Settimanale Anno XVII
Numero 730 del 22 novembre 2020
Tel. 346 8046218

La bocca è il tempio, la parola è sacra Stampa E-mail
Scritto da Giovanna Rezzoagli   

La bocca è il tempio, la parola è sacra.

Questo antico detto orientale suona quantomeno anacronistico, ai nostri giorni nella nostra cultura. Una cultura, intesa in senso sociologico, fatta di persone che molto spesso credono di costruirsi un’immagine a suon di urli, di esibizionismi di dubbio gusto, di turpiloquio. Chi si esprime con una discreta padronanza di linguaggio, con toni pacati o perlomeno moderati, viene facilmente considerato “con una marcia in meno”. Ciò avviene sia nella vita delle persone comuni che di quelle “in vista”.


 

Eccolo, il punto fondamentale. L’essere in vista. Se non sei in vista non sei nessuno, e allora via libera ai mille modi per “apparire”, tanto che vale “essere”? Nella sub-cultura dei modelli creati ad hoc dai media, la società-gregge si identifica alla perfezione. Tanto, che valore assume oggi l’essere rispetto all’apparire? Pardon, ho usato a sproposito l’indicativo presente, avrei dovuto utilizzare il condizionale, per rimarcare meglio l’aleatorietà del concetto. Già, perché nella società dell’ipotetico, chi presta davvero attenzione all’uso di quello strumento potentissimo che è la comunicazione? Comunicazione che, proprio per l’enorme influenza che può esercitare su chi la riceve spesso in modo acritico e passivo, dovrebbe essere curatissima sia nel contenuto sia nelle modalità di espressione dello stesso. Non si tratta semplicemente di educazione lessicale e/o comportamentale, ma di un modo di approcciarsi al prossimo. Chi si esprime ricorrendo spesso al turpiloquio, dimostra scarso rispetto verso l’interlocutore, ma anche verso se stesso. In un certo senso è come se dimostrasse di non possedere altri mezzi di intercomunicazione. Attenzione: non si parla di cultura ma di modalità espressiva.


 

Ed ecco l’altro punto dolentissimo dei nostri tempi: l’aggressività. Vi sono persone che pur di catturare l’attenzione degli altri e, di riflesso, attenzione per se stessi, non esitano a comunicare  con modalità espressive inappuntabili dal punto di vista formale, ma fortemente aggressive e/od offensive nei contenuti. Sia che si profani nella forma, sia nella sostanza, il tempio in cui nasce il linguaggio appare oggi sconsacrato. La suggestione che il potere della parola può infliggere non risparmia nessuno, nemmeno i più piccoli. Accade così che in una scuola primaria di primo grado venga somministrata ai bambini una recita teatrale in cui compare un’infelice frase in bocca ad un personaggio: “Comunisti giù le mani, brutti mangia bambini”. Testo liberamente adattato perché chiaramente nessuno scrittore di testi destinati ad i bambini si sognerebbe mai di utilizzare in modo così approssimativo terminologie che possono indurre l’avvento di pregiudizi in bambini in cui la forma mentis è in divenire. Sembra assurdo, e invece capita. Capita oggi, col linguaggio degli adulti, sulla pelle dei piccoli. L’ironia, perché suppongo di questo voglia trattarsi non osando pensare possa in realtà essere una forma di coercizione politica, è certamente comprensibile dai bambini, a patto che sia riconducibile a ciò di cui loro abbiano esperienza. Francamente appare inverosimile in questo caso, e fu così che per l’ennesima volta il tempio venne violato da adulti superficiali e ben poco preparati al confronto con i bimbi

 Giovanna Rezzoagli Ganci

http://www.foglidicounseling.ssep.it

 

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