Settimanale Anno XVII
Numero 730 del 22 novembre 2020
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UNA CAMPAGNA ELETTORALE SPECCHIO DEL TEMPO (CUPO) Stampa E-mail
Scritto da Patrizia Turchi   
UNA CAMPAGNA ELETTORALE
SPECCHIO DEL TEMPO (CUPO)

 "Sventurata la terra che ha bisogno di eroi" scrisse Brecht, neppure immaginando che ve ne sarebbe stata una che aveva bisogno di buffoni.

La dimensione della fase elettorale è davvero prossima allo zero, meno male che ci pensano i media ed i sondaggi a trasformarla in una sorta di feuilleton, o meglio di thriller.

Con tanto di maggiordomo (il Monti per il quale le finestre s'addobbarono di bandiere, al suo arrivo, perché molti sono stati indotti a credere che avrebbe fatto pulizia delle indecenze -morali e politiche- del suo predecessore) colpevole delle peggiori nefandezze, ma spalleggiato per tredici mesi da un Parlamento sodale, salvo pochissime eccezioni.

E come in tutti i thriller non mancano colpi di scena, alcuni presentati come davvero inaspettati, altri in modo un po' artefatto per mantener viva una trama di ben poco spessore.

 

Difatti ha preso piede una assoluta schematicità e semplificazione che immiserisce -perdonate: m'avvedo che pecco d'ottimismo- la politica riducendola a slogan liquidi che coartano il pensiero, circuitandolo in una ricorsività sempre più asfittica.

E si sa che laddove manca ossigeno c'è ben poca vita! E se manca vita manca pensiero, e con quello la capacità di critica.

 

L'operazione politica italiana negli ultimi decenni si è incentrata nell'operazione di disgregazione delle collettività che costituiscono la società, così come si erano formate dopo la rivoluzione industriale in favore di un enunciato individualismo, viatico di sicura felicità.

Collettività che si aggregavano, in modo multiforme, attorno ad una possibilità di riconoscimento reciproco, attraverso quelli che erano considerati bisogni, ideali, propensioni, rivendicazioni, che poteva anche acquisire codici di interpretazione della realtà, producendo analisi e progettualità.

Collettività che potevano chiamarsi partiti, e per i quali la nostra Costituzione, all'art. 49, aveva trovato spazio e ruolo.

 

La disgregazione di quelle collettività ha prodotto, necessariamente, nuove riaggregazioni ma attorno a paradigmi completamente diversi, pensiamo all'individuo-consumatore. Contenitore concettuale molto potente ma unidirezionale con una caratteristica peculiare: la passività. Tant'è vero che c'è stato il tentativo di farne una realtà anche attiva (pensiamo alle associazioni dei consumatori, o alla class-action), dove però il rapporto è sempre di tipo individuale o al massimo di scopo.

I partiti sono rimasti tali per quanto riguarda l'aspetto nominale (a parte quelli dissimulati in forma di movimenti), ma hanno moltiplicato a dismisura il loro potere: questo ovviamente ha agito una vera e propria scissione dalla vita reale e materiale, della quale non sanno che farsene se non nei momenti topici ancora necessari (ad esempio le elezioni o fatte credere tali, come le primarie).

Le gaffe e le esternazioni sono emblematiche.

Quando una capogruppo in Senato, della maggior forza politica collocata geograficamente a sinistra nel Parlamento, scivola sulla differenza tra bidelle e parlamentari esemplifica non la rozzezza e l'infelicità della scarsa retorica, ma il vero pensiero sotteso: una cosa è il mondo del lavoro, magari di bassa levatura, ed altro è chi detiene il potere. Anzi: il Potere.

O quando un Presidente del Consiglio proclama che l'Italia va tolta dalle mani degli incompetenti, rovistando così nelle viscere del disgraziato ascoltatore che si trova d'accordo sul concetto (chi non lo sarebbe?) ma, se riesce a riflettere, non può non porsi la domanda su chi sia questo presuntuoso individuo, che si ritiene anch'egli un altro “unto dal signore”.

Non parliamo poi di vere e proprie mistificazioni: al nostro (sempre) povero ascoltatore capita così di doversi sorbire mostruosità concettuali e falsi messaggi come quelli che riguardano il cd “voto utile”: non ultimo sarà -ahinoi- quello profferito dal sindaco di Firenze che, a Napoli, blatera che le liste a sinistra sono state create per far cadere la possibilità di far trionfare una partito destinato a governare. Dimenticando artatamente che subiamo, per responsabilità dei sodali del Maggiordomo, una legge elettorale che truffa il voto regalando una maggioranza parlamentare (ahiloro, solo) alla Camera, non reale e non presente nel Paese (mi permetto di fare un gioco di numeri: se pensiamo in modo molto ottimistico che i votanti saranno il 70% dell'elettorato, una forza che prende il 30 % in realtà è scelta dal 21% della popolazione attiva)

Insomma gli esempi sono molti e ciascuno può masochisticamente trovarne altri.

Ma la scissione è vera e reale.

Mentre la popolazione subisce queste riaggregazioni paradossalmente tanto individualistiche (insiemi infiniti di 1) quanto equivalenti a massa indistinta, dall'altra la politica spicciola legifera e si trasforma in bio-potere e bio-politica, nel senso foucaultiano del termine.

 

Come può il nostro (sempre) povero individuo sopravvivere senza più riferimenti teorici (perché nel frattempo è stata abolita l'ideologia che, assieme ai concetti di classe, conflitto capitale-lavoro, sfruttamento, ha preso la strada della soffitta, relegata come la più obosoleta delle cianfrusaglie)?

Se è vero -come ha scritto Tullio De Mauro- che il 71% della popolazione italiana si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà ed un misero 20 % possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana» (fonte Corriere della Sera) vorremo mica porci l'obiettivo di alzare il livello culturale della popolazione?

Anche perchè scopriamo che persino valenti intellettuali, di chiara fama, adducono ben misera motivazione quando, in appelli al voto, ci dichiarano allarmati che" Il mondo intero guarda con terrore a un ritorno di Berlusconi". Mon Dieu, se prima ce lo chiedeva l'Europa vorremo mica mancare al richiamo del Mondo e pure intero, nevvero?

 

Ed allora che fa il “nostro”, stanco d'esser preso per stolto? Cerca conforto nella stessa scatola che promuove la semplificazione del pensiero: la TV.

 

Ed ecco allora che intere tavolate ammutoliscono quando sullo schermo appare uno dei tanti comici che, in un ben confezionato reame dorato, come il migliore e più gettonato dei buffoni di corte, si prende gioco dei politici, i quali annuiscono e magari ammiccano benevoli, dimostrando così quanto il potere (anzi il Potere) possa ridere di se stesso, senza che sia in alcun modo intaccato. Cosa c'è di più democratico e nazional popolare che ridere di se stessi? E il nostro (sempre) povero spettatore trova nelle battute del comico di turno l'ombra dei suoi pensieri, e se ne sente rassicurato. “Dunque non sono solo io a pensare questo” – ragiona tra se' mentre cerca lo stesso suo pensiero nello sguardo del vicino di tavolo o di divano – ma nel contempo non può che disperarsi poiché si avvede della sua inutilità: fallace e sterile è la protesta, lo sdegno, il rammarico, la vergogna se questi Potenti, ascoltandola, ne sorridono.

 

 

Patrizia Turchi

 

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