TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 598 del 10 dicembre 2017
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Smart Cities, perché, come e quando Stampa E-mail
Scritto da Andrea Melis   

Smart Cities, perché, come e quando

 Il tema “Smart Cities” sta progressivamente prendendo piede nel linguaggio comune, benché ancora limitato sia il numero di coloro che ne colgono il significato e la portata. Proviamo a fare alcuni passaggi con il quale si possano dare ulteriori contributi chiarificatori con 2 domande, “Perché Smart Cities” e “Cosa e Come Smart Cities”.
Innanzitutto il termine, già trattato in un precedente articolo, fa un chiaro riferimento terminologico a “città intelligenti”. La questione “città” è un tema ormai definitivamente aperto: nel 2007, a livello globale, la popolazione urbana ha superato quella rurale. Si prevede che nel 2050 la Terra ospiterà 9 miliardi di persone (+32,4% dal 2010) e, a tale data, le città ne ospiteranno circa il 70%. Entro il 2030 quasi un quarto della popolazione mondiale vivrà nelle 600 maggiori città del mondo.

L’Italia ha delle peculiarità che vale la pena considerare attentamente, soprattutto in prospettiva di sviluppo:  una persona su due (44,6% della popolazione) vive in comuni ad alta urbanizzazione, in linea con la media europea (47%) 41. Al contrario, la quota di popolazione italiana che vive in zone a medio grado di urbanizzazione supera di quasi 14 punti percentuali il valore medio europeo (25%): significa che molto del tessuto sociale italiano vive in realtà più ridotte, meno “inglobate” da grandi città. Da qui la considerazione che vanno trattate come “reti” di città, e relativi interventi smart così configurati.

La sfida dello sviluppo si gioca comunque nelle “città”, questo è ormai ampiamente condiviso dai più. Và da sé pertanto che vi sia un forte spirito di ricerca e che si tenda, finalmente, a circoscrivere indirizzi di sviluppo condivisi dei quali si vogliono definire ambiti e scenari.

Ed è per questo che vi sono varie definizioni ed interpretazioni, peraltro il termine “SMART”, applicato a soluzioni specifiche, è stato utilizzato per le prime volte da aziende che operano nel settore ICT, come CISCO ed IBM, ormai più di 15 anni orsono.

Oggi, il termine SMART CITIES, è unanimemente riconosciuto come un modello di sviluppo il cui carattere peculiare è la sostenibilità ambientale, l’unico aspetto comune a tutte le definizioni che si focalizza su un corretto ed efficiente uso delle risorse: sempre più prioritario soprattutto rispetto per le future generazioni che abiteranno nelle città.

Oltretutto sono approcci e studi che arrivano anche dalla programmazione politica europea con gli obiettivi 20-20-20, insomma non stiamo parlando di iniziative sporadiche di qualche scienziato pazzo.

Le interpretazioni del modello di sviluppo in questione, come detto, variano a seconda degli attori coinvolti:

  • Qualità della vita, e gli aspetti più marcatamente sociali (quali istruzione, governance partecipativa, inclusione, sanità), più marcate nel mondo accademico.
  • Le interpretazioni degli enti europei, che si concretizzano nelle emanazioni dei bandi per incentivare soluzioni “smart”, sono tendenzialmente più restrittive. Il focus è sulle infrastrutture di rete (energia, mobilità, ICT), dove è forte l’intervento dell’aspetto tecnologico e dove la connettività è considerata fattore di crescita nel breve periodo. Si pongono, invece, in secondo piano le sfaccettature della smart city connesse alla qualità della vita.
  • Qualità dell’ambiente, tema sostanzialmente trasversale a tutte le interpretazioni date.

Effettivamente il ruolo delle tecnologia, fin dagli albori della storia antica, ha sempre segnato il passo degli sviluppi che hanno consentito una sorta di passaggio di livello: certamente non sempre il meglio per l’uomo in termini assoluti ma sicuramente un “passaggio”.

Molte delle tecnologie chiave illustrate nella figura sottostante si configurano, di

fatto, come sistemi (trasporti, gestione idrica, energia ed elettricità, edifici).


 

E’ quindi determinante la disponibilità di “alto tasso” tecnologico che può concretamente essere di supporto per qualunque disegno di sviluppo sostenibile si voglia intraprendere, questo oggi è una certezza. Non và trascurata l’affascinante declinazione dell’ ”internet delle cose” con la quale si prefigurano oggetti che comunicano tramite la rete il proprio stato: il frigo con gli alimenti al proprio interno in esaurimento, la macchina con il traffico circostante etc…

Estremamente interessante anche il concetto elaborato dal MIT di Boston (http://senseable.mit.edu/) che le definisce come “senseable city” ovvero città in grado di sentire: l’idea che la città sia abitata da persone “evolute”, che apprendono, si adattano alle nuove soluzioni tecnologiche, partecipano anch’esse ai processi di innovazione e hanno un ruolo attivo nella cosiddetta democrazia partecipativa come anche la città stessa che diventa intelligente ed in grado di “sentire” le esigenze di chi ci vive.

Si tratta, dunque, di un modello di sviluppo di città in cui, citando le definizioni quanto mai pertinenti del report “European House Ambrosetti”, si perseguono precise linee di indirizzo:

  • Gli sprechi idrici ed elettrici vengono evitati grazie a sistemi di rilevamento e monitoraggio avanzati, sistemi di telecontrollo e sensori su lampioni pubblici, impianti di irrigazione, ecc. con tutte le ottimizzazioni che se ne possono ricavare
  • Le emissioni industriali e residenziali sono ottimizzate grazie a soluzioni che riducono l’impatto degli impianti di aerazione e di riscaldamento
  • Le fonti di energia rinnovabile sono integrate nel sistema energetico e le soluzioni per l’efficienza energetica sono applicate nei settori industriale, residenziale, infrastrutturale e nei trasporti.
  • Gli spostamenti sono agevoli grazie al controllo dei flussi di traffico ed alla infomobilità, i trasporti pubblici sono innovativi e sostenibili, i centri storici sono pedonalizzati, si favorisce l’intermodalità tra mezzi di trasporto non inquinanti (auto elettriche e biciclette, ad esempio).
  • Si producono meno rifiuti, li si raccoglie in maniera differenziata e se ne trae energia.
  • Le prestazioni sanitarie possono essere prenotate e pagate in remoto, così come i servizi urbani, recuperando tempo utile per se stessi.
  • Non si ha più necessità di accodarsi in banca, in posta, o presso gli uffici pubblici, basta disporre di un computer.
  • Il patrimonio immobiliare della città è manutenuto costantemente e gestito attraverso le tecnologie più avanzate.
  • Il verde urbano è protetto e le aree dismesse vengono bonificate.
  • La città è un laboratorio di idee, un ambiente fertile per l’apprendimento, la creatività e l’innovazione, perseguiti secondo logiche inclusive.

 

Nel prossimo articolo faremo alcune ipotesi di “Come Smart Cities”, ovvero alcuni esempi o “best practice” che possono essere di aiuto per completare il quadro.

Andrea Melis     2 Dicembre 2012

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