di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 685 del 17 novembre  2019
Tel. 346 8046218
SVUOTARE IL MARE CON UN SECCHIELLO! Stampa E-mail
Scritto da Antonia Briuglia   

SVUOTARE IL MARE CON UN SECCHIELLO!

 Ribelliamoci all’invasione del cemento e delle automobili!
Protestiamo contro il consumo di suolo, facciamolo concretamente e pacificamente, partendo, ad esempio, da aspetti della vita che ci fanno stare meglio.

La rivoluzione urbana, come sta accadendo in molte città del mondo, anche qui da noi deve partire dal cittadino che ha il diritto-dovere di lottare per la  qualità della vita sua e per quella delle generazioni future.

La protesta deve partire dall’informazione, dalla presa di coscienza sulle mancate tutele di chi deve difendere la salute pubblica, sulle distrazioni di chi, per difendere posti di lavoro persi per incapacità e leggi del mercato, li baratta con l’inquinamento o con la speculazione perpetrata da altra cementificazione del territorio, perché la qualità dell’aria, dell’acqua e quella della vita di tutti i giorni è affar nostro e non possiamo permetterci  di sopravvivere in un letargo culturale che ci porterà ad una strada senza ritorno.

L’hanno capito alcuni cittadini di quelle svariate città del mondo che si stanno organizzando per produrre in prima persona, senza aspettare che lo faccia chi li amministra, uno stile di vita che si distanzi sempre più da quello che siamo troppo abituati a sopportare.

Lo stanno facendo cercando di vivere attivamente, facendo a meno, ad esempio, di energia prodotta da combustibili fossili come petrolio e carbone  e producendo solo energia  pulita, facendo a meno di inceneritori di rifiuti e discariche  ampliate a dismisura  producendo meno rifiuti possibili, differenziando, riciclando, riusando.

Lo stanno facendo con la creazione di orti che producono tutta la verdura di cui si ha bisogno e con supermercati che vendono solo cibi a chilometri zero.

 

Per attuare questa rivoluzione non bisogna alzare la voce, ma agire con convinzione, come hanno fatto ad esempio a Monteveglio, un comune nel bolognese che ha quasi il numero di abitanti di Albissola Marina. Lì come in altre parti d’Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda sta nascendo "un esperimento sociale su vasta scala", dove le persone  perseguono lo stesso obiettivo: convertire i centri abitati a un'esistenza più ecologica.

Qualcuno dice che vogliono “svuotare il mare con un secchiello”, ma loro lo stanno facendo.

 

Monteveglio la prima città di transizione

Non poche volte mi chiedo, guardando il traffico cittadino arrivato a limiti di sopportabilità, l’aria irrespirabile prodotta dallo stesso e dalle emissioni della vicina centrale a carbone, le costruzioni nascere come funghi e continuare a consumare suolo, le strade e le rotatorie in costruzione erodere le ultime aree verdi e gli ultimi giardini, perché anche nella mia città non si possa invertire la rotta realizzando orti in condivisione, giardini archeologici per specie ormai dimenticate, mercatini del riuso per limitare i rifiuti.

 

Perché non si possa, anche nella mia città, unirsi in gruppi di acquisto energetico e installare pannelli solari o impianti fotovoltaici in modo produttivo, come si sta facendo a Monteveglio dove anche gli amministratori stanno lavorando a un piano di riorganizzazione energetica dell'intero paese, raccogliendo dati per capire quali sono i giorni, le ore e le strade in cui la dispersione è maggiore per ridurre i consumi.

Lentamente, passo dopo passo, anche in quel paese si sta diffondendo l'idea che si può vivere in un mondo più pulito. Basta darsi da fare.

 

Si può partire da ciò che può darci piacere come ad esempio coltivare un orto o prendersi cura di fiori e piante nei terrazzi o in giardino che, secondo recenti studi, sembra  allunghi la vita ed è proprio partendo da questo semplice presupposto che molte città nel mondo, tra cui Londra ed alcune città statunitensi, hanno iniziato ad incoraggiare attivamente gli orti in città.

L’orto diffuso non è un orto tradizionale, bensì è un nuovo modo di pensare gli spazi a disposizione nelle nostre città, raccogliendo le nostre radici e le nostre esperienze, è un’occasione per espandere le nostre capacità, le relazioni con gli altri e le superfici a nostra disposizione, sfruttandole per fini salutistici in aree coltivabili.
L’
orto diffuso sta appassionando un numero sempre maggiore di Italiani: secondo un recente sondaggio, sembra interessare in linea di principio più della metà degli abitanti nei nuclei urbani nel nostro Paese e sembra essere una tendenza che si rafforza col tempo.

L’orto diffuso sarebbe anche una risposta alla cementificazione, perché gli orti sono stati sempre concepiti in aree marginali, poiché in città il terreno è sempre stato una risorsa troppo preziosa, e quindi gli spazi preposti si sono nettamente ridotti o sono scomparsi. L’orto urbano dei nostri giorni rinasce quindi anche come protesta all’invasione del cemento, perché non è uno spazio isolato rispetto alla città, periferico, ma è concepito anche come spazio espandibile e ampliabile, come i giardini collettivi costruiti nelle aree lasciate libere dall’edilizia o dal verde urbano di bassa qualità.

Anche le nostre città con questo sistema potrebbero ritornare a essere più verdi e collegate alla campagna, far riscoprire nuovi ritmi di vita in un nuovo contatto con la natura.

Oggi, anche nelle nostre città, sembra che tutto si sviluppi intorno alle automobili: cementificazione infinita, sui greti dei torrenti, in collina e sulle aree opportunamente dismesse, strade intasate dal traffico che con la combustione del carbone inquina l’aria e l’acqua del mare , spazi pedonali erosi o inesistenti, rotatorie al posto del verde, cordoli in cemento che dividono le corsie stradali, parcheggi infiniti anche a sacrificio di alberi e marciapiedi, piste ciclabili inesistenti, luoghi comuni dimenticati.

Quale cittadino può continuare a vivere in un luogo simile?

 

ANTONIA BRIUGLIA

 


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