Settimanale Anno XVI
Numero 715 del 28 giugno 2020
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LA CHIUSURA DELLA GALLERIA CONARTE Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

LA CHIUSURA DELLA GALLERIA CONARTE

Ho letto con dispiacere il comunicato stampa che annuncia la prossima “chiusura dello spazio espositivo di via Brignoni, causata dalla crisi economica degli ultimi anni…”; il dispiacere è dovuto a motivi che riguardano la situazione generale della cultura e dell’arte nel nostro Paese, ma anche a motivi personali, dal momento che molti ricordi mi legano alla galleria “Cona”, fin dai tempi in cui si trovava in via Mistrangelo, negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta del secolo scorso.
La chiusura di questo “spazio espositivo” significa anche, purtroppo, che verrà meno un importante luogo d’incontro e di confronto tra diverse tendenze e diversi protagonisti dell’arte contemporanea italiana e internazionale. Si consideri soltanto il significato che hanno avuto, e non solo per la nostra città, le mostre di artisti del valore e della qualità di Arnaldo Pomodoro, Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni, Emilio Tadini, Aurelio Caminati, Gaspare Gisone, Giorgio Moiso, l’taloargentino, ma ormai savonese a tutti gli effetti, Carlo Carlè, tra gli italiani; e  dei francesi Arman, Raymond Hains, Daniel Bec, Vincent Maillard, e poi del belga Serge Van de Put e della tedesca Carin Grudda, uno scultore e una scultrice che hanno preso stanza nella nostra riviera di Ponente, esponendo  le loro opere en plein air (i “pneumatici” di de Put, sul Priamar e gli animali fantastici e colorati di Carin Grudda esposti in Corso Italia e in Piazza Sisto IV, hanno trasformato il centro città in un temporaneo museo a cielo aperto). L’annuncio di questa chiusura ha suscitato la reazione di alcuni artisti savonesi, giustamente preoccupati per il futuro delle attività e degli eventi relativi alle arti visive nella nostra città.
Tra questi spicca  il ceramista e pittore Claudio Carrieri (nella foto), il quale lancia, tramite la signora Carmen Cona, titolare della galleria, dalle colonne online di “Trucioli savonesi”, il suo J’accuse contro il signoraggio dominante nell’attuale mercato, o “borsino”, delle opere d’arte conteporanea: “La filosofia estetica di questo mercato ricalca lo sviluppo dello star system: l’apparire è sorretto da una sorta di sostanza dopante derivata da tecniche di marketing che gonfia il valore delle opere fino al traguardo del successo: il sacro ‘Mito’ certifica la qualità che, tuttavia, resta un po’ effimera, sottomessa a un’idea di superamento che chiude il cerchio di un loop perfettamente congeniale alla spaculazione economica”.
Come dire: non è più la critica o l’istituzione accademica o il museo a determinare il valore di un artista o di un’opera  (o, addirittura, a stabilire che cosa è arte e che cosa non lo è), ma il mercato. Ora non si vuol certo sostenere  che il mercato non esercitasse la sua influenza sul valore, o meglio, sul “prezzo” delle opere prodotte nel corso degli ultimi due secoli, in cui le figure del mercante e del collezionista hanno assunto un’importanza spesso decisiva per il successo (o l’insuccesso) non solo economico degli artisti, ma quello che accade oggi è qualcosa di inedito nella storia dell’arte. Oggi, infatti, gli artisti stessi sono diventati “manufatti” il cui valore dipende dalle leggi della domanda e dell’offerta; in altri termini, non sono più soltanto le opere a essere trasformate in merci sottoposte alla leggi del “libero” mercato, ma i loro autori, divenuti oggetti di culto indipendentemente dal valore intriseco di quello che fanno; basti pensare alla sproporzione tra la fama planetaria di artisti soprattutto mediatici come  Andy Warhol, Jeff Koons, Maurizio Cattelan, Damien Hirst o Vanessa Beecroft e la modestia delle loro realizzazioni artistiche. Ma su quali basi, si obietterà, e con quali criteri formulo questi giudizi su artisti  entrati stabilmente nel circuito delle esposizioni internazionali,  intervistati  sui mass media, accreditati dalle aste e infine anche dai maggiori musei di arte contemporanea? Beh, provate a confrontare, che so, lo squalo in formaldeide di Hirst, o il “dito medio alzato” di Cattelan, o una qualunque opera seriale di Warhol, con un ritratto di Lucian Freud, di Francis Bacon o di Jenny Saville, e vi accorgerete della differenza! Artisti contemporanei gli uni e gli altri, certo, ma incommesurabili rispetto alla qualità “artistica”. Opportunamente, quindi, Claudio Carrieri ed altri reagiscono, e non solo a parole a questa subordinazione dell’arte alle leggi di un mercato globale che divora, come  un Moloch invisibile e onnipervasivo, i valori autentici per piazzare, è il termine giusto, prodotti scadenti ma avvalorati da una firma illustre. Che cosa propongono? Per esempio di “scegliere spazi espositivi pubblici che a basso costo offrono locazioni ben più prestigiose  di  quasi tutte le gallerie private”; e poi di “creare un circuito commerciale a km 0, direttamente dall’artista al collezionista, scartando l’intermediazione di procuratori e gallerie;  inoltre bisognerebbe “estendere la base dei potenziali fruitori, mutuando i costi e il surplus dei ricavi, con l’obiettivo di riuscire a migliorare i guadagni pur abbassando i prezzi delle opere”. Per tutti questi motivi hanno pensato di fondare un’impresa cooperativa, intitilata “Alta-mira” (che ha come logo il Bisonte preistorico dipinto su una parete della grotta, appunto, di Altamira) il cui “manifesto” è leggibile su “Trucioli savonesi” di domenica 16 dicembre.

FULVIO SGUERSO

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