TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 598 del 10 dicembre 2017
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
NEL FRUSCIO FEROCE DEGLI ULIVI Stampa E-mail
Scritto da Fulvio Sguerso   

NEL FRUSCIO FEROCE DEGLI ULIVI

 E' il verso -un decasillabo- musicale ed enigmatico con il quale Angela Caccia (poetessa nata e residente a Cutro, in provincia di Crotone, autrice de Il canto del silenzio, Napoli 2004) ha intitolato la sua nuova silloge poetica (FaraEditore, 2013) composta di visioni, idilli, paesaggi mediterranei, riflessi e ombre, fugaci autoritratti “frammenti di sé che / il giorno ha disperso”, dediche e cablogrammi quasi medianici a persone care, al di qua o al di là della “linea di confine” tra cielo e mare, acqua e terra, notte e giorno, superficie e profondità, visibile e invisibile, quotidianità ed eternità, incanto metafisico e “pane spezzato insieme”, confessioni e preghiere al Padre nostro ma anche racconti e invocazioni a “un dio / che non si commuove”...
Come si può intuire da questa veloce rassegna dei motivi e dei temi che s'intrecciano e s'inseguono da pagina a pagina, da lirica a lirica, e anche da silenzio a silenzio (“Ti perdo tra i fili / ai limiti di ogni pensiero Ti ritrovo / e piovono note senza musica...”), in una specie di poetica “arte della fuga”  e di contrappunto “parola che spiega” e il mistico ascolto del “silenzio di una rosa...” : “lo ascolto / aspetto mi stupisca / e lui m'innamora”, il registro della “narrazione” poetica dell'autrice va dalla percezione immediata dei segni, delle tracce, delle impronte che il tempo inesorabilmente lascia ai margini del foglio bianco (“Utero e ossario di parole”) alla meditazione sulla perigliosa “rotta” notturna verso la salvezza ma che “il giorno a tratti vanifica” e quindi “Si naviga a vista rotolando sull'onda gonfia...”, al tema della ricerca dell'assoluto (che riecheggia, forse, quello medioevale della queste del santo Graal) : “pianto i miei passi nel buio / alla ricerca dell'istante aurorale / di un boccio di tempo fermato...), al tema leopardiano (e petrarchesco) dell'indicibilità della pienezza della gioia: “una gioia sottile / rimbalza dai marciapiedi alle case // l'arco della parola non la raggiunge / ha una freccia spuntata...”, a quello dell'eros: “Mano impudica / volteggi sul corpo amato / a spumeggiare sottopelle intime fibre...”, a quello della maternità (“Sapevi di bozzolo”, “Gli occhi negli occhi”, “Ancora e per sempre”), alla metafora di sapore montaliano del “ciottolo assetato di sale”, al dialogo tra l'Io e il Tu (“dalla parabola di Paul Celan Animus e Anima”), a quello della poesia come preghiera e ascesi, sulle orme della sua “stella polare”-il suo maestro di ars poetica Davide Rondoni- ai forti temi evangelici e Kerygmatici, presenti un po' dovunque ma soprattutto nell'“Incipit”, in “Due parole”, in “Dal vangelo di Maria”.
La poesia di Angela Caccia è fortemente caratterizzata dal senso della trascendenza e dai simboli della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo: nella poesia che apre la silloge intitolata appunto “Incipit” incontriamo metafore, simboli e nomi di luoghi che si riferiscono direttamente ai testi evangelici: il monte Tabor, dove avvenne la Trasfigurazione, il “fruscio feroce di ulivi ignari” che allude alla scena del tradimento, del bacio di Giuda e della cattura di Cristo, il canto del gallo che richiama il rinnegamento di Pietro, la salita al Calvario, le “mani che si colmano alla sua pena”, probabile allusione al gesto della Veronica, “un'altra spalla al posto suo” che allude al Cireneo;
Angela Caccia
 la morte in croce e infine “un sepolcro profumato e vuoto...” a significare la Resurrezione. Con la Resurrezione di Cristo comincia una nuova storia che l'autrice vede come il fodero, la custodia di questa nuova vita. Rimane da interpretare quello strano “feroce” attribuito al fruscio degli ulivi, potrebbe alludere all'apparente indifferenza degli innocenti e ignari ulivi che assistono senza una lacrima alla ferocia degli uomini; oppure, come interpreta nella sua prefazione Davide Rondoni, quello strano e duro “feroce” del titolo “sembra collegarsi al duro e 'feroce' ultimo testo del libro, non a caso indicato come Il paradosso”. In che cosa consiste il paradosso? Consiste nel mistero della morte, di fronte al quale ogni sapere umano si vanifica e la stessa ricerca del senso della vita non avrà più senso: saremo di fronte alla Verità in persona, e a quel punto, come scrive ancora Rondoni, “ogni pensare e ripensare giunge a toccare il suo vertice profondo: una verità che non si presenta più come porta da aprire con il nostro fragoroso, pesante e vario mazzo di chiavi”. E tuttavia, al di qua di quell'ultima “linea di confine”, di quella estrema “dogana”, rimarranno i momenti e le immagini, come quella de “L'ulivo” che con il suo emergere dalla terra e il suo tendere verso il cielo offre figura e significato alla nostra condizione di creature terrestri ma anche celesti; e così anche l'anima dell'autrice può specchiarsi nella “Chioma rovente e arsa” dell'ulivo e nella sua ombra che “riflessa ti guarda / da questa terra amara / che ti lega”.

 

 

 
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