, e poi perché era talmente innamorata persa da essersi trasformata in una schiava al suo servizio, e questo gli aveva fatto comodo.

La sciocca credeva che anche lui ne fosse stregato, ma la sua infatuazione era stata superficiale e breve. Da quando, tanti anni prima, una sua graziosa omonima lo aveva preso per il deretano, giocando crudelmente coi suoi sentimenti, si era incarognito e non si era mai più innamorato di nessuna. E anche quella stronza in seguito aveva pagato caro il suo comportamento perché lui, adesso, era Sergio Papa, anzi, Sergio ‘il’ Papa e poteva ottenere tutto quanto voleva.

Sergio andò a stravaccarsi languidamente sul divano del salotto, senza passare a salutare la ragazza, ma, come lui prevedeva, Gianna gli corse immediatamente incontro, lo baciò e abbracciò. Lui finse di accettarne di buon grado l’effusioni, anche se di lei non gliene importava più nulla. La lasciò sfogare per un paio di minuti, quindi imperiosamente disse:

“OK, Gianna, basta ora. Le pantofole.”

La ragazza non se lo fece ripetere. Si allontanò e un minuto dopo riapparve con le pantofole in mano e le posò a terra. Sfilò delicatamente le scarpe del suo ragazzo, gli massaggiò amorevolmente le estremità e infine gli infilò, con sguardo sognante, le babbucce nei piedi.

Intanto anche Costantino era rientrato a casa. Coetaneo di Sergio, era in piena forma e si sentiva in tutto e per tutto come un ventenne. Anni prima si era chiuso in una specie di bolla che lo isolava dal mondo permettendogli di fermarsi anche psicologicamente all’età allora raggiunta. Le brutture della vita erano state tenuta fuori dalla sua esistenza. L’unica realtà autentica per lui era il calcio, con l’impegno del campionato grigio sul quale riversava ogni dedizione. Al contrario del suo boss viveva ancora con i genitori, i quali lo servivano come un re permettendogli ogni comodità.

Poco prima aveva notato come la brunetta che gli aveva chiesto l’autografo, risultata essere figlia del sindaco di un paesino dell’entroterra, lo guardava con tanto d’occhi e gli mostrava aperto interesse. Di certo l’estroversa giovincella la settimana successiva si sarebbe presentata per davvero in sede. E il destinatario delle sue attenzioni ovviamente sarebbe stato lui, questo gli era risultato chiaro fin dall’inizio. Benché imbarazzato Costantino non poteva dirsi propriamente dispiaciuto delle sue attenzioni, ma a dire il vero non aveva nessuna voglia di nuove avventurette sentimentali. Stava benissimo da solo a farsi i “cazzi miei in santa pace”, come soleva ripetere, ma si rassegnò mentalmente a uscire per un paio di settimane con la fichetta di turno. Sapeva, infatti, che altrimenti i compagni avrebbero equivocato sul significato della sua ritrosia e questo ne avrebbe scosso il prestigio di macho che all’interno del gruppo era fondamentale.

Sospirando pensò a come in fondo ne valesse la pena, non era uno scotto così pesante da pagare per il prestigio conferitogli dalla sua posizione. Dopotutto la gnocchetta era effettivamente piuttosto carina e lui alla sua immagine di fronte ai ragazzi ci teneva. I compagni del club erano una seconda famiglia per lui, anche più importante della prima, e non avrebbe potuto rinunciarvi.

Res Bellica mise momentaneamente da parte la questione ed entrò nella cucina abitabile a prepararsi un caffè. Nel locale trovò la madre, addormentata sulla poltroncina posta dinanzi all’antiquata tv  rimasta accesa. Mentre lui armeggiava tra gli scaffali borbottando tra sé e sé la donna si svegliò.

“Ciao mamma, scusa, non volevo svegliarti.”

“Ah, sei arrivato, non stavo dormendo. Come è andata la giornata in sede?”

“Bene grazie. Cosa guardavi in tv?” Gli chiese Costantino mentre si avvicinava con l’intenzione di baciarla sulla guancia.

“Bah, c’era un bel film sentimentale ma adesso è finito, guardavo un po’ qua e là.” Rispose lei.

“Non faresti meglio ad andare a dormire?”

“Ma non ho mica sonno. Ho solo chiuso gli occhi un momento per riposare la vista. Se andassi a dormire ora alle cinque sarei già sveglia. Te lo preparo io il caffè?”

“Non ti preoccupare, mi arrangio da solo.”

Era un bravo ragazzo, Costantino, tranquillo, timido e gentile. Nessuno, vedendolo scatenarsi sugli spalti, dove diventava letteralmente un'altra persona, se lo sarebbe potuto immaginare. D’altra parte era proprio quella valvola di sfogo a permettergli di restare “il buon Costantino” altrimenti, costretto a reprimere la sua latente aggressività, le frustrazioni lo avrebbero sopraffatto da tempo. Come amava ripetere, veramente il calcio gli aveva salvato la vita. Era sempre più convinto, infatti, che se non fosse stato coinvolto nelle attività degli ultras sarebbe diventato un disadattato.

Dieci minuti dopo, terminato di sorseggiare il caffè, si trasferì in salotto. Su telernet a quell’ora trasmettevano la ventunesima puntata della storia del calcio italiano. Non che vi fosse granché di nuovo, per lui, ma era comunque sempre un piacere gustarsi le immagini di repertorio, riguardarsi i vecchi campioni del passato e accedere a tutte le informazioni sussidiarie disponibili in rete a completamento delle immagini. Ormai il ciclo era giunto a tempi relativamente recenti, il programma trattava, infatti, dei campionati di inizio secolo. Verso la fine della trasmissione andarono in onda le immagini di tutti gli incidenti verificatisi durante le partite dei campionati 2002-2003 e 2003-2004 da cui lui selezionò le più spettacolari, vagliandole da più punti di vista.

Costantino, profondo conoscitore della storia del calcio, non finiva mai di sorprendersi dei cambiamenti verificatisi rispetto a quando lui era un bambino. D’altra parte questa evoluzione del costume era stata una fortuna per lui. Osservando antiche scene di violenze commesse dai tifosi del Napoli, mentre la loro squadra dopo gli antichi fasti pareva avviarsi mestamente addirittura verso la serie C, pensò a quanto, per fortuna, fossero cambiati i tempi per i vecchi ultras club, allora odiati dalla società “per bene”. 

Nel corso del ventesimo secolo la violenza negli stadi era diventata via via sempre più incontrollabile, inevitabile frutto della naturale aggressività umana che, in un epoca fondamentalmente pacifica, aveva sempre meno modo di trovare sfogo.

Tanto più che in Europa le guerre erano ormai viste in maniera totalmente negativa e quelle che scoppiavano erano talmente ipertecnologizzate da impedire ai ragazzi più agitati di realizzarsi davvero in combattimento in singolar tenzone contro avversari autentici e riconoscibili, come accadeva in un più lontano passato. E forse era stata proprio l’inesorabile disumanizzazione della guerra prodotta dalla tecnologia a rafforzare la voce del pacifismo. Allora, venuta meno la comoda soluzione militare, era diventato inevitabile ricercare altre maniere per alleviare la rabbia e la violenza insite in ognuno e che negli animi più sensibili necessitava di emergere. Scontri e atti vandalici durante le riunioni politiche, trasformazione di scioperi e altri assembramenti pacifici in campi di battaglia e teppismo negli stadi, per lo più

Riguardo al calcio, non bisogna però considerare la violenza come frutto esclusivo dei tempi moderni. L’aggressività è parte integrante della nostra natura e il football ne ha conosciuto gli sfoghi più aggressivi fin dagli albori. In Italia i più antichi incidenti negli stadi risalgono addirittura ai primi anni del secolo ventesimo. Forse l’“onore” del più remoto incidente calcistico documentato nel Bel Paese se lo potrebbe aggiudicare un incontro disputato tra Juventus e Genoa nell’aprile del 1905, in cui a quanto pare un’invasione di campo costrinse alla sospensione della partita. Successivamente gli incidenti si ripeterono sempre più sovente e, ad esempio, nel 1911 durante un derby tra il Genoa (sempre sugli scudi, eh?) e l’Andrea Doria, antenato della Sampdoria, si scatenò una rissa generale sugli spalti. Un evento particolarmente grave si registrò in data 18 gennaio 1914, al termine della partita Spes Livorno – Pisa Sporting club. Dopo un’iniziale sassaiola, tra le due tifoserie si verificò addirittura uno scambio di pistolettate.

Naturalmente allora, non essendo il calcio diffuso come oggi, tali eventi erano una rarità, ma via via che il calcio diventava sport di massa, teppismo e scontri erano stati inevitabilmente destinati a intensificarsi. Centinaia o perfino migliaia di ragazzi sceglievano quel luogo d’incontro e aggregazione per scaricare le proprie frustrazioni e le stesse forze dell’ordine anziché rappresentare un disincentivo producevano sovente l’effetto contrario, spingendo gli ultras più agitati a sfidarli. 

La grande innovazione risaliva a una quindicina d’anni prima, nel corso del secondo decennio del nuovo millennio. Fu il presidente del consiglio dell’epoca, il discusso Pier Filippo Garlascone, a partorire l’idea geniale.

A quel tempo non si riusciva più ad arginare i teppisti e migliaia di poliziotti e carabinieri, quasi in assetto di guerra, presidiavano ogni impianto, non solo di serie A ma perfino delle serie minori. Atti di vandalismo si verificavano nelle zone limitrofe agli stadi già nelle ore precedenti alle partite e proseguivano dopo gli incontri. Molti appassionati non osavano più portare mogli e figli a vedere la squadra del cuore per paura di coinvolgerli in incidenti. I telegiornali e i programmi sportivi erano pieni di quelli che potevano essere definiti veri e propri bollettini di guerra. Ma allora, se tanti ragazzi paiono averne bisogno, perché, si domandò l’acuto Garlascone, non regolamentare le violenze negli stadi, in modo da convogliarle e far sì che nessun innocente vi resti coinvolto e che lo stato possa risparmiare sulle spese?

Detto, fatto, anche se occorsero più di due anni per approvare la legge, prima per la necessità di convincere l’opinione pubblica e poi a causa dell’ottuso ostruzionismo praticato dall’opposizione. Infine, dopo un periodo di sperimentazione (per la cronaca il primo storico scudetto, assegnato nel cosiddetto campionato sperimentale, lo conquistò la Lazio) si arrivò alla regolamentazione che vige ancora ai giorni nostri. Ogni anno vi sono due campionati, uno di serie A e uno di B. A inizio stagione ciascuna squadra di ultras può schierare rose variabili da un minimo di centocinquanta a un massimo di duecento uomini in serie A e anche solo 100 e con meno partecipanti agli incontri in B. Gli scontri si svolgono in zone appositamente attrezzate e a prova di danneggiamenti degli spalti e occupano circa il 40% dello spazio disponibile all’interno di questi ultimi più zone limitrofe. Ai singoli match partecipano due formazioni di ottanta guerrieri ciascuna più venti riserve.

Il capitano sceglie la squadra pugnante tra i combattenti a disposizione. Durante l’incontro le venti sostituzioni consentite sono ammesse esclusivamente negli intervalli. Si può combattere solo a mani nude o usando spranghe, randelli, magli elettrici e pochi altri oggetti contundenti, calibrati in modo da causare danni magari anche intensi ma comunque limitati. Assolutamente vietate le armi da fuoco, laser o da taglio.

La graduatoria provvisoria viene stabilità anche sulla base del riuscito conseguimento di determinate coreografie nell’allestimento degli striscioni e nei colori del pubblico in base sia all’effetto iniziale sia all’effetto a conclusione dell’incontro. La principale determinante nell’assegnazione del punteggio parziale è però rappresentata dal successo conseguito nei combattimenti veri e propri, a seconda del numero di nemici abbattuti o catturati e delle posizioni perdute o conquistate.

A fine match vengono assegnati 3 punti in caso di vittoria larga, cioè avendo totalizzato più del doppio del punteggio conseguito dagli avversari, due punti per le vittorie di stretta misura, uno per il pareggio e ovviamente zero in caso di sconfitta. Inoltre vengono comminate squalifiche e punti di penalizzazione in caso di irregolarità.

Durante la pausa natalizia è permessa la campagna acquisti di riparazione per rimpiazzare i guerrieri finiti KO per l’intera stagione. Per rimpinguare i ranghi si possono assumere, tramite provini, fino a un massimo di venti nuovi lottatori.

Insomma il sistema funzionò egregiamente. Con l’avvento del campionato degli ultras i più facinorosi si sfogarono negli stadi. In Italia non si verificarono praticamente più atti di vandalismo gratuito, le città divennero molto più vivibili e calò perfino il tasso di criminalità. Gli incontri venivano trasmessi in tv e chi desiderava godersi lo spettacolo dal vivo aveva a disposizione zone appositamente delimitate per il pubblico pacifico, assolutamente sicure e da cui si potevano seguire gli scontri e gli incontri senza rischi.

Dopo le iniziali perplessità il successo era stato enorme e poco alla volta il sistema aveva cominciato a diffondersi nel mondo. Dopo il successo del recente torneo europeo si stava perfino pensando di organizzare i primi campionati mondiali paralleli a quelli ufficiali. Gli italiani potevamo andare fieri della grande innovazione conseguita.

Riesaminando i tempi precedenti alla sistemazione attuale, Costantino sospirò. Gli anni di inizio millennio lui li ricordava molto bene anche se allora era bambino. Non abitava ancora nel capoluogo regionale bensì in provincia e divideva la sua vita tra la scuola, elementare e poi media, l’impegno agonistico nel settore giovanile di una società dilettantistica e il tifo per il Genoa, benché questi soffrisse pure in serie B, con una discesa per squalifica agli inferi della C e dalle sue parti avesse ben pochi sostenitori.

D’altronde perfino a livelli giovanili le tensioni ambientali erano tante, finendo per riverberarsi nel mondo dei ragazzi. I genitori assistevano alle partite e gridavano e si entusiasmavano e si arrabbiavano prendendosela con gli arbitri, passando alle volte i limiti della decenza.

Ripensò alla famiglia di colui che all’epoca era probabilmente il suo migliore amico, il numero sette della squadra. Il padre era un avvocato, grasso e panciuto, sui centotrenta chili di peso, la madre un’impiegata comunale magra e frenetica. Ricorda soprattutto bene il padre, così formale e serioso. Ricorda la casa, vasta e arredata con eleganza e sobrietà. L’avvocato era stimato dall’opinione pubblica come uomo dabbene e raffinato, anche se qualcuno, scottato, lo definiva uno squalo. Pretendeva che nella vita di tutti i giorni il figlio fosse irreprensibile, tanto che perfino la sua cameretta aveva mobili antichi e di valore e, anziché i soliti poster, le pareti erano ricoperte di quadri di vaglia e stampe antiche. Quando Costantino andava a giocare in casa dell’amichetto avevano quasi paura di alzare la voce, per il timore di disturbare la sacralità del luogo.

Eppure quello stesso uomo sui campi in cui giocava il figlio si trasformava e, come novello dottor Jekyll mutato in signor Hyde, diventava aggressivo, rabbioso, perfino violento, già da quando i bambini erano ancora pulcini. In un occasione lo aveva visto mettere le mani addosso a un genitore di una formazione avversaria, in un'altra buttar fuori dagli spogliatoi a panciate un giornalista o un cameraman, non rammenta bene, di qualche tv o testata locale, infine una terza volta attendere l’arbitro all’uscita dell’impianto. Lui, nella vita di tutti i giorni serio e irreprensibile leguleio, aveva causato l’intervento delle forze dell’ordine, costrette a scortar fuori il direttore di gara, e aveva cagionato una pesante multa alla società di appartenenza del figlio, di cui era anche dirigente. 

Completamente preso dai suoi pensieri, quando il programma terminò Costantino si rese conto di essersi praticamente  perso un buon quarto d’ora di trasmissione. Fortuna che registrava ogni puntava e avrebbe potuto riguardarsela con calma in un altro momento. Intanto era già suonata la mezzanotte e Costantino si affrettò ad andare a dormire. Prendeva molto sul serio l’attività e quando le date degli incontri si avvicinavano evitava di fare le ore piccole.

  

2

La domenica della sfida era finalmente giunta.

La sera precedente i ragazzi del Genoa Grifone fans club erano arrivati senza incidenti a Roma con un treno riservato. Esclusi infortunati e squalificati quel giorno erano disponibili centoquarantotto sui centottanta della rosa.

Appena partiti i capi permisero ai ragazzi di divertirsi e far casino a bordo. A un paio d’ore dall’arrivo Sergio e Jack cominciarono a preparare l’incontro, sobbarcandosi l’ingrato compito di suddividere la rosa tra gli ottanta titolari, i quaranta panchinari tra i quali sarebbero uscite le eventuali venti sostituzioni e chi, invece, sarebbe rimasto fuori, in tribuna, semplice spettatore. Un’ora prima dell’inizio avrebbero diramato la formazione ufficiale. Il derby aveva avuto esiti drammatici, con un giovanissimo guerriero spirato la notte successiva alla battaglia, ma per fortuna nessuno dei leader era indisponibile e a parte uno infortunatosi proprio la domenica precedente erano presenti anche tutti gli elementi fondamentali. Sergio teneva a presentare la formazione migliore in un match tanto delicato.

La mattina successiva avevano effettuato il tradizionale giretto turistico per la città ospitante, indossando le tradizionali tute rosso-blu da battaglia. Avevano dovuto subire gli sfottò dei tifosi laziali, ma l’ammirazione della maggioranza del pubblico era tangibile. Lungo i fori imperiali si era riunito un folto gruppo di ragazzine, sia tifose al seguito sia turiste, che urlavano eccitate al loro passaggio e gettavano perfino mazzi di fiori. I più inneggiati erano il papa Sergio, ovviamente, e poi l’Incredibile Franz e un paio tra i combattenti più in auge, considerati piuttosto carini dalle ragazze.

Sergio rispondeva amichevolmente alle acclamazioni. Forte del suo prestigio indossava come al solito una discreta imitazione del manto papale, veste da parata atta a renderlo appariscente ma che si sarebbe levato durante la pugna.

Il resto della squadra invece non reagiva. Tutti, infatti, erano tesi e concentrati per l’imminenza dell’importante evento e quella mattina, contrariamente al solito, facevano appena caso all’entusiasmo del pubblico. Intanto, con sommo dispiacere dei ragazzi, nell’anticipo di campionato la Sampdoria aveva conseguito un’imprevista nuova doppia trionfale vittoria, tre punti che avrebbero probabilmente permesso anche ai guerrieri grigi di risalire posizioni in classifica. Trascinati dai successi della squadra verde i cugini ultras, corretti, privi di cattiveria ma sorprendentemente tosti, miglioravano di anno in anno.

Nel primo pomeriggio la grigia masnada si recò al vecchio stadio olimpico in cui giocava la Lazio (La Roma si era invece fatta costruire un impianto nuovo). Nonostante le difficoltà incontrate dalle rispettive formazioni verdi, quel giorno c’era il tutto esaurito e il pubblico delle grandi occasioni. Tutto merito della partita grigia, fondamentale per entrambi i club per non perdere contatto dal vertice e che, dopo l’equilibrio dell’andata, si prospettava particolarmente calda.

I capi procedevano in testa al gruppo con aria marziale, marciando a passi lunghi e lenti e guardando dritto davanti a sé. Davanti a tutti naturalmente stava Sergio, imponente nella sua tiara e nel manto finto papale che gli svolazzava sui fianchi e sulle spalle e con in mano il vessillo del Grifone. Però coi suoi due metri di statura e i suoi centocinquanta chili di peso il più appariscente e impressionante era Ivan il terribile, travestito da zar di tutte le Russie. 

La Lazio era già presente, con il vessillo con l’aquila e il fascio ben piantato alla base. Conquistarlo avrebbe permesso l’assegnazione di quattro punti parziali extra. In testa riconobbero, in mezzo alle tute prevalentemente bianco celesti, i loro duce, tra i quali il papa, travestito da Hitler, baffetti compresi, e due vice mascherati da antichi personaggi romani, non però di età repubblicana, come prediligevano gli ultras della Roma, ma di epoca imperiale, secondo le abitudini dei laziali. Come Sergio sapeva si trattava di Caligola, lo schizofrenico che aveva eletto il proprio cavallo senatore e Commodo, il rodomonte che amava scendere nell’arena dove nessuno ovviamente osava sconfiggerlo, anche se a prima vista non si distinguevano da qualsiasi altro imperatore.

Alle 14,45 in punto l’incontro ebbe inizio. Durante le prime fasi le squadre seguirono le precise strategie precedentemente studiate. Benché ognuno si fosse assunto ben determinati compiti, come però spesso accadeva, alla lunga gli schemi si spezzarono e fu il disordine del sistema a prevalere. Il primo tempo andò male. Il gruppo, mentre era diviso in due tronconi, impegnato a premere sul grosso dei laziali in un lento tentativo di ricongiungimento e di schiacciamento a tenaglia, si era lasciato sorprendere da un violento attacco su una delle ali, vanificando la tattica accuratamente studiata e facendosi eliminare dal gioco una decina di rosso-blu.

Nel corso del primo tempo anche la partita verde si era messa male, con il Genoa sotto di un gol, causato da un madornale errore difensivo. La rete era stata segnata durante i minuti di recupero del primo tempo e quindi vista da tutti gli ultras. Per giunta mentre sul tabellone era già apparso il risultato di Lecce, segnalante il sorprendente vantaggio dei pugliesi sul Verona per 3 a 0, in contemporanea al gol laziale s’illuminò un altro parziale riferito a uno scontro salvezza.

“Merda! È in vantaggio anche il Cagliari.” – Esclamò Sergio, furioso. – “Va di male in peggio.”

“E la Sampdoria ha battuto la Juventus in entrambe le partite, 1 a 0 e 11 a 5.” Aggiunse Monaco.

Tutt’intorno i ragazzi ribollivano e Sergio comprese che bisognava approfittarne. Contattò Jack, dall’altra parte del campo di battaglia e prese un paio di nuovi accordi.

La rabbia genoana era talmente intensa che pochi istanti dopo, quando il match grigio riprese, i laziali non riuscirono più a guadagnare terreno e anzi, ben presto La Cosa, Res Bellica e Mani di pietra, facendo precipitosamente marcia indietro e trascinandosi dietro i propri uomini, riuscirono a stroncare l’attacco, attestandosi sotto gli spalti con circa metà degli effettivi. Si collegarono quindi col gruppo di Sergio, lesto a indirizzarli con veemenza. I genoani riuscirono a riequilibrare le sorti dell’incontro, dopo il difficile primo tempo, per pura forza di nervi. I minuti conclusivi furono occupati da una parte a consolidare le posizioni raggiunte e dall’altra a tentare una manovra di alleggerimento.

 

In effetti solo per Costantino la situazione si fece difficile. Si stava rimettendo in piedi dopo un duello vinto quando qualcuno lo prese alle spalle, bloccandogli tronco e arti superiori in una classica presa di wrestling e mozzandogli il respiro. Un paio di braccia tozze e assai muscolose lo stringevano. Cominciò ad agitare freneticamente le gambe e l’avambraccio sinistro, nel disperato tentativo di liberarsi, ma non era molto robusto e non riusciva a ad allentare la presa. Si sentiva soffocare sempre di più e il fianco infortunato ricominciava a dolergli. Si guardò intorno sperando in un aiuto, ma non vide nessuno in grado d’intervenire. “Resisti Res, resisti, forza che ce la fai”, intimava a sé stesso, ma non riusciva più a pensare lucidamente e stava lentamente perdendo i sensi.

Paradossalmente fu la Lazio stessa a salvarlo. In quel momento, infatti, un boato della folla distrasse l’energumeno, che allentò leggermente la presa. In campo era il ventiduesimo del secondo tempo e la Lazio aveva appena raddoppiato. Res sgusciò da sotto le braccia del capitolino e si allontanò, raggiungendo la protezione del proprio schieramento.

Il secondo tempo grigio si concluse poco dopo con le squadre in fase di stallo. I Grifoni seguirono gli ultimi minuti di gioco verde con crescente delusione. Solo Jack La Cosa non sembrava dar peso alla sconfitta e al momento del nuovo via sicuramente sarebbe stato il primo a gettarsi nella mischia. Costantino, osservandolo, non poté fare a meno d’invidiare la tranquilla sicurezza che animava il suo diretto superiore. Infine il triplice fischio conclusivo indicò l’inizio degli ultimi 25 minuti del loro match. Il Genoa aveva perso lo scontro diretto in concomitanza con le vittorie di Lecce e Cagliari, venendo risucchiato in piena zona retrocessione. La reazione nervosa alla sconfitta dei calciatori fu tale da moltiplicare le forze dei ragazzi. Tutti sentivano di dovere assolutamente vincere perché, come gridò a tutti Jack La Cosa Allemani al momento di ripartire all’attacco:

“Forza, mettetecela tutta, se quei bastardi finiscono in serie B questo potrebbe essere l’ultimo scudetto di A che possiamo vincere per chissà quanto. Giuro che se vedo qualcuno retrocedere anche di un solo passo a fine incontro lo faccio a pezzi con le mie stesse mani. Avete capito? Con le mie stesse mani. Avanti adesso, andate avanti.”

Non se lo fecero ripetere. La massa di tute bianco-celesti si ergeva dinanzi a loro e tutti quanti si precipitarono con furia incontro a questa macchia di colore. Costantino Res Bellica Remaggi osservò La Cosa lanciarsi alla carica, incurante di verificare se i compagni lo stessero davvero seguendo, e poi scomparire in mezzo a un nugolo di avversari, portando il caos in mezzo a loro. Si affrettò allora a lanciarsi dietro a lui, ben deciso a non lasciargli eccessivi meriti in caso di vittoria ma anche di non abbandonarlo in mezzo al pericolo.

Jack sa come farsi seguire, mi piacerebbe avere il suo carisma, pensava mentre si avvicinava ai nemici. Per parte loro, i Laziali parevano attenderli immobili a piè fermo, pronti a punire la loro inaudita sfrontatezza. Per fortuna il fianco tiene, pensò toccandoselo inconsciamente e sentendo un po’ di dolore. Poi non pensò più a nulla e si gettò nella mischia.

Intanto anche Pietro Corigliano Mani di Pietra, benché lievemente ferito in uno scontro precedente, si era immediatamente portavo all’interno dell’orizzonte degli eventi, combattendo con energia. Per lui era importante tenere a bada le proprie numerose insoddisfazioni e delusioni attraversi i successi di lotta. Inoltre mai avrebbe sopportato un’accusa di vigliaccheria. Per tutto ciò, nonostante i morsi della paura gli attanagliassero ogni domenica lo stomaco, era sempre tra i primi a lanciarsi.

Res, giunto a contatto con i Laziali contemporaneamente a Mani di Pietra, intravide poco più avanti la macchia arancione che era Jack tentare di sfondare con altri tre o quattro compagni e cercò di farsi strada verso di loro. Una rapida occhiata intorno a sé gli permise di sapere su chi avrebbe potuto far conto durante la pugna. Alla sua destra c’erano Rinoceronte, travestito come il grigio pachiderma supercriminale della Marvel Comics, Picchio Alberto e Giada, una delle tre uniche donne titolari oggi, in gamba più della maggioranza degli uomini, mentre Mani di Pietra menava le mani poco più in là insieme a Nibbio. A sinistra riconobbe i tre fratelli detti Cretesi, perché come nomi di battaglia usavano quelli di Talos, il gigante di bronzo, che indossava un’armatura leggera del detto materiale, Minosse, adeguatamente incoronato, e Minotauro, con la testa ricoperta da una maschera di toro tra le cui corna campeggiava la berretta del Genoa. La posizione tenuta dai tre era fondamentali per le sorti dello scontro. “Speriamo di non trovare un Teseo", ironizzò cupo Res subito prima di esibirsi in una perfetta tecnica di Kung fu e atterrare sullo stomaco di un laziale. Contemporaneamente Rinoceronte, sul cui cranio stava ben incastrato un adatto copricapo duro e bicornuto, cercando di dar manforte ai cretesi caricava a testa bassa un romano rotolandosi un attimo dopo a terra, avvinghiato a quest’ultimo.

Poco più avanti anche La Cosa era invischiato in una serie di corpo a corpo. Con quel suo fisico massiccio, roccioso e basso di baricentro era difficile da abbattere. Dopo aver provvisoriamente steso un ben protetto avversario con una secca e precisa sprangata e aver vittoriosamente duellato, sempre a colpi di spranga, con un secondo, venne sbilanciato e disarmato da un assalto improvviso portato da due nemici col casco da motociclista. Ma lui non era tipo da perdersi d’animo per una battuta d’arresto. Si lanciò, testa bassa e pugni chiusi, in avanti, affiancato dal compagno Sparviero, che agitava vorticosamente sopra la sua testa un nodoso randello gommato. Jack, grazie alla protezione fornita da un caschetto da ciclista, resistette a un colpo di sbieco sulla zucca e quindi travolse col suo peso il laziale che lo aveva colpito, un mastodontico colosso più obeso che muscoloso, assestandogli un terribile colpo Zinedine Zidane, tecnica così chiamata da un famoso calciatore francese che nel passato aveva colpito un avversario con un’analoga testata. L’energumeno buttò fuori il respiro mentre gli occhi quasi gli uscivano dalle orbite. Jack La Cosa ormai lo aveva in pugno.

I Cretesi intanto rintuzzarono un affondo laziale, affiancati da un Rinoceronte impegnato allo spasimo. Costui dopo avere accoppato l’avversario precedente si era trovato di fronte uno degli aiuto vice comandanti romani. Si trattava del tipo, con un enorme cicatrice sulla faccia, che usava Caligola come nome di battaglia. Rhino stava per venire sopraffatto, quando Res bellica giunse a dargli manforte.

Res non aveva la minima idea di come stesse procedendo lo scontro. I due gruppi si erano mescolati in perfetto equilibrio e, almeno dal suo punto di vista, era impossibile comprendere gli sviluppi. Lentamente però, i Laziali stavano riguadagnando terreno e Res, intuendo che continuando così quelli avrebbero finito per vincere, raddoppiò gli sforzi. Lottare, lottare e lottare e non pensare a null’altro. Per primo incontrò sulla sua strada Traiano, uno dei laziali più prestigiosi, col quale ingaggiò un lungo duello. Quindi con un volo plastico balzò su Caligola agganciandolo a tenaglia sul collo in presa con entrambe gambe e togliendo dai guai Rinoceronte. Nonostante non fosse fisicamente molto forte riuscì a immobilizzare l’avversario abbastanza a lungo da togliergli il respiro e fargli perdere i sensi escludendolo dal gioco, quindi si rivolse verso un nuovo contendente. Sfuggito al tentativo di presa del buzzurro di turno, mentre questi si sbilanciava nel tentativo di riacchiapparlo, lo centrò con un calcio al plesso solare che lo bloccò sul posto. Non poté però approfittare del breve vantaggio poiché un altro tipo lo aggredì facendolo volare a terra. Con un’agile capriola all’indietro Res si rialzò mettendosi nuovamente in guardia. I nuovi venuti erano due, ma non dovette più preoccuparsene perché Mani di Pietra e Giada irruppero in quell’istante sulla scena assalendoli.

Mani di Pietra ansava e si toccava lo stomaco, con evidente sofferenza, eppure gli fece l’occhiolino sorridendo allegramente e un istante dopo si lanciò come una molla verso il suo bersaglio, colpendolo sulla guancia con un micidiale diretto. Giada girò intorno al secondo e poi, approfittando di un suo attimo di esitazione, volò in presa sulle sue gambe, facendolo crollare pesantemente sul terreno di schiena. Insaccatosi, l’energumeno non poté più reagire e Giada lo mise agevolmente fuori gioco.

Res rivolse dunque nuovamente la sua attenzione al nemico precedente, che nel frattempo si era rifatto sotto. Approfittando della sua maggior velocità e prontezza di riflessi schivò vari assalti e lo colpì più volte, fiaccandone la resistenza, infine lo abbatté in maniera definitiva con un risolutivo colpo di karatè di cui era specialista. Con la coda dell’occhio intravide quindi il solito Traiano schizzare in avanti alla sua destra e gli rivolse un’altra tecnica di karatè stendendolo e lasciandolo stavolta incapace di rialzarsi. Nello stesso istante Jack e Sparviero lo raggiunsero. Res li guardò con aria trionfante.

“Bel colpo” - esclamò Jack. - “Quello doveva pesare trenta chili più di te, sei sempre il migliore.”

Non fece in tempo a godersi il complimento perché l’acuta voce femminile di Giada attrasse l’attenzione di entrambi

“Merda!” Esclamò Jack.

Videro Giada immobilizzata da un tipo travestito da Superman e Mani di Pietra sanguinante e lungo disteso per terra. Sopra di lui Commodo, giovane promessa laziale, infieriva spalleggiato da alcuni compagni. Una violenta sprangata centrò il giovane, che già perdeva sangue dalla testa, alla mascella, e la sua faccia si spostò di lato sotto la violenza del colpo in uno schizzo di sangue e sudore. L’istante successivo fu il suo petto a essere investito dall’urto dell’arma impropria, maneggiata con cinismo da Commodo.

“Credevo fosse stato eliminato nel secondo tempo.” Brontolò Res.

“Beh, stavolta lo stendiamo sul serio, ormai stiamo prendendo il sopravvento.” Esclamò Jack.

Lui, Sparviero, Res e Talos, il più forte dei cretesi, accorsero. Dietro a loro sopraggiunse Rinoceronte, sofferente e con passo malfermo, che sparì quasi subito nella calca. Res e Talos affiancarono Giada e la liberarono dell’avversario, mentre Jack e Sparviero rivolsero la loro attenzione su Commodo e un paio di suoi compagni. Sparviero si stava dimostrando molto in gamba e appariva destinato a una rapida carriera.

Subito dopo anche gli altri tre irruppero sul gruppo di Commodo. Nel giro dei cinque minuti successivi quella divenne la zona fulcro dove si concentravano gli scontri. Una decina di genoani al comando di Ivan il terribile e una dozzina di laziali, guidati da Goebbels, accorsero da varie parti per dar man forte agli uni e agli altri e la lotta divenne furibonda. Res, Talos e Giada decisero di unire le forze. Poco dopo isolarono un paio di celesti, chiamati Allocco e Civetta, attaccandoli con violenza. I laziali usavano spesso nomi di rapaci notturni. Il Civetta fu liquidato in capo a pochi secondi.

“E ora resti tu, uccellaccio.” Rise l’enorme Talos, mentre gli immobilizzava un braccio.

Giada, autentica Walkiria, dal fisico solidissimo, gli bloccò l’altro e poi fu facile per Res assalirlo senza che questi potesse reagire.

Un colpo, due, tre. Allocco urlava e rimbalzava avanti e indietro sotto gli urti, tenuto sempre saldamente dagli altri due.

“Forza, dai colpisci, così, che figata.” Incitava Giada.

“Maledetti bastardi.” Gridava invece quello tra un colpo e l’altro, finché uno, centrandolo in bocca, gli fece passar la voglia di parlare.

“Ok, ci siamo divertiti abbastanza.” – Commentò infine Res assestando il colpo risolutivo che gli fece perdere conoscenza. – “Questo per un mese non gioca più, pensiamo agli altri, ora.”

“Andiamo, allora.” Esclamò Giada, chiaramente sovra eccitata.

Res le diede un’occhiata. La ragazza, alta e soda, possente e formosa, i capelli tagliati cortissimi, quasi quanto quelli dei maschi, era una bella ragazza, che sprizzava vitalità da tutti i pori e Res non era certo così insensibile da non apprezzarla esteticamente. Una compagna d’arme coi fiocchi, in ogni senso, non poté fare a meno di pensare.

“Un istante solo. L’altro uccellaccio qui si sta riprendendo.” Notò poi.

“Ci penso io.” – Intervenne Talos, cominciando a prendere il nuovo bersaglio a calci senza dargli la possibilità di mettersi in condizione di reagire. – “Voi andate avanti, io vi raggiungo subito.”

“Ok, vedi di non esagerare, però.”

“Tranquilli, mi diverto un poco e arrivo.”

Ora Res si sentiva meravigliosamente scarico e rilassato. La vita era una tale merda, ripetitiva e così piena d’insoddisfazioni, ma grazie a questi momenti meritava davvero di essere vissuta. Senza questi sfoghi sarebbe già impazzito da un pezzo. Nessuno di loro era un mostro, Res lo sapeva bene. Infierivano, certo, ma solo su chi aveva la loro stessa filosofia di vita. Innocenti di mezzo non ce ne andavano, chi voleva starne fuori poteva farlo tranquillamente e ogni combattente correva i medesimi rischi, che c’era di male, dunque? Un tempo sarebbe stato ritenuto un anormale a pensarla così ma oggi per fortuna questa meravigliosa valvola di sfogo era approvata da tutti. Da tutti, sì, anche da quei benpensanti di merda, quei giornalisti antiquati, quei sociologi del cavolo che, lui lo sapeva bene, criticavano, criticavano, certo, ma sotto sotto erano soltanto dei frustrati invidiosi, troppo deboli o vili o vecchi per scaricarsi in maniera sana come loro.

Incamminandosi insieme a Giada notò intorno a sé un sacco di guerrieri privi di conoscenza, con i colori dell’una e dell’altra squadra.

“Ci sono un casino di ko, oggi, vero?” Commentò Giada, notando la direzione del suo sguardo.

“Con la Lazio è dura ogni volta, devono aver steso un sacco di bravi ragazzi.”

“Ma almeno stavolta abbiamo la vittoria in pugno ed è questo che conta, no?”

“Già. Ehi, ma quello non è Picchio Alberto?”

Si avvicinò a un corpo steso a faccia in giù e lo rigirò con delicatezza.

“E’ messo maluccio, mi sembra.” Commentò Giada, preoccupata.

“Maluccio, già.” Ripeté Res con mestizia.

In quel momento sopraggiunse Talos, che adesso era insieme a Minotauro e a Ivan il terribile, mentre una mezza dozzina di laziali si avvicinavano a loro volta.

“Non state lì impalati.” – Esclamò Ivan. – “Non c’è tempo per i soccorsi, ma il tempo lo abbiamo, per vendicarlo e impedire ai Laziali di recuperare metri fino all’arrivo degli altri, andiamo, forza!”

Senza farselo ripetere tutti e cinque si gettarono nuovamente nella mischia. Rinoceronte però non si vedeva più da nessuna parte.

Per alcuni minuti i genoani mantennero saldamente le posizioni finché, dal lato della vecchia pista d’atletica sotto al loro settore, sopraggiunsero i restanti genoani guidati da Sergio.

Questi marciava in testa al gruppo sicuro di sé e sprizzante carisma da ogni poro. Res lo vide distintamente infierire col pugno di ferro gommato su un avversario, sorridere crudelmente mentre lo vedeva urlare di dolore e poi gettarlo di lato privo di sensi e riprendere la marcia.

Con l’arrivo dei rinforzi la Lazio crollò definitivamente e loro poterono avanzare velocemente attraverso la metà campo avversaria. Quando la sirena interruppe i combattimenti la vittoria aveva senza alcun dubbio arriso ai colori del Genoa. Dieci minuti dopo la giuria, presieduta dal questore, assegnò i punteggi finali e loro scoprirono di aver vinto per 20 a 14.

Il giorno dopo in sede fecero il conto dei danni, che stavolta erano stati così ingenti da rasentare la vittoria di Pirro. Mani di Pietra aveva una commozione cerebrale, si era rotto la mascella, sei costole e altre ossa varie e con buona probabilità avrebbe dovuto subire alcune operazioni, per cui la sua stagione era finita e avrebbero dunque dovuto procedere all’elezione di un nuovo ufficiale provvisorio che lo sostituisse fino a fine campionato. Ma gl’infortunati erano parecchi. Ben altri trentadue ragazzi, tra cui il leader Monaco, erano finiti KO e sarebbero stati assenti per alcuni turni. Il più grave era Poiana, conciato, se possibile, perfino peggio di Pietro. Anche Picchio Alberto e il cretese Minosse erano assai malconci. Il dramma però riguardava il povero Rinoceronte, che dopo essere stato ritrovato mezzo schiacciato sul cemento, era spirato in ospedale alcune ore dopo la fine della partita a causa della gravità delle ferite riportate.

Sergio e Jack erano sconvolti e spaventati. Ogni tanto era accadeva che qualcuno ci lasciasse le penne, faceva parte dei rischi del mestiere, ma quel giorno c’erano stati ben due caduti sul campo, uno per parte, a cui i Grifoni dovevano aggiungere un ragazzino neo acquisto, percosso nel derby della domenica precedente e caduto in coma irreversibile, a cui i medici proprio quel giorno avevano scollegato i macchinari che lo tenevano in vita. Tre morti in un colpo solo, tanti quanti in tutta Italia nel corso dell’intero campionato, erano davvero troppi!

Inoltre Mani di Pietra il giorno successivo alla partita era peggiorato all’improvviso. La perdita di Rinoceronte era già stata un duro colpo e Pietro era un buon amico. Nessuno lo disse ad alta voce ma tutti temerono per qualche momento di doversi ritrovare un giorno anche per il suo, di funerale.

La sera dopo i sei capi rimasti si riunirono per organizzare gli onori dovuti al caduto. Sergio, Jack, Ivan e Franz avrebbero trasportato di persona il feretro fino al luogo dove avrebbe avuto degna sepoltura, nella cappella del Grifone.

Per intanto erano tutti consci che le polemiche attizzate dai soliti fottuti perbenisti ipocriti sarebbero state roventi e avrebbero messo i ragazzi dei club al centro delle accuse. Ma non è forse peggio se qualche stronzo si scarica correndo come un pazzo in auto mettendo a repentaglio la vita di tanti innocenti? Gli ultras invece innocenti non ne coinvolgono. Poi, certo, Rinoceronte era morto e Mani di Pietra era grave, ma la vita se l’erano sono goduta! E fu proprio quest’ultimo il concetto che Sergio volle esprimere quando fu il suo turno di prendere la parola al funerale del povero Luciano Podestà, detto Rinoceronte, durante la messa celebrata nella cattedrale di Genova dall’arcivescovo in persona, davanti a migliaia di persone che riempivano all’inverosimile la chiesa e il sagrato:

“Onori al compagno caduto. Se vinceremo il campionato e per Dio lo vinceremo, sarà stato anche merito suo. Voglio che oggi sia giorno di letizia, non di dolore, perché Luciano Rinoceronte Podestà aveva trovato la sua strada, in questa nostra società di merda: era qualcuno nel club dei Grifoni! Noi sappiamo che è morto col sorriso sulle labbra, perché era uno di noi, sentiva di essersi realizzato insieme a noi e domenica ha combattuto con onore ed è caduto da eroe, come aveva sempre sognato. Perché ricordate sempre, voi compagni e tutti voialtri che siete qui intervenuti, che noi, Noi, non siamo gente qualunque, noi siamo i gloriosi ultras combattenti dei Grifoni. Non dimenticatevene, mai. Signori e signore, giù il cappello dinanzi a tutti noi, ultras combattenti.”

 

                                                                       Massimo Bianco  (13/09/06)

 

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