TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 672 del 14  luglio  2019
Tel. 346 8046218
Cultura locale Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Marenco   

Cultura locale

Alcuni storici sostengono che i paesi e le città si sono sviluppate su insediamenti più o meno antichi. Sulle alture, prendendo il posto di villaggi vecchi di migliaia di anni, non si sa più se liguri, celti o cos’altro. Nel fondovalle, in epoca poco più recente, magari come riadattamento di una mansio romana, di un posto di cambio cavalli, di un accampamento militare. Nel medioevo le case si sono strette e cinte di mura, attorno al castello, solida raffigurazione del potere temporale. Non troppo lontano dalla chiesa e dal suo campanile, tale che molti paesi, ancor oggi, manifestano nel loro panorama questa duale presenza laica e religiosa, in cui spesso si è suddiviso il potere in questa parte di mondo.

Mansio Romana

Con la rivoluzione industriale è cambiato anche il paesaggio. Nascono le fabbriche, per cui il manufatto più visibile diventa la ciminiera, simbolo di lavoro, di progresso e di benessere. Il panorama cambia, come cambiano i rapporti di forza nella società che componeva il paese. Il castello diventa lentamente una rovina, restano le poche torri campanarie comunali, a ricordare un potere istituzionale. Ecco in evidenza nei nuovi panorami i campanili e le ciminiere: segni evidenti del potere e segno identificativo del paese. Sono peculiari gli affreschi della sala consigliare del comune di Savona, dove sono rappresentate alte ciminiere fumanti, fra vele di navi pronte a salpare: tutti segni positivi. Oppure il bel mosaico sulla facciata di Nostra Signora degli Angeli a Cairo, dove trovano posto edifici industriali, ciminiere e la teleferica che porta il carbone a Bragno.

Da una parte la chiesa cattolica, dall’altra parte le organizzazioni sindacali, partitiche. Nascono, insieme alle fabbriche, le sedi di Partito Comunista, Socialista; più raramente Repubblicano, Radicale, Liberale, Socialdemocratico. Questa immagine si riflette nella letteratura e nel cinema, nell’indimenticabile (sia pur molto retorico) duello tra Peppone e don Camillo.


I nostri paesi, parlo dell’Appennino savonese, si differenziano: alcuni sono “rossi”, in altri le “crocette” democristiane prendono largo sopravvento.

Questa mia non vuole essere una vera disamina storica: ci vorrebbe molto più spazio e una minore superbia dell’autore per ricostruire una Storia (peraltro poco studiata) di almeno centoquarant’anni. Vorrei sono portare in evidenza alcune trasformazioni culturali e materiali del nostro territorio, quasi sicuramente da comparare e condividere con molti altri territori italiani.

Quello che racconto, sommariamente, mi serve per affrontare il tema della cultura locale, la quale, sia detto chiaro, subisce comunque influenze caratteristiche dalla cultura dominante. In ogni caso nel paese ipotetico che prendo in esame, la cultura è stata amministrata e coordinata da organizzazioni politiche o religiose, che comunque non avevano come funzione principale quella di “salvare” le persone, facendo guadagnare loro la vita eterna (in un caso) o più semplicemente facendo loro percepire diritti e rivendicazioni per migliorare le loro vita materiale. In mezzo stava l’osteria, punto di contatto. Talvolta questa poteva avere connotato politico, rivestendosi dell’abito della Società Operaia o Società Agricola di Mutuo Soccorso, non a caso, generalmente, di ispirazione religiosa o progressista.


Il paese viveva e respirava con la fabbrica e la chiesa. La fabbrica e la chiesa erano le due istituzioni che coprivano i bisogni materiali e immateriali del residente. Il fascismo aveva capito bene questo dualismo, infilandosi ed egemonizzando il più possibile lo spazio disponibile, l’unico reso lecito da leggi apposite. Ancora dopo la fine del fascismo, la fabbrica e la chiesa continuano a convivere, quasi a sostenersi a vicenda. C’è il dopolavoro, ci sono le gite aziendali, i circoli ricreativi, sportivi. Ci sono incontri dottrinali, pellegrinaggi, cinema parrocchiali, attività solidali. Ci sono incontri di partito, lettura dei giornali, discussioni, organizzazioni, feste dell’Unità, dell’Avanti, del Biancofiore, viaggi per manifestazioni nazionali, mobilitazioni per ragioni nazionali.

Come è crollato il castello, stanno crollando, lentamente, anche le ciminiere. A Carcare è diventata un monumento a sé stessa presso il centro commerciale, come in altri luoghi ed altre fabbriche. Le chiese, tutto sommato, sono sempre più vuote. Un parroco, oggi, deve amministrare il suo ufficio in tre, quattro paesi. In alcuni casi proviene dal Sud America, o dall’Africa, segno della crisi delle vocazioni che la chiesa sta vivendo. Persino le osterie sono cambiate: si tratta ora di Lounge Bar, Vinerie, locali stilosissimi dove sconosciuti mettono in mostra la loro indiscutibile eleganza.

Tutta la cultura che generava discussione e che era espressione propria del “paese” si sta sgretolando, come il castello, come le ciminiere. Niente nostalgia: è normale che succeda. Prima di noi sono vissuti altri popoli, e si sono estinti. Alcuni hanno lasciato tracce, altri magari no. Ogni volta un popolo è stato sostituito da un altro, con altri usi, costumi, tradizioni, cibi, credenze. È normale che accada. Anche perché le idee viaggiano con gli uomini, e cambiano sempre (per questo chi ritiene sacre le tradizioni si illude: le tradizioni sono sempre un’invenzione retorica continuamente aggiornata. Le uniche tradizioni reali dell’uomo sono adattarsi e contaminarsi).

Quel che c’è di nuovo in questo lento crollo è che (almeno io) non vedo una cultura quale che sia esprimersi in sostituzione di quella che se ne sta andando. Non vedo una istituzione, un potere locale (marchese, prete, notaio, guardia campestre, osteria, partito) che sappia organizzare e stimolare la gente, la sappia far partecipare. O meglio, ne vedo solo una: la televisione. Se vogliamo pure lei, oggi, messa in crisi dalla rete. Ma sia pure: alla fine web e tv portano lo stesso messaggio, sicuramente con modalità differenti. In ogni caso il messaggio imponente che ci arriva dalle nostre antenne, parabole o modem wi-fi, è: consumate. Comprate, spendete, divorate, siate belli, appropriati, eleganti, identificatevi in un gruppo compatto e non restate soli. Abbiate le vostre idee, quelle che volete, basta che siano idee diffuse e note. Non dissentite troppo, voi valete, ma non vi montate la testa. Anzi: non sforzatela. Ve lo diciamo noi cosa pensare.


E questo si riflette nei consumi, per cui nonostante ci siano scaffali colorati, spendiamo i soldi tutti nella stessa maniera (spesso cambia la confezione, ma dentro c’è sempre lo stesso prodotto…). Si riflette nella religione, in cui ognuno si costruisce la sua, come più gli piace (si sente dire: “Io sono cristiano, ma a modo mio”. Ma cosa vuol dire? Se si è cristiani si appartiene a una serie di convenzioni che codificano una fede, una religione, che ha valore anche perché è condivisa da un certo numero di persone!), si riflette, infine, nella politica, che un sistema maggioritario spinge sempre più in questa direzione.

Abbiamo idee frammentate, discontinue, fatte di copia/incolla, ma siamo suddivisibili in un paio di blocchi grigi, quasi sempre sovrapponibili: stessi gusti, stessi orari, stessi consumi, stessi partiti politici (tutti moderati alla stessa maniera).

Forse la cultura non serve, è giusto che si estingua. Non abbiamo bisogno di esseri umani, ma solo di consumatori.

Alessandro Marenco

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