di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Museo della pellicola a Cairo Montenotte Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Marenco   

Museo della pellicola a Cairo Montenotte

Prende forma sempre più il progetto per un museo della pellicola a Cairo Montenotte, dove celebrare i fasti dell’industria cairese nota produttrice di pellicole fotosensibili. In effetti l’occasione è ghiotta: costruendo un progetto ben strutturato si può accedere a fondi e finanziamenti pensati proprio per la realizzazione di questi interventi.

Da circa un paio d’anni sento parlare di questo progetto, all’inizio ero stato anche coinvolto (a titolo di ex dipendente, appassionato di storia locale) in maniera (giustamente) marginale. In teoria si è pensato a tutto il materiale che si dovrebbe trovare ancora dentro lo stabilimento: pagine, macchine, attrezzature, strumenti di laboratorio. Ma anche fotografie, libri, macchine da ripresa, da proiezione e sale di posa… Nessuno sa più con precisione quello che c’è e (soprattutto) quello che c’era. Si, perché come spesso succede, quando una nave sta per affondare, i più furbi prenotano il posto sulle scialuppe, non prima di aver razziato qualcosa. Altri oggetti preziosi della nave vengono abbandonati per incuria, distrazione, oppure perché in quei momenti sono la cosa più difficile da salvare: c’è da pensare ad una contingenza molto più grave. Ferrania, la vecchia fabbrica e la vecchia gestione si sono lentamente adagiati sul fondo sabbioso del fallimento. Dallo stabilimento, terminato (terminato?) il periodo dei progetti e delle trattative, risorgono piccole realtà imprenditoriali di grande respiro. Sia chiaro: piccole rispetto allo stabilimento e alla società che lo occupava, con i suoi dipendenti e con il suo contenuto tecnologico.

 

Passata la tempesta si potrà forse ricominciare a raccogliere reperti, oggetti, documenti, fotografie. Qualcuno lo sta già facendo, solo perché convinto che sia una cosa giusta, che è opportuno salvare pezzi di memoria, ricordi, oggetti, pure se non hanno un valore commerciale. In effetti, occorre ricordarlo, la fabbrica di Ferrania ha scritto quasi un secolo di storia valbormidese, cambiando il paesaggio della valle e la vita a migliaia di persone. Ed era, tutto sommato, anche un bel modo per rappresentare la nostra valle: avevamo qualcosa a che fare con un oggetto presente in tutte le case d’Italia, in larga parte del mondo, un nome che evocava il neorealismo, il cine a colori degli anni cinquanta e sessanta.

Spero ora che il progetto prosegua. Se ho capito bene (non sono riuscito ad andare alla presentazione ufficiale, a Palazzo di Città a Cairo, qualche giorno fa) la Fondazione 3M di Milano potrà collaborare col museo. L’attuale direzione dello stabilimento metterà a disposizione certi materiali. Sembra poi che sia già pronto un progetto per il recupero del vecchio oratorio ora dismesso, di fronte a Palazzo Scarampi.


 

Da incompetente e da ficcanaso quale sono mi viene voglia di lasciare un paio di appunti per gli amministratori cairesi e per le loro buone intenzioni museali:

1)   i reperti non sono solo quelli materiali. La memoria di chi ha lavorato in fabbrica, dei commercianti, dei maestri di scuola, dei parroci, dei sindacalisti che hanno conosciuto la fabbrica è forse il reperto ancor più delicato e corruttibile di una preziosa negativa su vetro. Sarebbe opportuno e urgente rintracciare i pensionati Ferrania, porli di fronte a una videocamera e registrare tutto quel che si ricordano della loro esperienza lavorativa.

2)   Non si costruisca, con tutti i reperti, i documenti e le registrazioni, uno spazio chiuso, blindato, sterile. Un museo, perché sia vivo, deve essere in connessione con il suo territorio e con altri spazi complementari o legati tematicamente, in modo che si possano avviare collaborazioni, studi, pubblicazioni, eventi. Un museo non può essere un gran lavoro di preparazione e posizionamento, dopodiché si chiude il portone e vi si appone la scritta: visite su prenotazione al num…. Occorrerà, tanto per cominciare, cercare una relazione con le realtà museali-espositive del nostro territorio (Museo del Vetro in primis, ma poi museo della bicicletta a Cosseria, esposizione Barrili a Carcare, Villa Scarzella a Millesimo…) in quali modi e con che fini sarà l’intelligenza e l’esperienza degli organizzatori a realizzare.

3)   Occorrerà difendersi dal provincialismo, dalla celebrazione del territorio fine a sé stessa. Occorrerà fare in modo di essere all’altezza dei propri interlocutori. Non si faccia il museo per il piacere dei cairesi o dei pensionati della Ferrania, ma perché ha senso farlo, è utile, c’è qualcosa da dire, e questo qualcosa va detto OLTRE i confini della Val Bormida.

Se il museo non sarà tutto questo, allora non sarà museo. Basterà una stanzetta con un paio di armadi e due foto appese al muro, giusto un memoriabilia per i pensionati e i passanti sfaccendati. Si eviterà anche di sprecare denaro pubblico. 

Alessandro Marenco

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