TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 640 del 11 novembre 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
PSI 1976: Comitato centrale al Midas e Craxi segretario Stampa E-mail
Scritto da Giacomo Checcucci   
PSI 1976:
Comitato centrale al Midas e Craxi segretario
 
 
Francesco De Martino

Nel luglio del 1976, a sorpresa, l’outsider Bettino Craxi viene eletto segretario dal comitato centrale del PSI, riunito per l’occasione all’albergo Midas di Roma. Si apre così, a dispetto di ogni pronostico, una lunga fase del partito, che si concluderà soltanto con l’inchiesta Mani pulite. In quel momento la segreteria è in mano a Francesco De Martino, professore di diritto romano, vecchio socialista ed ex esponente del Pd’A. De Martino è convinto che il PSI, al cospetto della svolta “socialdemocratica” del PCI, abbia esaurito il suo ruolo alternativo alla via sovietica al socialismo e debba dichiarare conclusa l’esperienza del centrosinistra. Il PSI di De Martino attende quindi la maturazione del PCI in senso democratico e pensa addirittura ad una fusione, una volta accantonati forti motivi di divergenza. Quest’aspirazione a “equilibri più avanzati”, giusta o sbagliata, è un fallimento alle urne. Nel 1976 il partito, con “funzione politica a termine”, tocca uno dei minimi storici: il 9,6 percento. Gli elettori non trovano più motivi utili per votare un partito immobile, che attende l’avanzamento di un’altra formazione in vista di una possibile confluenza. I giornali chiosano “De Martino ha scosso l’albero e Berlinguer ha raccolto i frutti”. Tra l’originale e la copia l’elettorato di sinistra sceglie il PCI, che raggiunge una delle vette della propria storia. 


Riccardo Lombardi

Il PSI di De Martino è un partito stanco e anziano, senza fascino per le nuove generazioni, un partito all’angolo e arenato. Ma con la schiena ancora dritta. Il segretario, nonostante gli insuccessi elettorali, ha la maggioranza del partito dalla sua parte. Di conseguenza per destituirlo, dopo lunghi e tumultuosi confronti tra le anime del socialismo nostrano, si debbono coalizzare le correnti di minoranza. I Lombardiani di Riccardo Lombardi, autonomista rispetto al PCI durante la fase del Fronte popolare e dello stalinismo ma aperto negli ultimi anni alla salita del PCI al potere. Gli Autonomisti guidati da Nenni, frontista ferreo nel corso degli anni ’40 e poi severo critico della politica comunista durante la maturazione democratica del PCI. I primi che occupavano inizialmente la destra del partito si ritrovano alla sua sinistra. I secondi in principio nella sinistra del PSI approdano alla sua destra. Ecco che in questa enorme confusione i nenniani prendono con il passare degli anni la definizione propria dei lombardiani, richiamandosi a quell’idea dell’autonomia socialista tanto cara agli ex azionisti riuniti intorno a Riccardo Lombardi. Piccolo particolare: l’autonomia socialista pretesa negli anni ‘40/’50 aveva ragione d’essere vista la natura filosovietica del PCI di Togliatti ma perdeva progressivamente di senso negli anni ‘70/’80, sotto la segreteria di Berlinguer.


Giacomo Mancini 

Alle spalle della strana intesa tra sinistra e destra del partito svolge il ruolo di “esecutore materiale” di Francesco De Martino, Giacomo Mancini, vecchio nenniano, titolare al momento di una mozione propria. Segretario del PSI dal 1970 al 1972 Mancini è particolarmente critico verso la politica del suo successore alla dirigenza del partito. Considera l’amico De Martino un “cadavere” da seppellire e approva l’alleanza tra nenniani e lombardiani per defenestrarlo e voltare pagina. Ma il Comitato centrale del Midas, vede anche una lotta edipica tra generazioni. I veri protagonisti sono i giovani luogotenenti in rivolta o in smarcamento dai vecchi padri nobili. Ecco che si delinea la cosiddetta “congiura dei quarantenni”. Una ribellione avallata tuttavia da parte della vecchia guardia, naturalmente ad esclusione di De Martino. E’ il suo giovane pupillo, Enrico Manca, a compiere infatti il vero e proprio parricidio. Convinto anch’egli della necessità di interrompere l’esperienza del suo padre spirituale, che non ha nessuna intenzione di mollare di sua sponte lo scettro del comando, sottoscrive tacitamente un patto di desistenza all’alleanza delle minoranze. Manca non crede opportuno occupare il posto del suo maestro ma non ostacola il progetto ai suoi danni, con la prospettiva di giungere al potere più avanti.


Bettino Craxi 

I giovani colonnelli delle correnti più piccole Claudio Signorile per Lombardi, Antonio Landolfi per Mancini e Bettino Craxi per Nenni optano per l’elezione di quest’ultimo alla segreteria, senza l’opposizione sostanziale di Manca. De Martino viene quindi messo alla porta. Al suo posto un “re travicello”, un “cattivo vescovo” che può essere un “buon papa”, un segretario di transizione. Troppe cose sono date per scontate. Si pensa che Craxi possa essere facilmente accantonato e sostituito da Manca o Signorile. Ma di fatto gli altri due ambiziosi vertici del “triunvirato” sono relegati all’opposizione, di volta in volta inglobati o messi all’angolo, insomma gradualmente neutralizzati. Intanto Giacomo Mancini, il primo sponsor della nuova segreteria che voleva manovrare l’ingenuo Craxi da esperto burattinaio, capitola per primo, con l’assenso degli altri quarantenni. Tutti ritengono tuttavia che l’alleanza con il PCI sia fuori di dubbio e che siano in discussione solo metodi e tempistiche. De Martino infatti è stato fatto fuori politicamente perché la sua idea di collaborazione con i comunisti è troppo subalterna, così dipendente da sconfinare nel fusionismo. Craxi viene quindi scelto dalle altre correnti semplicemente per riequilibrare il partito e avviare all’alleanza con il PCI su basi più solide e autonome. Non sarà così. Craxi nel giro di qualche anno maturerà una leadership stabile e bloccherà ogni collaborazione con i comunisti. Lui che nel ‘48, appena ragazzino, aveva svolto la campagna elettorale per il Fronte popolare ma che al fallimento dell’unificazione socialista degli anni ’60 era stato in dubbio se entrare nel partito socialdemocratico, come suo cognato Paolo Pillitteri.

Giacomo Checcucci

 

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