di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 693 del 26 gennaio 2020
Tel. 346 8046218
CAPELLI (dentro la mente di un serial killer) Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   

Questa settimana propongo il prologo e la quarta di copertina del mio nuovo romanzo intitolato “Capelli” che, come si evince dal sottotitolo, tratta di un serial killer. Capelli, Rupe mutevole edizioni, collana "La quiete e l'inquietudine" pagg. 330, è ordinabile via internet sui siti specializzati come...bol.it... ibs.it e, per chi non possiede carta di credito, su... reteimprese.it/rupemutevoleedizioni ...oppure attraverso la catena libraria del Libraccio al costo di 15 euro più 2 (o 3) euro di spese di spedizione.

 
CAPELLI (dentro la mente di un serial killer)
un ROMANZO di MASSIMO BIANCO Prologo

… Sente la mia presenza alle sue spalle e accenna a voltarsi. Aziono il meccanismo di apertura delle portiere e lei dirige lo sguardo sulla sinistra, distratta dall’inaspettato lampeggiare delle luci della mia auto. E’ mia! La colpisco alla testa e la abbranco prima che possa afflosciarsi al suolo. Mentre la sorreggo con il braccio destro, con la mano sinistra apro la portiera posta sul lato opposto rispetto al guidatore, quindi la deposito sul sedile. Giro rapidamente dall’altra parte e monto in auto. È stato un attimo.

 Nessuno ha notato nulla, sono pronto a scommetterci. Un respiro e sono già in viaggio verso il casello autostradale.  Stavolta so con chiarezza quello che voglio e mi sono preparato per bene. Una volta entrato in autostrada accosto. Le pratico un’iniezione e poi le infilo la cintura di sicurezza. Per un po’ dormirà tranquilla.

Non ho con me spiccioli per pagare alla cassa automatica, ma non importa. Quando giungerò al casello d’uscita il casellante vedrà semplicemente un automobilista come tanti, con la compagna di viaggio serenamente addormentata al suo fianco e in futuro certamente non si ricorderà di me …

Sono a destinazione. Mmf, La sollevo … ecco. Mi carico il corpo sulle spalle e lo trascino indisturbato nel capanno di caccia. Come al solito il luogo è deserto. Una volta entrato la distendo sul tappeto. Resto seduto di fronte a lei a guardarla.  Il bel volto deciso e un po’ troppo truccato è magnificamente incorniciato da quella sua chioma incredibilmente folta. Per lunghezza e sovrabbondanza credo proprio che i suoi capelli battono quelli di Annalisa, ma naturalmente quanto a bellezza gli stupendi capelli di Annalisa restano inimitabili. Li guardo da vicino … Tinti, sì, come avevo già capito sono tinti, ma li trovo lo stesso notevoli.

Vediamo i suoi documenti. Alessandra Sassarino. Ha quarantasei anni … e mezzo. Non avrei detto, pensavo ne avesse qualcuno meno di mia madre … Ha un volto giovane, li porta bene proprio come a suo tempo mia madre. … Anche lei si aiutava con una tintura. Me la ricorda sempre di più. …

… Maledetta. … Stronza bastarda. Ho voglia di aggredirla immediatamente, prenderla per i capelli, farle male e sentirla gridare e poi colpirla e colpirla e … e poi … ghignarle in faccia mentre muore e … e  poi … poi … ma non c’è fretta, non c’è fretta …

***

L’uomo tarchiato ode vociare. Fa caldo, la finestra è aperta. Tende le orecchie. Sente parlare di sfilata in costume, uomini in armatura, tradizione, benedizione dei cavalli? Una telecronaca. Il palio di Siena, alle fasi iniziali. L’uomo tarchiato perde interesse. Osserva quindi la vecchia foto di una modella, ritagliata dalla copertina di un giornale. Per intere settimane ha tirato fuori l’immagine ogni volta in cui si sentiva troppo teso e ciò è stato sufficiente per rilassarlo, ma adesso ammirarla non gli basta più e si sente frustrato. È scosso da un leggero tremito, come se fosse affetto dal morbo di Parkinson. All’improvviso la visione di un’altra donna si sovrappone all’immagine del ritratto. Non ne distingue bene i lineamenti ma sa di conoscerla personalmente e che è bellissima. La vorrebbe con tutta l’anima ma lei lo rifiuta e di fronte alle sue avances si ritrae indietro, sdegnata. La vede a stento ma la sente bene e può facilmente intenderne l’ostilità. Allora l’assale un impulso rabbioso. D’istinto l’afferra per i lunghissimi capelli chiari fino a farla gemere, poi con gesto brusco le strappa la veste. Lei grida, terrorizzata. Nello sguardo allucinato l’uomo ne legge l’orrore per colui che le sta di fronte, perciò la colpisce con cieca ferocia, più e più volte, utilizzando un oggetto acuminato. Il sangue schizza ovunque, mentre l’ancor giovane donna crolla esamine sul pavimento …

… L’uomo tarchiato sbatte gli occhi, sconvolto e torna, tremante, a focalizzarli sulla fotografia …

… Fantasie davvero spiacevoli. Ma saranno fantasie? Perché ha la sensazione di essere stato altrove e di aver davvero vissuto un’agghiacciante scena di violenza. Eppure è tuttora nella stanza, da solo. Respira a fondo, più e più volte. Bene, cancellato. Stavolta gli resta però una sensazione amara, una spezzettata rimembranza, impossibile da mettere a fuoco. Forse perché non gli era mai accaduto due volte a distanza tanto ravvicinata.

Un impulso lo spinge a trarre di tasca il temperino. Loro non sanno che ne possiede uno. Si guarda intorno, la porta è ben chiusa. Stende la vecchia fotografia sul tavolo, vi piazza sopra il temperino e con gesti rabbiosi ma precisi ritaglia con attenzione la capigliatura biondo oro della bella star tedesca della moda, fino a lasciare l’immagine priva dello scalpo.

Dio, quanto vorrebbe quella donna. Non ha avuto occasione di vedere sue immagini recenti ma è convinto che sia sempre magnifica. Se adesso ce l’avesse davanti farebbe, farebbe … al diavolo, non sa quel che farebbe. Un sospiro profondo, poi infila in tasca il ritaglio dei capelli e fa a pezzi e getta via il resto del ritratto.  Ha smesso di tremare. Si sente meglio, adesso, appena un poco, invero, ma è già qualcosa. L’uomo è come diviso in due, a un tempo pacifico e rabbioso. I due sentimenti normalmente si trovano in un provvisorio equilibrio che gli permette di atteggiare l’espressione del volto a compassato distacco, ma da qualche settimana l’animosità cresce e qualcosa dentro di lui pare sul punto di spezzarsi.

Tutti lo credono guarito, convinti che le sue violente pulsioni di morte siano state cancellate per sempre. Nessuno ha intuito quanto invece siano ancora presenti e si stiano incanalando lungo strade diverse e più tortuose. Quando hanno cominciato a riemergere, circa sei - sette mesi prima, ha architettato degli escamotage per darvi sfogo. Grazie a ciò fino ad oggi si è mantenuto tranquillo, ma le pulsioni stanno inesorabilmente risalendo in superficie e non è più in grado di trattenerle.

Nessuno se ne dovrà accorgere. Deve andarsene da lì al più presto, altrimenti potrebbe accadere l’irreparabile. Poi starà bene attento a non ripetere gli errori del passato.

Lui era stato eternamente insoddisfatto. Gli sembrava che nulla andasse mai secondo i suoi desideri e si sentiva sempre più frustrato, senza capire il perché né trovare soluzioni. Eppure non poteva essere di continuo colpa sua, ragionava, evidentemente era il mondo stesso a non funzionare. E intanto la sua rabbia montava, lentamente ma inesorabilmente, fino ad essere pronta a fuoriuscire incontrollata alla prima occasione. Infine aveva inconsciamente voluto suicidare il mondo, liberarsene al completo cancellandolo da sé, a partire da chi riteneva responsabile d’avergli fatto torto.

In seguito gli avevano insegnato che sbagliava e ora lo ha capito, sì. Non tutto il mondo è sbagliato, no, lo è solo una parte ed era il suo approccio ad essere errato. Non poteva affrontare di petto tutto e tutti. Hanno bucato la muraglia di odio che lo separava dalla realtà sociale e così ha imparato a controllare la propria animosità. Mai più esplosioni incontrollate. Troverà la maniera per restare in pace con se stesso e con gli altri. Incanalerà rabbia e frustrazione per scaricarle solo sugli autentici colpevoli della sua sfortuna. Non sa ancora esattamente come farà, ma è sicuro di riuscirvi. Per trovare un nuovo equilibrio gli sono occorsi circa sei anni, tra ospedale, carcere e un intero lustro trascorso in ricovero coatto in una casa di cura, ma alla fine ce l’ha fatta. Negli ultimi sei mesi ha ottenuto di uscire ogni giorno feriale, tra le otto e le sedici, e tutto è andato bene. Presta alcune ore di servizio presso un centro specializzato nel reinserimento di chi, come lui, ha avuto problemi.

Ora deve concludere l’internamento in maniera definitiva, prima che i suoi sforzi vadano sprecati.

Una donna passeggia nervosamente avanti e indietro nella hall dell’albergo, sotto lo sguardo affascinato del portiere e di un paio di clienti. Lei non passa mai inosservata. Il fisico notevole, armonicamente distribuito in centosettantatre centimetri e mezzo di statura e il bel viso volitivo, incorniciato da una massa di magnifici e fluenti capelli naturalmente ondulati, calamitano l’attenzione di qualsiasi uomo.

Peraltro i due clienti non devono intuire la tensione sotterranea che l’anima e la spinge a tenersi in movimento. Basandosi sull’espressione del volto potrebbero soltanto immaginarla vagamente annoiata. I suoi stessi movimenti risultano fluidi e morbidi, come di chi sia la serenità fatta persona. Soltanto scrutandola con estrema attenzione si noterebbe il lieve corrugamento che ne rivela l’autentico ribollire interiore. Lei è sempre stata abile a dissimulare le proprie apprensioni. Un dono affinatosi con gli anni come forma di difesa dal prossimo.

Dopo qualche minuto torna a sedersi sulla poltrona di fronte all’ingresso, sempre apparentemente rilassata. Invece aveva calcolato che l’amica sarebbe giunta almeno una mezz’ora prima e non può fare a meno di domandarsi il perché del ritardo. Non ha motivo per preoccuparsene, in effetti. È solamente ansiosa per natura.

 

Non vede la vecchia compagna di scuola e università da circa quattro anni. Quattro anni durante i quali non ha incontrato nessuno del suo vecchio mondo. È stata all’estero fino a poco tempo prima e una volta rientrata in Italia, eccettuate un paio di rapide incursioni, non ha più messo piede nella sua città, bloccata dal timore di scontrarsi con il proprio passato. Perfino durante la pausa estiva del suo nuovo lavoro ha preso tempo, rimanendo a proprie spese nell’hotel, fino ad allora pagato dalla ditta. Non ne comprende appieno il perché.

Infine ha pensato che ricevere lì, tra gli smisurati e innevati picchi della Valle D’Aosta, la visita di una persona a cui si sentisse legata l’avrebbe aiutata. In precedenza ha ospitato madre e fratello, ma i tre non si sono mai davvero capiti. Ha bisogno di qualcuno con cui vi fosse autentica sintonia e la persona giusta è l’amica in arrivo. Eppure l’attesa le ha messo ansia, come se costei giungesse allo scopo di rimproverarla. Si passa inconsciamente una mano sulla lunghissima chioma, rigorosamente sciolta sulla schiena, che fin da quando era ragazzina svolge per lei la medesima funzione svolta per il “peanutsiano” Linus dalla mitica coperta. Così facendo si tranquillizza un poco e recupera in parte il buon umore che l’ha costantemente accompagnata durante la permanenza in quel luogo.

Infine la porta d’ingresso della hall si spalanca dinanzi a una affusolata figura femminile e l’inquieta si alza per accogliere l’amica, dischiudendosi in un gran sorriso. Il sorriso evidenzia peraltro l’angolosità del volto e le gengive sporgenti, l’una e le altre non così appariscenti da guastarne il fascino, ma abbastanza da offuscarlo un poco.

“Lidia!”

“Oh, Lisa, finalmente di persona. Quanto tempo è passato!”

Si abbracciano, liete di rincontrarsi.

“Fatti guardare. Non sei cambiata di una virgola, hai un aspetto splendido.”

“Anche tu, Lisa. Sì, sei davvero magnifica, hai un’aria raggiante. E come sei abbronzata! Ma lo sapevo già che dovevi essere in gran forma. Lo capivo dalla voce.”

“Davvero?”

“Certo, la voce è il riflesso dell’anima, non lo sapevi? … Mi sei mancata in questi anni. Neppure t’immagini quanto sono felice di rivederti.” Conclude la nuova arrivata.

Quest’ultima si sistema in camera, si rifocilla e ridiscende dopo una mezz’ora circa. Le due ancor giovani donne siedono vicine, in un angolo della saletta comunitaria dell’hotel. Sul lato opposto alcuni ospiti si sono sintonizzati sulla telecronaca del palio di Siena. Sono ancora le fasi della sfilata in costume e la “padrona di casa” ogni tanto vi rivolge un’occhiata. Affascinata dagli uomini in armatura pesante, si domanda come costoro riescano a sopportare il caldo. Da ragazza aveva un debole per il palio, non ne perdeva uno. Da quando è andata oltreoceano non ha più avuto occasione di vederlo per cui ora se ne sente attratta e non resiste alla tentazione di seguire gli sviluppi.

In attesa della cena trascorrono oltre due ore a chiacchierare, immerse nei tanti ricordi comuni. Da ragazze erano state inseparabili, le due grandi amiche del cuore. Vicine di casa e compagne di banco ai tempi del liceo, quindi colleghe d’università fino allo scadere del secondo anno accademico, quando l’una aveva preso la decisione di lasciare giurisprudenza, campo di studi trovato troppo sterile e freddo per potersene davvero appassionare. Si sarebbe laureata in Storia e filosofia, facoltà ricca di materie più consone alla sua personalità, senza per questo dimenticarsi dell’amica. Avevano dunque continuato a frequentarsi intensamente, al di fuori dall’ambiente scolastico, senza segreti l’una per l’altra.

Nulla però è immutabile. Quando la donna chiamata Lisa decise di chiudere con il passato e di sfruttare un occasione per trasferirsi all’estero, finì per perdere i contatti anche con l’amica del cuore. Ora l’ha finalmente ritrovata.

Lisa spiega, forse anche a se stessa, i motivi per cui decise di andarsene e racconta la sua vita in Canada, poi Lidia l’aggiorna sulle conoscenze comuni. Intanto in tv i cavalli scalpitano e si agitano, senza volerne sapere di lanciarsi oltre i canapi. Quando già i monti valdostani si avvolgono della luce del tramonto e le due amiche si recano nella sala da pranzo dell’albergo, il palio non sembra prossimo alla partenza. Sta a vedere che salta, si sorprende Lisa.

Luca Conti se ne sta spaparanzato sul divano del salone, davanti alla tv. I grossi piedi, avvolti da un paio di pantofolone numero quarantasei, riposano sul pouf di fronte. Una lattina di coca cola, ancora gocciolante della brina formatasi dentro il frigo, lo attende sul tavolino a fianco. Una bandiera vivacemente colorata di giallo e verde e listata d’azzurro riposa sul suo grembo.

Il bambino non è altrettanto paziente e si alza di continuo. La moglie gira per casa, guardando spesso l’orologio. Vorrebbe veder finire la faccenda presto affinché si potesse finalmente cenare. Lei è sarda e non ha mai capito questa passione così sfrenata e condizionante per il marito e per tutti i suoi concittadini. Oltre la porta finestra spalancata, il traffico di Piazza di Porta Maggiore scorre

intenso come sempre. I pedoni si destreggiano in mezzo al caos di automobili sfreccianti lungo l’asfalto e attraverso le mura, mentre ai semafori e sulle strisce pedonali gli autisti strombazzano spazientiti. Sullo schermo piatto da trentasette pollici del televisore lcd i cavalli scalpitano nervosi, così grandi e profondi da suscitare l’impressione di poter entrare in casa con un balzo. All’improvviso la donna ode un doppio botto e istintivamente volge lo sguardo alla tv. Alcuni cavalli hanno forzato i canapi e questi ultimi sono stati abbassati dal mossiere, dichiarando falsa partenza. Quasi tutti i mezzosangue si agitano più che mai. Sono già passate le sette e mezza e questo dannato palio pare non volerne sapere di partire nemmeno oggi.

Luca Conti non si perde una battuta. Osserva ogni particolare. Controlla i movimenti dei fantini. Tenta di decifrare gli eventuali accordi. Studia il comportamento dell’animale. Cerca d’intuire le reazioni della folla. Ascolta i commenti del telecronista e dei suoi ospiti. Erano anni che non si trovava costretto a seguire il palio da casa, addirittura dall’epoca in cui prestava servizio alla questura di Nuoro.

Il mossiere ricomincia a chiamare la contrade. Giraffa, grida, e poi, Pantera … Tartuca … Bruco.

Eccola lì, una magnifica bestia, muscolosa, imponente. Si chiama Antartide. Ha la fierezza e la bellezza di un purosangue e la potenza e solidità del mezzosangue quale invece è. Un buon barbero, che l’anno precedente ha vinto il palio di luglio proprio con il Bruco, una fortuna riaverlo avuto in sorte. La posizione di partenza sorteggiata tutto sommato è discreta, poteva andare peggio. Il giorno prima era stata solo l’ottava, chissà che il rinvio con cambio di busta non si riveli vantaggioso, dopotutto. Infine anche l’ultimo fantino spinge il proprio destriero all’interno dei canapi. Ora resta solo il Liocorno, estratto a partire di rincorsa. Il Drago, posizionato subito di fianco al Bruco, è però ancora nervoso, scalpita, si agita, esce dal proprio posto scompaginando l’ordine di partenza. Quando finalmente sembra rientrare in posizione, il Liocorno non ne vuol sapere di lanciarsi.

Ma che diavolo aspetta a entrare, viene da pensare a Conti, irritato, osservando il Bruco pronto allo scatto. Intanto il vicino Drago esce nuovamente dai ranghi e si spinge verso il verrocchino fino a chiudere il varco d’ingresso al Liocorno.

A questo punto il mossiere è costretto a far uscire ancora tutti. I cavalieri prendono a girare in tondo dando un poco di sfogo ai propri barberi, poi i barbareschi tergono in fretta il sudore degli animali e infine si ricomincia con la solita trafila. Giraffa … Pantera … Tartuca …

I giorni precedenti la famiglia Conti era presente al completo in piazza del campo, trascinata come ogni anno dal capofamiglia. Purtroppo la mossa è stata particolarmente sofferta e il palio è andato talmente per le lunghe da far sopraggiungere il buio e costringere l’organizzazione, evento assai raro, a rinviare la tratta all’indomani. Così per via d’una riunione improrogabile in questura ha dovuto lasciare Siena e accontentarsi di seguire il palio da casa.

“Ma quando partono!” - Si spazientisce la signora Conti. - “Qui la corsa salta anche stasera.”

“No, è impossibile.” – Spiega il marito mentre i cavalli rientrano all’interno dei canapi. - “Oggi non c’era la sfilata e i tempi sono stati anticipati, sarebbe la prima volta nella storia del palio se saltasse per due giorni di fila.”

“Ma se continua così …”

“In effetti le hose vanno di  nuovo per le lunghe, ma ormai dovremmo esserci.”

Detto fatto, qualche istante dopo, spronato dal fantino, il barbero del Liocorno si lancia dentro i canapi e stavolta la partenza viene considerata regolare.

“Sono partiti, ragazzi, venite.” Chiama il capofamiglia e moglie e figlio accorrono. Perfino la bimba di quattro anni trotterella fino in salotto per capire quanto accade.

Conti osserva teso la corsa e ascolta la voce concitata del telecronista. Sono stati Giraffa, Aquila, Drago e Pantera i più lesti a scattare, con il Leocorno velocissimo di rincorsa, ma già alla prima curva Tiramisù, in groppa alla Pantera, sorpassa nerbandolo il rivale dell’acerrima nemica Aquila, partito bene pur da posizione svantaggiosa. Affianca quindi il cavallo della Giraffa schiacciandolo con abilità all’interno e facendolo rallentare e prende il comando in solitudine.

Ecco la Pantera, la Pantera conduce, passa per primo alla curva del Casato, dietro Drago e Aquila appaiati … seguono Leocorno, Giraffa e Bruco … l’Aquila  affianca la Pantera, cerca di passare all’interno, si stringono … si nerbano… sbandano … cade il fantino dell’Aquila, cadono anche Drago e Leocorno … Ne approfittano la Giraffa e il Bruco che rinviene fortissimo e adesso insegue da vicino …

Conti s’alza in piedi, ergendosi nei suoi 186 centimetri di statura, stringendo nella mano enorme il drappo giallo verde. Incita l’animale e urla al fantino di lavorare di frusta.

“… Alla curva di San Martino passa ancora in testa la Pantera seguita dalla Giraffa, dal cavallo scosso del Drago e  dal Bruco, ma il Bruco rimonta, rimonta. Già supera il Drago, supera la Giraffa. Avvicina la Pantera. È  l’ultimo giro, entusiasmante, ormai il palio si decide tra Bruco e Pantera … e il Bruco passa, la Pantera cerca di resistere all’interno ma urta sulla barriera alla curva a gomito del Casato e si scompone, non c’è più niente da fare, è il Bruco … il Bruco è irresistibile, supera il Casato in testa e va a vincere di una lunghezza sulla Giraffa, terza e ormai attardata la Pantera. Il Bruco vince il palio dedicato alla Madonna di Provenzano…

E il vicecommissario Luca Conti, dell’U.A.C.V. di Roma, cioè Unità d’Analisi del Crimine Violento di Roma, dimentica ogni contegno consono al suo ruolo ed esplode in un irrefrenabile tripudio. Ride e piange a un tempo, stralunato, mentre goccioloni enormi gli scivolano giù dagli occhi.

Il bambino non ha mai vissuto a Siena e ha seguito la corsa prendendola forse più come un gioco che come l’evento atteso e preparato per un anno intero e in grado di condizionare in un solo minuto la vita di tutti i senesi ma, trascinato dall’entusiasmo del padre, si rallegra pure lui.

La gioia dell’uomo, all’inizio travolgente, poco alla volta va però trasformandosi in uno sgradevole magone. È giubilo, certo, perché la sua contrada è tornata alla vittoria, ma è anche malinconia, perché gli impegni di lavoro lo hanno costretto a rientrare in sede di prima mattina, impedendogli di essere sul posto a festeggiare insieme agli altri contradaioli. Colpa dell’incontro urgente fissato all’ultimo momento dal questore di Roma proprio per quel giorno alle 11,30. Per fortuna nonostante parte del personale sia già in ferie per l’ufficio è un periodo tranquillo. Assicuratosi a metà pomeriggio che la sua presenza non era più necessaria, ha lasciato la questura ed è rientrato in casa per prepararsi con comodo alla tratta.

Conti osserva i contradaioli urlare e scatenarsi fino a quando il collegamento televisivo non viene interrotto. In mezzo alla folla scorge anche il fratello minore di sua madre, lo zio Andrea Grazi, priore della contrada, pazzo di gioia e festeggiatissimo, beato lui. Alle sue spalle gli pare di riconoscere anche un vecchio amico d’infanzia.

Lacrime di gioia continuano a inondargli il viso. È felice eppure con suo disappunto questo assurdo magone cresce dentro di lui.

Durante l’infanzia e l’intera giovinezza aveva vissuto a Siena, attendendo invano una vittoria. Con il trascorrere degli anni il Bruco era divenuto la nonna del palio e lui era stato costretto a sopportare gli sfottò dei contradaioli vincenti finché il lavoro non l’aveva portato lontano.

Anni prima era finalmente giunto l’agognato successo, accolto affettuosamente dall’intera città, ma purtroppo neppure in quell’occasione aveva potuto assistervi di persona, per il medesimo motivo di oggi. Da quel giorno aveva però sempre presenziato e si era goduto appieno il trionfo successivo dell’agosto 2003, un’emozione per lui fortissima, la sua autentica prima volta, giunta quando era ormai approdato nella seconda metà della trentina. Era poi tornato per i pali successivi festeggiando anche la vittoria del 2 luglio ‘05. Dopo anni di astinenza il Bruco stava ripagando i suoi brucaioli delle antiche delusioni con tanto d’interessi.

Stavolta lui non si era aspettato veramente di tornare a vincere, per giunta proprio quando era lontano dalla piazza e invece Trottolino in sella ad Antartide ci è riuscito. Chissà quanti anni passeranno prima del prossimo successo, pensa con rammarico, ah, volesse il cielo che trionfassimo già al prossimo palio utile.

Riporto infine qui la quarta di copertina:

CAPELLI MASSIMO BIANCO RUPE MUTEVOLE
Capelli” ha un inizio soft, in cui l’attenzione è rivolta alla vita di alcuni ultratrentenni legati da un tragico passato. Ma uno di costoro è scosso da intense e tortuose pulsioni di morte, che durante un sanguinoso mese di agosto lo spingeranno a uccidere tre persone nel giro di pochi giorni, segnando per il lettore l’inizio di un’inarrestabile escalation nell’orrore e di un’approfondita introspezione della mente di un pericoloso serial killer, morbosamente attratto dai lunghi capelli femminili. Invece per l’ispettore Ceriale e per il vice commissario Conti sarà una disperata corsa contro il
tempo per fermare la catena di delitti.
Massimo Bianco scrive senza mezzi termini, con uno stile deciso e vincente, nonché avvincente, intrigante, dalla capacità di stupire, trascinare e coinvolgere. (…) Oltre a essere un thriller ben fatto ed equilibrato, “Capelli” è anche introspezione, argomento inerente alla devianza mentale, un filo sottile che si avvicina a temi attualissimi come la sessualità malata e sconfinante nella maniacalità, patologia che sfocia nell’assassinio, nelle aberranti conseguenze. (…) In “Capelli” è il serial killer il vero protagonista, non i poliziotti che gli danno la caccia, nonostante
ovviamente costoro abbiano comunque ampio spazio.
 
L’autore, Massimo Bianco, nato e residente a Savona, nel 2006 ha pubblicato “Per gloria o per passione” (Edizioni Di Vincenzo) romanzo ambientato nel mondo del calcio giovanile e dell’adolescenza. Inoltre su alcuni siti internet specializzati sono reperibili numerosi suoi racconti brevi. “Capelli” è il suo secondo romanzo pubblicato.

 

 

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