Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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CULTURA: LA PROTESTA CHE MANCA Stampa E-mail
Scritto da ANTONIA BRIUGLIA   

 

CULTURA: LA PROTESTA CHE MANCA

La Turchia protesta.

 

La causa in origine fu l’opposizione alla proposta di rimozione del parco Gezi, uno dei pochi spazi verdi presenti nella parte europea di Istanbul, al cui posto dovrebbe sorgere un nuovo edificio con un centro commerciale e ai piani superiori appartamenti di lusso e speculazione edilizia.
Il movimento di protesta nasce nell’aprile scorso, quando una cinquantina di ambientalisti installa tende da campeggio nel parco con lo scopo di occuparlo. Dopo un primo blitz della polizia, i manifestanti lanciano online appelli di rinforzo, così si aggiungono altri manifestanti  al Parco Gezi.
Dopo che la polizia attacca i manifestanti con gas lacrimogeni e idranti, arrestando e ferendo centinaia di persone, la protesta si muove su Internet, provocando l'indignazione di moltissimi cittadini turchi che si aggiungono alla protesta.

La Turchia protesta.

L’abbattimento del parco diventa il simbolo di un movimento più ampio, per la democrazia, il buon governo e il cambiamento.

 

Anche il Brasile protesta.

 

Lo fa contro le spese faraoniche per i Mondiali 2014, ma ancor più contro il carovita, la corruzione e gli sprechi. E’ la protesta più imponente che si sia mai vista e la più determinata a non fermarsi.

 

La protesta dalle piazze passa sul web che a sua volta la alimenta .Sta avvenendo anche con un video: No irè al Mundial”, di una giovane regista brasiliana, diventato il manifesto della protesta contro l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico, causato proprio dalle ingenti spese per i Mondiali di calcio del 2014 e gli altri grandi eventi sportivi che hanno svuotato le casse pubbliche.

Con le sue 649 mila visualizzazioni su YouTube, ripreso dai principali siti brasiliani, rappresenta la forza innegabile dei social media nell'amplificare le informazioni e facilitare l'organizzazione delle proteste, nella totale incapacità della classe politica a comprenderne il  funzionamento e il senso della piattaforma politica,  dove le voci del dissenso possono esprimersi liberamente,  non  filtrate dai mezzi tradizionali di comunicazione.

Un fenomeno che sta accadendo anche in Italia, con il M5S, che ha già cambiato  il modo di  fare politica attraverso diverse   modalità di partecipazione sociale. Anche se TV e  quotidiani sembrano non registrarlo e la classe politica sembra volerlo ignorare , il potere dei rappresentanti di partiti, sindacati, associazioni e simili sta diminuendo, mentre aumenta  l’azione diretta dei cittadini, in qualità di soggetti della propria realtà politica. In Italia ma anche in tutto il mondo.

C’è, comunque, chi sta comprendendo la portata del fenomeno, perché nell’inutile tentativo di arginare la protesta, i servizi segreti brasiliani hanno dato il via al monitoraggio di Facebook, Twitter, Istagram e Whatsapp .

 

Anche in Italia c’è chi sta temendo l’efficacia di questo fenomeno che rischia di dare una scossa all’attuale sistema e determinare un cambiamento irreversibile della politica.

Non sarebbe così se tutte le reti televisive del monopolio Rai-Mediaset e quasi tutti i quotidiani, non inveissero quotidianamente contro il movimento e chi lo rappresenta, criminalizzando anche la rete, talvolta anche con deliranti menzogne o con tentativi di gratuite esagerazioni.

Tutto questo mentre la TV continua la sua opera d’influenza nefasta sui cittadini.

Lo fa mentre parla, più volte il giorno, dai salotti ai telegiornali, di una crisi sempre più grave e preoccupante, dove la situazione economica italiana, giorno dopo giorno,peggiora.

Mentre mostra i dati negativi strutturali del nostro sistema economico, la voragine del debito pubblico, la disoccupazione giovanile, il calo delle attività produttive, la debolezza del nostro settore industriale, l’inadeguatezza delle infrastrutture. Mentre analizza la grave dipendenza energetica, l’infiltrazione della criminalità organizzata in importanti settori della nostra economia e di come sia evidente che il sistema Italia – proprio per la sua difficile situazione economica – risenta, più di tanti altri, della crisi e abbia, pertanto, un compito più arduo e più difficile nel contrastarla e superarla: continua la sua impareggiabile opera di rimbecillimento delle masse.

Intanto la crisi peggiora la vita di milioni di famiglie alle prese con grandi difficoltà economiche, con la precarietà o la mancanza di lavoro, specialmente per i giovani che subiscono, più degli altri, anche un’altra crisi con aspetti ancora più gravi di quella economica: quella sociale, culturale ed etica.

 

La crisi culturale italiana.

Forse quella economica è la più avvertita, perché condiziona quotidianamente la vita delle persone, ma quella sociale e culturale, tutta italiana, è notevolmente più grave e pericolosa, perché destinata a condizionare il futuro dell’intero Paese.

Non è difficile tracciarne un quadro compiuto. Basta una riflessione sullo stato della scuola, dell’Università, della ricerca; oppure delle strutture sanitarie e assistenziali, della giustizia, della crisi dei partiti, apparati  orfani di partecipazione democratica da parte dei cittadini, dell’ illegalità diffusa, del dilagare della corruzione, del venir meno dei fondamenti di quel “patto sociale” che  dovrebbe essere alla base della convivenza civile, per rendersene conto.

A differenza, però della Turchia e del Brasile, si ha la sensazione che gli italiani siano “rassegnati” a subire questa decadenza sociale e culturale, a vivere una stagione di regresso,a perdere sul piano internazionale quell’autorevolezza e quel prestigio acquisiti con una straordinaria storia di cultura, arte, scienza, di conquiste sociali, di tradizioni etiche e democratiche. Al fondo ci sono: l’affievolirsi di un senso di appartenenza, il venir meno di una coscienza comunitaria, lo sgretolarsi di molti valori fondanti del “patto sociale” che lega un popolo e che, pur se solennemente sanciti nella Costituzione, sembrano poco avvertiti e condivisi.

La cultura in Italia sta vivendo una crisi senza precedenti....leggi

 

Nell’attuale drammatica situazione economica, sociale e culturale, la cultura è proprio quella che paga più pesantemente di altri settori il prezzo delle difficoltà contingenti.

Mai come in questo momento il settore è stato penalizzato da scelte d’indiscriminata e drastica riduzione dei finanziamenti e da provvedimenti normativi che ne frustrano lo sviluppo. Un segno evidente, e purtroppo non recente, di quanto sia sottovalutata la dimensione culturale nel nostro Paese.

L’investimento pubblico in cultura è crollato ai minimi storici, il Fondo Unico per lo Spettacolo è stato dimezzato, con la legge 122/2010 è stato impedito al sistema degli Enti locali di svolgere politiche attive nel campo della cultura, con riflessi pesanti e negativi anche per l’intervento del capitale privato nella gestione dei beni e delle attività culturali.

Si penalizzano i consumi culturali con nuove tassazioni, ad esempio sui biglietti cinematografici, mortificando un pezzo dello stato sociale, incidendo negativamente su un diritto di cittadinanza e  rinunciando ad uno dei comparti economici chiave per ridare competitività all’Italia a livello internazionale.

Infatti, quello dell’industria culturale potrebbe essere uno dei  settori più vitali con imprese sane e produttive e lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori. La domanda culturale è costantemente in crescita ed ha dimostrato di resistere alla generale caduta dei consumi anche nei momenti di maggiore crisi. Tutto questo

fermento rischia di essere disperso se non si torna ad investire in un settore che può essere determinante per rilanciare uno sviluppo duraturo e sostenibile e contrastare l’attuale crisi culturale italiana.

Quando i governi italiani condivideranno l’idea che l’assunzione della cultura come fattore strategico richiede un volume adeguato e certo di risorse finanziarie e di un quadro trasparente di regole di lungo respiro?


Ci stiamo dirigendo, invece, verso una vera e propria “recessione culturale”, dove non sarà più possibile sostenere la produzione artistica, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale, i musei, le attività dello spettacolo, la promozione culturale. Aziende e imprese culturali chiuderanno, migliaia di posti di lavoro andranno persi, in un settore caratterizzato da un’occupazione instabile, priva di reti di protezione 

sociale, così come saranno dispersi saperi, conoscenze e alte professionalità sia tecniche che artistiche, s’inaridirà l’offerta culturale e la vita delle nostre città. Il Paese tutto sarà più povero.

 

La Turchia protesta, il Brasile protesta, tutti guardano il futuro cercando di determinarne i cambiamenti, tutti vogliono contare, vogliono determinare le scelte dei loro Paesi e gli italiani che fanno?

C’è chi parte dall’abbattimento di alberi come i turchi, chi dalle partite dei mondiali di calcio per arrivare a proteste sulla qualità della vita come i brasiliani, ma in Italia le grandi proteste sono rimaste localizzate. Non sono mai diventate la spinta a chiedere cambiamenti nel fare politica , nel rapporto con i cittadini tutti.

Per l’italiano  che intende dare un segnale, la sua protesta inizia e  finisce, al limite, in un urna elettorale, ma dopo “che facciano quello che vogliono , intanto è uguale”. Il fatalismo tipicamente meridionale ha contagiato l’intero stivale, appiattendone le speranze e la voglia di partecipare alle battaglie o di appoggiarle in prima persona.

 

In Italia la protesta di piazza manca e la responsabilità è, in gran parte, dei grandi partiti della sinistra e dei sindacati che, scoperta la vocazione di governo, hanno perso l’aspirazione a mantenere quei legami con i cittadini basati a difendere i  valori veri della sinistra.

Oggi la politica dei partiti della sinistra si fa a tavolino, non certo nelle piazze, lasciate libere per essere occupate dal M5S che puntualmente deve essere criminalizzato, non fosse altro per questo.

 

Intanto agli italiani basta dare un po’ di TV, un cruciverba sotto l’ombrellone o una partita di calcio e perché mai dovrebbero pensare a protestare?

ANTONIA  BRIUGLIA

 

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