SETTIMANALE anno XVII
n° 741 del 28 febbraio 2021
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AL CINEMA. NELLE SALE DELLA PROVINCIA Stampa E-mail
Scritto da Biagio Giordano   

 

RUBRICA SETTIMANALE DI BIAGIO GIORDANO
AL CINEMA
 NELLE SALE DELLA PROVINCIA
DARK SHADOWS

Dark Shadows

(Ombre oscure)

Uscita Cinema: 05/2012

Genere: Drammatico, Horror, Fantasy

Regia: Tim Burton

Sceneggiatura: Seth Grahame-Smith

Attori:

Johnny Depp, Eva Green, Jackie Earle Haley, Bella Heathcote, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Chloe Moretz, Thomas Mcdonell, Gulliver Mcgrath, Jonny Lee Miller, Christopher Lee, Alice Cooper, Ray Shirley, Ivan Kaye, Susanna Cappellaro, Josephine Butler, William Hope, Harry Taylor, Shane Rimmer, Guy Flanagan

Fotografia: Bruno Delbonnel

Montaggio: Chris Lebenzon

Musiche: Danny Elfman

Produzione: Dan Curtis Productions, Gk Films, Infinitum Nihil, Tim Burton Productions, Warner Bros. Pictures

Distribuzione: Warner Bros. Italia

Paese: Usa 2012

Durata: 113 Min

Formato: Colore

 

Soggetto:

Ispirato dall'omonima Serie Televisiva Americana Degli Anni Sessanta, una soap opera creata da Dan Curtis

Recensione di Biagio Giordano

Il film è in sala nei cinema della provincia di Savona

La storia ha inizio nel 1760, quando una famiglia aristocratica inglese, composta dai coniugi Collins e dal loro bambino unigenito  Barnabas, parte per l’America. Nella provincia del Maine all’estremo nord-est degli Stati Uniti, i Collins edificano una magione (imparentata con lo stile con la classica casa di campagna inglese) che chiamano Collinwood e impiantano un’azienda ittica di notevoli dimensioni  la cui espansione nel mercato del pesce  della zona darà lavoro a molte persone, consentendo la nascita di  una  cittadina di nome  Collinsport.

Barnabas (Jhonny Depp) cresce educato ai valori più nobili della famiglia aristocratica inglese, divenendo raffinato e colto. Il dono della bellezza farà di lui anche un seduttore di notevole fascino.

In una delle sue avventure galanti Barnabas relaziona, senza rendersene conto,  con una strega, Angelique Bouchard (Eva Green), una bella e giovane domestica in servizio presso la sua magione di Collinwood, la donna  vede crescere  per lui, di giorno in giorno, una   passione che diviene via via  incontrollabile,  un’emozione  estrema che Barnabas non  corrisponde se non per un breve periodo.

Quando la strega  scopre che Barnabas ama la più raffinata Josette (Bella Heathote),  mette in atto una forma di maledizione verso i due dagli effetti devastanti. Angelique  condanna  Barnabas ad essere un vampiro inquieto, un non morto che può rimanere vivo solo nell’ombra, per l’eternità,  e   costringe, con i suoi poteri, Josette a una morte violenta. La ragazza spinta dalla volontà inconscia di Angelique, viene fatta precipitare da un alto dirupo  sugli scogli del  mare.

La storia riprende nel 1972, in una Collinsport molto diversa, attraversata dalla musica dei film fine anni ’60 come Scandalo al sole  e da lussuose automobili rosse de capotabili.  Il magione Collinwood  è divenuto nel frattempo fatiscente, e per risparmiare  il riscaldamento  numerose delle duecento stanze rimangono chiuse, la nuova famiglia Collins non versa economicamente in buone acque, soffre la concorrenza ittica, sleale, di Angelique, la strega, la cui prostituzione col demonio Belzebù le ha conferito nuovi poteri. La donna   usa le sue facoltà miracolose per impoverire la famiglia Collins e soddisfare i propri desideri più voluttuosi: come il piacere  di poter influenzare i personaggi più importanti della città.

Il vampiro Barnabas, dopo 200 anni di sonno, si desta all’improvviso, di sera,  in un cantiere addetto ai lavori per l’autostrada, nei pressi di Collinsport. La cassa funebre in cui giace viene portata in superficie del tutto casualmente da un escavatore. Uscito fuori dalla bara la bramosia di sangue lo pervade tutto, la sete è irrefrenabile, Barnabas è costretto ad uccidere ancora, non gli resta che addentare ferocemente sul collo i diversi operai che incontra.

Il giorno dopo, la  notizia del tragico  fatto di sangue fa il giro  del paese  e quando anche Angelique ne viene a conoscenza il suo cuore sussulta, la donna capisce  subito che Barnabas è ritornato al magione di Colliwoond, il suo pensiero corre immediatamente a quel che potrebbe accadere  con il suo arrivo: la strega  non può fare a meno di pensare  alla cosa più bella e tormentata: alla passione che nutre ancora per lui,  che le fa sperare di poterlo riavere per sempre.
Nel frattempo una ragazza, che si fa chiamare Vittoria (Bella Heathcote), si offre, tramite l’annuncio su un giornale, come istitutrice di un figlio dei Collins, un orfanello, David (Gulliver Mcgrath), la cui madre è rimasta annegata in circostanze misteriose durante una uscita in mare con un peschereccio dell’azienda. Vittoria viene ad abitare nel magione. La sua somiglianza con Josette è straordinaria, tanto che Barnabas ne viene particolarmente colpito finendo per innamorarsene.

Riuscirà Barnabas a ridare splendore ai Collins in decadenza, ritrovare l’amore perduto, e  spezzare quella maledizione della strega che lo tormenta da due secoli?

Il film trae origine dall'omonima Serie Televisiva Americana degli Anni Sessanta, una  soap opera creata da Dan Curtis.

La soap è un genere di forma melodrammatica, ma non serioso, dai risvolti umoristici, nato inizialmente negli Stati Uniti per la radio e divenuto poi, con la comparsa della televisione, un prodotto per il piccolo schermo diviso in numerose puntate trasmesse quasi quotidianamente, era un’operazione di marketing innovativa finalizzata a creare, grazie alla lunghezza della serie, un forte legame con l’ascoltatore o il telespettatore.

Nel film sono riconoscibili qua e là tratti visivi di arte pop e  gotica, attraversate da un romanticismo apparentemente kitsch (mancanza di originalità), in realtà sempre ben problematizzato, in bilico tra sentimenti idealizzati e voluttuosi piaceri, i cui contrasti generano un humour  particolare come effetto freudiano legato a una indignazione risparmiata tipica degli ambienti bene: ricchi di forme educative molto raffinate che comprimono alcune pulsioni consentendone la scarica solo in forme di motto o freddura. Un romanticismo che gioca con l’illusione e la speranza mantenendole su un piano di stretta riserva pulsionale, di scarsa credibilità, come se qualcosa dei due termini fosse necessaria solo per portare alla delineazione di una questione più complessa, ulteriormente scomponibile, leggibile solo tra i paradossi del desiderio e le caricature comiche che scaturiscono dall’ambientazione del film tra l’antico e il moderno.

Il nodo narrativo del film tende a sciogliersi ricorrendo ad una forma di  tragedia catartica surreale, per espiazione di una colpa le cui radici affondano nei secoli passati, lungo un contrasto narrativo imbastito prevalentemente sul rapporto estremo: sesso-amore-morte.

La ricchezza figurativa del film è straordinaria, come pure il ritmo frenetico ma sempre armonioso  delle azioni, sagacemente costruite con un montaggio che lascia stupefatti per precisione e coordinamento sintattico dei dettagli fotografici.

Le immagini dei particolari scenici ad incastro, movimentati a velocità sbalorditive, ci ricordano dal punto di vista tecnico-espressivo il miglior Tim Burton, quello di La fabbrica di cioccolato ( 2005) per intenderci.

I colori Rosso, Nero, Bianco, dominano sia lo sfondo che  numerosi oggetti della composizione fotografica, suscitando nello spettatore un impasto di emozioni visive forti, originali, dove vita e morte si incontrano spesso, in un contrasto aperto, ironico, che sembra in qualche modo voler esorcizzare, divertendo, i problemi esistenziali più ossessivi che tormentano le persone in sala.

Da un punto di vista un po’ più psicanalitico il film sembra sollevare, metaforicamente, la questione dell’amore impossibile, nevrotico, composto da  quel sentimento assoluto, rigido, capace di coniugarsi solo con il tragico, e le cui radici affondano nell’inconscio della vita infantile più problematica legata al rapporto   figlio-madre-padre, in una precisa collocazione psichica contrassegnata dalla questione edipica, da un nodo passionale a tre non sciolto, non evolutosi se non in termini estremamente negativi che lascia vagante e velato l’oggetto della madre fino al punto che  esso diventa causa di desideri d’amore fantasmagorici, spettrali, privi cioè di quei  fondamenti psichici capaci di trasformarsi in sentimenti reali in grado di far giungere a un innamoramento maggiormente temperato dal super-io, avvicinandosi ad un’armonia con l’Io-realtà.

Il film tenta una  sdrammatizzazione della questione edipica senza giungere a  un esito preciso, condensando le cose irrisolte dell’amore anziché distenderle in una spiegazione, accettandone in fondo le contraddizioni e i paradossi,  in ciò il film si avvale  di raffigurazioni mitologiche noir, ibride, quelle che in un certo senso hanno interpretato la condizione umana esistenziale nelle sue componenti più paradossali e caricaturali, divertendo, mettendo  al primo posto  un amore sublime che osserva se stesso ironicamente.

L’humour del film indica che le emozioni dell’amore giungono spesso a originali compromessi, dove è presente la morte come pulsione e mistero, tra diverse istanze pulsionali come quella fantasmagorica, o quella legata all’Io nel suo  radicamento nel reale, senza dimenticare la funzione di  vigilanza del superio. Tre  logiche altre, molto complesse, i cui effetti artistici, nel e del cinema, possono dare al peso della terribile  minaccia di castrazione  una piacevole leggerezza.

 

 

BIAGIO GIORDANO


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