di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 687 del 1 dicembre  2019
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L'arte non è una merce Stampa E-mail
Scritto da Lucio Garofalo   

L'arte non è una merce

E’ noto che gli Italiani sono un popolo di grafomani, ma di scarsi lettori. E’ confermato dalle statistiche più aggiornate e credibili che in Italia esistono più scrittori che lettori.
 
Ma al di là dei limiti tecnici oggettivi e dei talenti individuali di ciascuno, non credo si debba soffocare o frustrare l’ansia creativa e comunicativa che spinge le persone a ricorrere alla parola scritta anziché utilizzare altri codici espressivi di tipo extraverbale.

Questo fenomeno si manifesta, ancorché ridotto nelle sue dimensioni, pure in ambiti creativi quali il disegno e le arti figurative in genere, piuttosto che nel canto, nella fotografia o nel teatro. Quanti di noi si sono cimentati in uno di questi settori almeno una volta nella propria vita? Chi non ha mai provato ad esibirsi in una recita per appagare un desiderio infantile? Si pensi alle manifestazioni teatrali allestite a scuola, alle attività grafico-pittoriche e alle varie esperienze vissute per puro diletto, e non solo durante il periodo scolastico. E’ un dato di fatto incontrovertibile che il bisogno di comunicare costituisce una tendenza intrinseca alla (e inscindibile dalla) natura umana.

 

Il problema è un altro, cioè il rapporto tra creatività e industria culturale, libertà espressiva ed esigenze di mercato. Si sa che in un’economia di mercato i soldi si accumulano vendendo merci e in un'economia capitalistica i soldi si fanno con i soldi altrui. Se un’opera d’arte viene mercificata, se il talento di uno scrittore e, in generale, dell’artista, viene trasformato in merce, cioè in un valore di scambio e, come tale, viene messo in vendita, è assai probabile che esistano discrete possibilità di guadagnare qualcosa, ma in realtà neppure le briciole sono destinate allo scrittore, a meno che non si tratti di Umberto Eco e pochi altri autori di successo. Gli utili maggiori vanno nelle tasche degli editori, cioè dei padroni dell’editoria e dell’industria culturale in generale.

 

In linea di massima, un editore o un manager dell’industria della cultura, del cinema, della musica, non è interessato a prodotti che mettano in discussione il sistema del mercato e del profitto. Per ovvie ragioni di autoconservazione. In un’economia mercantile, gli artisti sono costretti ad alienare il proprio talento alle richieste imposte dal mercato: riducono a merce il loro “prodotto” e il messaggio, qualunque sia il codice o la forma artistica in cui viene trasmesso, è finalizzato alla creazione di profitto, per cui deve assumere un profilo il più possibile generalista e qualunquista per acquisire quote di mercato sempre più vaste. In una società consumista di massa l’arte, il cinema, la musica, la poesia, il romanzo, il teatro, sono merci destinate alla compravendita, diventano parte integrante dell’industria della cultura e dello spettacolo e talvolta finiscono esposte in vetrine televisive come il Maurizio Costanzo Show o altri talk show.

 

I valori estetici sono mortificati, la qualità viene sacrificata per privilegiare ciò che è maggiormente funzionale al successo commerciale, come un manufatto che ha la proprietà d’essere venduto facilmente in quanto piace al pubblico, per cui è prodotto su scala industriale. Il sistema economico non premia il talento creativo, ma seleziona i prodotti che assecondano le richieste provenienti dal mercato. Se per ipotesi, nemmeno tanto assurda, nascesse un nuovo Caravaggio, ovvero un nuovo genio dell’arte, probabilmente si farebbe già molta fatica a scoprirlo e a lanciarlo sul mercato e, qualora si riuscisse a pubblicarne le opere, temo che non riscuoterebbero il meritato successo e si continuerebbe a promuovere e valorizzare le solite baggianate che si vendono a iosa.

La città di Firenze divenne, durante l’età rinascimentale, un’immensa e inimitabile fucina di talenti e di personalità eccelse nei vari campi del sapere e della creatività umana, dalle arti figurative come la pittura, la scultura, l’architettura, alla letteratura, dalla filosofia alle scienze naturali, anche (ma non solo) grazie all’opera indubbiamente meritoria, benché non esattamente disinteressata, di numerosi principi che furono grandi mecenati e protettori degli artisti del tempo, innanzitutto la signoria dei Medici.

E’ evidente che il patrocinio esercitato dai signori rinascimentali nei confronti dell’arte era anche un modo per tenere sotto controllo gli artisti dell’epoca onde evitare che, attraverso le loro opere, potessero esprimere una critica radicale della società in cui vivevano. E’ quanto accade oggi nel momento in cui un prodotto artistico e culturale viene immesso sul mercato per essere venduto, dunque viene depotenziato, nel senso che si disinnesca o si neutralizza il contenuto potenzialmente eversivo del messaggio, più o meno esplicito che sia, veicolato attraverso un particolare sforzo creativo. Ma nel mondo d’oggi non c'è spazio per il mecenatismo. Nella società consumistica di massa non si potrà mai sviluppare un nuovo Rinascimento artistico e culturale pari a quello che rese splendido ed irripetibile il periodo storico tra la prima metà del ‘400 e la prima metà del ‘500, poiché non godrebbe dei favori degli sponsor e dei padroni dell’industria culturale.

 

Occorre altresì aggiungere che una percentuale di responsabilità, almeno sul piano morale, rispetto a questa degenerazione e mercificazione dell’arte, va ascritta agli artisti medesimi. Molti dei quali, pur di conseguire il successo, si sono mostrati disposti a sottomettersi e a compromettersi con l’establishment politico-religioso, pronti a servire e riverire il potere più violento e dispotico. In tal senso gli artisti sono scesi a patti, per cui non sono stati dei rivoluzionari, ma uomini normalissimi. La loro umanità è, in qualche misura, la “condanna” che gli artisti sono costretti a sopportare. Si pensi solo ai più grandi pittori del passato che, per sopravvivere, si adattarono a dipingere santi, madonne ed altri soggetti sacri, a scopo puramente propagandistico. Ma l’arte non può essere oltremodo didascalica a detrimento della forma o della qualità estetica. Essa è indubbiamente un veicolo di propaganda politica, ma in ogni caso è un’occupazione creativa estremamente raffinata, per cui non può essere mortificata ad un livello troppo scadente, prigioniera di un sistema di potere, o soggetta alle leggi imposte dal mercato.

Oggi, l’artista che cerca di adoperarsi ed impegnarsi politicamente per una critica radicale della società, che ha deviato verso l’edonismo e il consumismo più sfrenato, non ha vita facile. L’artista è, per natura, vocazione e definizione, un intellettuale, nel senso di chi ha il coraggio, la forza e l’onestà intellettuale di procedere controcorrente, anche a costo di soffrire la solitudine ed esporsi al rischio del solipsismo, cioè di rivolgersi ad un pubblico ristretto.

Ma se non è controcorrente l’artista, chi lo è? Il ruolo storico e sociale dell’arte e dell’intelligenza creativa, è esattamente quello della critica, della provocazione e dello scandalo, altrimenti l’arte non ha alcun senso e alcuna ragion d’essere. Da questo punto di vista sono rarissimi i casi di artisti che si sono dimostrati davvero liberi e coerenti. Persino i più grandi furono costretti a mettere il loro ingegno al servizio dei potenti. Si pensi solo a figure come Leonardo e Michelangelo, che concessero il loro talento alla mercé dei signori dell’epoca: i Medici di Firenze, gli Estensi di Ferrara, i Gonzaga di Mantova, gli Sforza e i Visconti di Milano, la curia pontificia di Roma, piuttosto che la monarchia di Francia o altre dinastie del loro tempo.

 

Il solipsismo, ovvero l’isolamento politico-culturale, è la nuova forma di oppressione e condizionamento imposta dalle false democrazie esistenti: la censura delle idee non è più esplicita e diretta come in passato, all’apparenza siamo liberi di esprimere il nostro pensiero ma il messaggio è irrilevante, o scarsamente efficace, poiché non viene accolto dalle masse, a meno che non segua le mode correnti. In altre parole, possiamo criticare liberamente il sistema, ma a recepire il messaggio sarà, nella migliore delle ipotesi, un numero talmente esiguo e circoscritto di persone da non costituire alcuna minaccia per  il potere costituito. L’alternativa è, dunque, tra il conformismo e l’assenza di incisività.

 

Tuttavia, il dilemma non è così arduo da risolvere, anzi. In fondo è più semplice di quanto si immagini. Non si tratta di scegliere tra “apocalittici e integrati”, tanto per citare il titolo di un celebre saggio di Umberto Eco. L’integrazione è uno sbocco inevitabile, ma il discrimine consiste nel modo in cui ci si integra: critico, cioè svolgendo un ruolo polemico e dissidente, o acritico, vale a dire in termini passivi e consenzienti.

 

In un sistema economico e politico in cui si annida il peggior fascismo mai conosciuto nella storia dell’umanità, benché esercitato attraverso tecniche oltremodo sofisticate ed eleganti, solo apparentemente morbide e indolori, un tipo di ordinamento sociale che è profondamente (e raffinatamente) alienante, omologante e conformista, in pratica è impossibile non essere inglobati e sfuggire ad un meccanismo di controllo e di assimilazione subdola e costrittiva, nella misura in cui ogni singolo individuo, anche il più intransigente, intrepido e pervicace, viene ad essere per forza di cose (volente o nolente) assorbito all’interno di una società consumista di massa come quella presente, che si perpetua obbligandoci, o incentivandoci, a produrre e consumare, fino a crepare.

 

A meno che non si intenda compiere un gesto estremo di rifiuto e di auto-isolamento totale, una scelta irriducibile quanto improponibile, abbracciando una sorta di misticismo irrazionale e retorico, decidendo di annullare le proprie istanze e sensazioni corporee ed estraniandosi in uno stato di auto-emarginazione ascetica e spirituale. Ma questa sarebbe una scelta “romantica” d’altri tempi, che oggi risulterebbe quanto meno assurda, eccessiva o balorda, nella misura in cui viviamo in un contesto pseudo democratico, di fatto autoritario, che è globalizzato (ossia esteso su scala planetaria) a livello capitalistico, per cui anche volendo vivere in un modo radicalmente diverso, distaccati dal resto del mondo, ciò sarebbe assolutamente impossibile ed impraticabile.

 

La differenza positiva, non nichilista o autodistruttiva, consiste in un atteggiamento di accettazione critica rispetto al “destino” di assimilazione e di integrazione strisciante a cui ci condanna la società attuale, polemizzando contro lo stato di cose vigente. Un compito critico non facile, che spetta evidentemente all’intellettuale politicamente impegnato, a maggior ragione all’artista in quanto intellettuale libero, onesto e sincero.

 

Lucio Garofalo 

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