SETTIMANALE anno XVII
n° 742 del 7 marzo 2021
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CINEMA: 8 1/2 Stampa E-mail
Scritto da Biagio Giordano   
RUBRICA SETTIMANALE DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
8 1/2
Prossimamente in TV
 

 Titolo Originale: 8 1/2

Regia: Federico Fellini

 Interpreti: Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Anouk Aimée, Rossella Falk, Mario Pisu, Barbara Steele, Guido Alberti

Durata: h 2.20

Nazionalità: Italia, Francia 1963

Genere: drammatico

Al cinema nel Settembre 1963

Commento critico di Biagio Giordano

Prossimamente in TV

Cos’è che a cinquant’anni circa dalla sua uscita  può portarci a scrivere ancora sul film 8 ½, il capolavoro di Federico Fellini che continua ad essere trasmesso in TV quasi con una regolare periodicità?


Forse, per chi ha vissuto gli anni ’60, ciò è dovuto per lo più ad un senso di appartenenza, precisamente al vissuto di un quadro epocale caratterizzato da un particolare, pregnante, corso storico: qualcosa di straordinariamente sconvolgente che ha marcato il sociale in maniera indelebile e che il cinema italiano è riuscito a rappresentare in modo non solo prosaico, ma anche artistico, poetico, cogliendone tutti i più significativi risvolti umani e morali, tanto da finire per  imporsi all’attenzione del mondo  cinematografico e culturale internazionale per la ricchezza e sensibilità tematica e letteraria delle opere, quasi tutte costruite con un pensiero già materializzato nelle cose, senza ombra di accademia.

Opere che hanno ottenuto ampi riconoscimenti, fertili a loro volta di scambi culturali di innovativa portata progettuale.

Come quasi tutte le opere d’arte cinematografiche di grande risonanza umanistica, questo film non  può perciò essere isolato dal contesto storico  che   in qualche modo  ha suggerito con forza all’artista più sensibile la genesi dell’opera stessa. La forza di rievocazione emotiva dei contrasti sociali e istituzionali di quell’epoca è tale,   soprattutto per chi ha vissuto quegli anni, che  ignorare la portata culturale delle sue solide radici o rimuoverne i ricordi più specifici significherebbe probabilmente nevrotizzarsi, rimanere cioè afflitti per lungo tempo da un dolore subdolo, diffuso e sordo, che potrebbe minacciare tuttora giornalmente, con  sintomi espressi con oscuri umori di provenienza inconscia, la nostra capacità meditativa, in particolare  la nostra logica di comprensione più profonda  del cinema italiano di quegli anni.


Gli inizi degli anni ’60 hanno visto in Italia cambiamenti sociali profondi, spesso drammatici, di portata  avvilente per le masse in particolare per quelle numerose persone congiunte a una lunga tradizione e all’amore per il  territorio medesimo. E’ avvenuto cioè qualcosa che forse non ha eguali nella storia del  nostro secolo ’900: uno sconvolgimento socio-territoriale legato al miracolo economico italiano.

 Si è verificato un boom espansionistico industriale e finanziario fuori misura, erroneamente valutato solo con la crescita annuale del Pil, che raggiungeva agli inizi degli anni ’60 valori percentuali in positivo mai visti in precedenza che andavano dal 5% al 8% circa; e ciò faceva  sognare, sotto la spinta impositiva dei media, un benessere prevalentemente consumistico, simbolico, individualistico, che portava a ignorare gli altri effetti del boom, relazionali e sulla propria psiche, del tutto negativi.

Un benessere subdolo perché paurosamente separato dal territorio e dal sociale, che subivano contemporaneamente al boom economico un progressivo degrado morale,  civico, ecologico, estetico, nonché un abbandono e un decadimento istituzionale mai visti in precedenza.

Si assisteva allo spopolamento traumatico delle campagne verso le città e a un’altrettanta sconvolgente immigrazione dal sud al nord che avrebbe creato via via  gravi squilibri demografici in tutta la nazione e tensioni sociali di estrema gravità.

Numerose e  diverse forme di cultura contadina e piccola manifatturiera andavano verso la  distruzione, e i loro protagonisti secolari, con le rispettive famiglie, venivano a trovarsi ad un certo punto violentemente a contatto con l’industria pesante in territori stranianti le cui istituzioni presenti erano del tutto inadeguate  a soddisfare  i più elementari bisogni  richiesti da una vita civile e decorosa cui l’emigrato aspirava.


 Tutto ciò in nome di una industrializzazione nazionale forzata intesa come strategia di ripresa economica postbellica, industria che proprio in quegli anni superava per numero di addetti e produzione di PIL  il sistema economico delle campagne coltivate.

 Ciò creava  gravi problemi di comunicazione tra i cittadini e i lavoratori, che sfociavano spesso in forme di comportamenti alienanti segno di un impossibile integrazione sociale.

Cos’è allora questo film di Fellini se non un riflesso, in forma artistica, di un problema di base sociale riguardante la difficoltà di comunicazione umana di quel tempo. Uno specchio sui limiti ad esempio della comunicazione uomo-donna, sui passi falsi a cui porta la sensualità tra generi diversi quando è  priva del volersi bene autentico annientato da una logica leggibile psicanaliticamente dove domina la presenza dei fantasmi della diversità, resi traumatici e tendenti alla perversione a causa di eventi storici sradicanti le radici identitarie di ciascuno?

Questa impossibilità ad esempio, ben presente nel film, della piccola borghesia, di cui Fellini faceva parte, di vivere felicemente isolati in un contesto storico certamente da loro non ignorato nella sua gravità. L’impossibilità per questa classe di essere un’isola preziosa, bastante a se stessa perché la colpa sociale inconscia borghese si alimentava, cresceva, esplodeva a causa del contesto storico dominante, travagliato, condannando l’Io borghese all’infelicità e a forme di raffinata maniacalità relazionale.

E’ chiaro come nel film di Fellini anche la moralità cristiana, forzata, abbia cercato autoritariamente ma invano di dare un senso ad un processo storico così travagliato per evitare guai peggiori di nevrotizzazione,  ciò che stava allora accadendo trovava infatti un senso di stabilità con la morale cristiana là dove essa esaltava il sacrificio.

Ma la condanna cristiana del piacere sessuale, per lo meno quello fuori dalle regole prestabilite con pesante rigidità,  aggravava la vita morale di tutte le istituzioni creando una fobia per la sessualità di grave portata patologica, inoltre tale condanna andava rafforzando il senso mistico delle masse verso il potere, così come era accaduto nella Germania di Hitler quando venivano affissi per le strade i manifesti contro la masturbazione per spingere l’inconscio a trovare piacere prevalentemente nella sacra sublimazione ideologica del Reich.


 La censura dei film, della cultura, e della stampa, non erano che il segno di un processo storico sconvolgente che andava nella direzione di un nuovo autoritarismo generazionale con l’appoggio della politica cristiana.

Il film 8 ½ di Fellini si nutre fino in fondo di questo contesto storico, a volte nella inconsapevolezza stessa dell’autore, che però ha il pregio, come è sempre stato nel suo stile, di presentare le cose per come effettivamente avvenivano in lui, come con i sogni che non amava interpretare ma esporre direttamente in racconto in tutta la loro carica emotiva e misteriosità.

Fellini espone pensieri e gesti che nascono da una lunga e fitta rete di relazioni con  vari personaggi tra i più rappresentativi del suo mondo di lavoro e della sua vita mondana, lo fa senza fuorvianti o complesse  interpretazioni  che avrebbero richiesto tra l’altro spazi di tempo che il cinema  non riesce a dare per la natura stessa del suo apparato tecnico.

La moglie innamorata e gelosa, l’amante cinica e leggera, l’ecclesiastico di turno serioso e intrigante, le attrici avvenenti e seducenti intorno a lui, l’estraneità e incomunicabilità con la gente di strada, i ricordi penosi delle umiliazioni a scuola e i primi colpevoli approcci sessuali con povere prostituite di periferia, la vitalità ansiosa della vita in famiglia durante il fascismo, le difficoltà con i produttori dei suoi film di cui non riusciva a volte  a trovava l’ispirazione giusta, sono tutti resoconti ricchi di interesse, con  personaggi reali della vita di Fellini di cui egli si divertiva a presentare nel film stesso le numerose situazioni critiche, imbarazzanti, passionali, sessuali-orgastiche con regolare vuoto psichico finale, con ironia e sarcasmo, cui non mancavano mai accenni a una profondità delle contraddizioni umane, per lo più intuita più che a lungo pensata, come era tipico del suo modo di stare al mondo. 

 BIAGIO GIORDANO
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